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Nuovo contratto di lavoro, il Patto per la professione medica entra in stato di agitazione

25 Luglio 2019

Cimo, Anpo e Fesmed non hanno firmato il testo condiviso dagli altri sindacati con l'Aran. Ecco le motivazioni della protesta.

 

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Così come anticipato (leggi qui), i sindacati aderenti al Patto per la professione medica (Cimo, Anpo e Fesmed) non hanno sottoscritto il rinnovo del contratto dei medici.

Dopo avere giù nelle scorse settimane manifestato numerose perplessità e critiche nei confronti dei contenuti dell’accordo, ora i tre sindacati ribadiscono la propria posizione e confermano “l’avvio da subito dello stato di agitazione”, annunciando che attiveranno nelle aziende “confronti diretti con i propri iscritti per discutere il testo, che non è completo, non è stato approfonditamente ed integralmente negoziato, costituisce un obiettivo
arretramento della regolamentazione di istituti normativi qualificanti del rapporto di lavoro della dirigenza
medico-veterinaria, ed in alcuni punti si pone in contrasto con la normativa europea sul riposo biologico”.

Ed ancora, questa intesa sottoscritta dagli altri sindacati con l’Aran  “mortifica e svilisce il suo ruolo nel mantenimento di una sanità pubblica capace ed efficiente, non riconosce un corrispettivo economico atto, quantomeno, al recupero della perdita del potere di acquisto della moneta nel decennio trascorso (in alcuni casi ventennio), al lordo dei blocchi stipendiali e dei tagli al salario accessorio introdotti per legge”.

Tuttavia, “consapevole della responsabilità che le deriva dal fatto di costituire la principale componente della maggiore aggregazione sindacale della sola dirigenza medica, CIMO ha formalmente richiesto di poter esaminare gli oltre 120 articoli e le quasi 90 disapplicazione entro una scadenza ragionevole indicata in una settimana. Solo all’esito di quella disamina, essa avrebbe sciolto la propria riserva sulla adesione o meno al testo. Ma anche questa proposta di buon senso è stata rigettata”.

Da qui il rifiuto di sottoscrizione di una proposta contrattuale che secondo il Cimo (nella foto Giuseppe Riccardo Spampinato e Guido Quici):

– ridimensiona pesantemente il ruolo delle rappresentanze sindacali in sede locale (anche a prescindere dalla importanza numerica della loro rappresentatività) nei fatti ridotte a semplici uditori delle iniziative datoriali, senza la possibilità di poter interloquire in proposito e incentivando il rinvio a “discipline legislative regionali”, anticamera dell’autonomia differenziata anche in materia contrattuale;

– riorganizza si la carriera del medico, ma ne stoppa la crescita con limitazioni quantitative eccessive degli incarichi dirigenziali più elevati, siano essi manageriali o professionali, inibendo la necessaria osmosi tra i due percorsi di sviluppo e lasciando il Direttore Generale libero di assegnare gli incarichi di maggior contenuto professionale senza aver preventivamente fissato le regole cui anche il medesimo deve soggiacere, affinchè le sue scelte non risultino essere il mero esercizio dell’arbitrio, in barba alla tanto sbandierata, ma solo a parole, meritocrazia;

– specula sul lavoro dei dirigenti medici, pur di non ricorrere all’assunzione di ulteriore personale, al punto che:

1. vincola la presenza in servizio nell’ambito di un orario di lavoro di fatto senza regole, la cui quantificazione media di 48 ore settimanali è incrementata fino ad un periodo di riferimento semestrale;

2. consente che la pronta disponibilità possa essere utilizzata anche oltre gli attuali servizi notturno e
festivo mantenendo un livello di sotto retribuzione della pronta disponibilità;

3. elimina il riposo di 11 ore consecutive qualora il dirigente medico sia chiamato in servizio di pronta disponibilità poiché la chiamata sospende (non interrompe) il riposo;

4. trasforma da diritto a concessione la fruizione di 15 giorni continuativi di ferie durante il periodo estivo

5. prolunga da 12 a 18 mesi il periodo di durata della sostituzione su posto vacante nell’attesa dell’espletamento delle procedure atte alla sua copertura;

6. esclude che l’aspettativa per l’assunzione di altro incarico, durante il relativo periodo di prova, sia un diritto ma la rende una concessione dell’amministrazione;

7. impone la revisione dei rapporti ad orario ridotto che saranno confermati o meno alla luce della disciplina contrattuale sopravvenuta e non consente che questi dirigenti medici possano svolgere libera professione intramoenia per un tempo ridotto in maniera proporzionale all’orario di lavoro svolto negando in tal modo ai colleghi un diritto che la legge riconosce ai dirigenti medici a rapporto esclusivo;

8. nella costituzione di fondi unici verticali per le categorie della dirigenza sanitaria cui si applica il contratto – non già armonizzati, secondo legge, ma unificati -, ammette che la retribuzione della dirigenza sanitaria non medica e della dirigenza infermieristica siano finanziate sostanzialmente con i fondi della dirigenza medica, stante la penuria delle loro dotazioni di provenienza;

9. prevede che la RPMU (parte fissa della retribuzione di posizione), definita in valori identici per tutti i dirigenti dell’area, sia soggetta a cospicui squilibri tra i singoli dirigenti a seconda della categoria professionale di appartenenza e che il relativo finanziamento avvenga non già con il ricorso a nuove risorse ma attingendo a quelle già disponibili, svuotando in tal modo le risorse disponibili per finanziare gli elementi accessori della retribuzione;

10. nei casi di apertura di procedimenti in sede civile e penale che coinvolgono i dirigenti medici, garantisce la libera scelta del legale e del consulente tecnico fiduciario senza autorizzazione dell’azienda, escludendo però che la relativa spesa sia posta a carico dell’amministrazione nei casi di proscioglimento o di conclusione favorevole del procedimento;

11. introduce meritoriamente il welfare aziendale ma il finanziamento è a spese dei suoi potenziali fruitori attingendo alle (residue) disponibilità del fondo per la retribuzione di risultato.

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