«Noi, medici in fuga dalla Sanità italiana che non premia la meritocrazia»

21 Novembre 2020

L'intervista di Insanitas a Davide Conti: laureato all’Università di Messina e medico del “Wellington Regional Medical Center” in Nuova Zelanda, è il creatore di “Doctors in fuga”, un gruppo Facebook che conta quasi 43.000 iscritti.

 

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L’imbuto formativo in cui si trovano i giovani medici di fronte alla specializzazione e l’attuale emergenza pandemica stanno alimentando il triste fenomeno della fuga di cervelli all’estero. Il problema, però, è solo acuito dal Coronavirus, perché si trascina da almeno vent’anni.

Una forte testimonianza in merito arriva da Davide Conti, laureato in “Medicina e Chirurgia” all’Università di Messina e medico del “Wellington Regional Medical Center” in Nuova Zelanda, perché è il creatore di “Doctors in fuga”, un gruppo Facebook che conta quasi 43.000 iscritti.

Qual è stato il tuo percorso accademico e professionale finora?
«Durante i miei studi a Messina ho avuto l’opportunità di fare diverse esperienze all’estero da studente. Questo fattore mi ha segnato perché mi sono confrontato con standard completamente diversi. Ciò ha aperto la mia visione e mi ha fatto capire che la cultura professionale italiana, non solo medica, non mi andava bene. Mentre portavo a termine il mio percorso accademico, quindi, è cresciuta dentro di me la consapevolezza che volevo fare un’esperienza professionale all’estero dopo la laurea, senza avere ancora piani ben chiari. Una volta laureato, ho fatto l’esame di Stato e la stessa settimana sono partito, non ho neanche aspettato il risultato dell’esame».

La prima tappa all’estero?
«Sono andato subito a Dublino e ho subito incontrato le prime difficoltà a causa dell’inserimento in un sistema completamente diverso. Sebbene la laurea sia riconosciuta perché conseguita all’interno della Comunità Europea, l’iscrizione all’Ordine dei Medici irlandese è diversa. Tra l’altro mi serviva un documento rilasciato dal Ministero della Sanità Italiana e ci sono voluti molti mesi per ottenerlo, quindi nel frattempo ho fatto lavoretti per sbarcare il lunario, anche con e-bay. Completata l’iscrizione all’Ordine ho cominciato a cercare lavoro e c’è stato il secondo “muro” perché non avevo nessuna esperienza professionale da medico, nè esperienza in un paese straniero con una lingua diversa. Ero appena laureato, “senza né arte né parte”, quindi in quel loop in cui sei senza esperienza, ma non puoi fare esperienza se nessuno te la fa fare. Il contesto del reclutamento di medici a breve termine è comunque una pratica diffusa un po’ ovunque ed infatti ho iniziato con una sostituzione di un mese all’interno di un ospedale, così ho avuto la possibilità di capire quanto meno i principi di base del loro sistema sanitario e clinico».

Poi ti sei trasferito….
«Sì, ho fatto altri colloqui e sono stato assunto in un’altra città, Limerick, sulla costa Ovest dell’Irlanda, dove sono rimasto due anni e mezzo. Poi ho preso la decisione di andare via perché anche lì ci sono problematiche legate soprattutto agli orari di lavoro, facevamo turni di 32 ore, lavorando 70/80 ore a settimana. Nel 2010 c’è stato un flusso migratorio notevole di medici dall’Irlanda verso Australia e Nuova Zelanda. Io ho parenti in Australia, due sorelle di mio nonno, e mi era venuto in mente di raggiungerle, quindi mi sono messo in contatto con un’agenzia di reclutamento medici in Australia e avevo fatto anche dei colloqui ma di nuovo si è presentato il problema della prassi burocratica per l’iscrizione all’Ordine dei Medici australiano, molto laboriosa. Tra Irlanda e Nuova Zelanda, invece, esistono accordi bilaterali che permettono di lavorare con le stesse documentazioni, per cui ho deciso di venire in Nuova Zelanda. Ho fatto diversi colloqui, tra cui a Wellington, la capitale. Ho iniziato qui con un contratto di sei mesi che poi è diventato permanente e alla fine sono rimasto».

Di cosa ti occupi?
«Premetto che il sistema di specializzazione nei paesi di origine anglosassone è molto diverso rispetto all’Italia, in cui dopo la laurea ti specializzi in una sola branca, mentre qui devi effettuare diversi anni di educazione di base sui vari aspetti della medicina, piuttosto che andare subito in una sola direzione. Io questi anni li ho diluiti ancora di più anche perché mi sono spostato di Paese in Paese, senza la certezza di cosa volessi fare. Comunque alla fine ho deciso di fare medicina interna, mi mancano sei mesi per diventare specialista. Qui puoi fare due specializzazioni nello stesso tempo e quindi sto facendo anche endocrinologia, per cui mi mancano altri due anni».

Forte dei tuoi viaggi e delle tue esperienze hai creato “Doctors in fuga”…
«Quando ero in Irlanda spesso mi contattavano colleghi italiani o amici di colleghi che mi chiedevano informazioni su come funzionasse il sistema per lavorare lì. Giunto in Nuova Zelanda hanno iniziato a contattarmi anche amici di amici, gente che nemmeno conoscevo. Le domande più o meno erano uguali, perché la prassi da seguire per un laureato italiano in un determinato Paese è sempre la stessa, quindi nel 2010 ho pensato di creare un gruppo e di mettere le informazioni lì, così ognuno può condividere la propria esperienza in modo tale da fornire agli altri informazioni utili. Praticamente è cresciuto così, allo stato attuale siamo 42.848 membri».

Siete tutti italiani?
«Siamo medici, studenti e neo medici italiani che vogliono condividere informazioni o avere consigli su come poter “fuggire” all’estero. Il nome del gruppo “Doctors in fuga” è relativo proprio al fenomeno dei cervelli in fuga, soprattutto dei medici, che letteralmente scappano dall’Italia. Ormai è diventato anche un processo molto preoccupante perché inizialmente eravamo poche centinaia, adesso siamo diverse migliaia. C’è una relazione del Sole 24 Ore del 2018, la quale prevede che l’imbuto formativo creatosi negli ultimi anni e con questa mole di medici che emigrano, si rischia che non ci sarà un ricambio generazionale in Italia. Sarà una cosa gravissima, se i governi e le istituzioni non intervengono per tempo, ci saranno enormi problemi nel prossimo futuro».

Le motivazioni per cui sei andato all’estero?
«Perché in Italia c’è questo fenomeno diffuso, non soltanto al Sud, delle caste mediche che si creano passando i posti di lavoro da padre in figlio. La mancanza di meritocrazia nel sistema clinico è ancora più sentito. Non ho mai voluto fare parte del sistema della “parentopoli” perché per me deve contare il merito che in Nuova Zelanda, per fortuna, è il principio di base».

Come va in Nuova Zelanda con il Coronavirus?
«Abbiamo avuto pochissimi casi nella nostra comunità, mai una vera e prorpia emergenza Coronavirus. Qui chiunque viene dall’estero deve farsi la quarantena di due settimane in strutture organizzate apposite, generalmente hotel isolati. Bisogna fare anche le dovute distinzioni perché la Nuova Zelanda è formata da due isole nel mezzo del Pacifico, l’afflusso di persone non è lo stesso dei Paesi europei, è molto più facile mantenere il controllo della situazione. Inoltre, ha più o meno le stesse dimensioni dell’Italia ma una popolazione pari a quella siciliana, circa 5 milioni di abitanti. La densità della popolazione è diversa e anche mantenere il distanziamento è più semplice. Infine, la Prima ministra ha creato un team scientifico efficientissimo e la gente si è attenuta alle regole, per questi motivi il modello di gestione del Covid della Nuova Zelanda è diventato il gold standard da seguire a livello mondiale».

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