«Noi medici del Covid Team: in prima linea tra stress, paura e commozione»

19 Aprile 2020

Medici in trincea. Intervista di Insanitas a Nuccia Prumeri, direttore FF dell’UOC di Pronto Soccorso e Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza- (riconvertito a COVID Center con 50 Posti Letto diretto dal Dott. Bonfante), del PO “Gravina” di Caltagirone.

 

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«A letto si va con i propri insuccessi. E io i miei li ricordo tutti. Mi fanno compagnia ogni notte»: mutuando dalle parole del suo Maestro (prof. Lino Succi) così apre l’intervista realizzata da Insanitas Nuccia Prumeri (nella foto), specialista in Chirurgia dell’apparato digerente, oggi sulla prima linea del Covid, in quanto direttore FF dell’UOC di Pronto Soccorso e Medicina e Chirurgia d’Accettazione e d’Urgenza- (riconvertito a COVID Center con 50 Posti Letto diretto dal Dott. Bonfante), del PO “Gravina” di Caltagirone.

La sua giornata tipo?
«Noi operatori di Pronto Soccorso siamo abituati a fronteggiare le emergenze, ma questa è una realtà a cui non eravamo preparati. Nessuno probabilmente avrebbe mai supposto di diventare egli stesso “vittima” della malattia, tanto da decidere di isolarsi dai propri cari per evitare un presumibile contagio che ci avrebbe resi carnefici dei nostri affetti, e ci avrebbe portati ad assistere alla deflagrazione della dimensione individuale emotiva e affettiva dei pazienti e dei loro parenti».

Ovvero?
«Quando un utente che ha contratto il COVID 19 giunge in ospedale, inizia un percorso solitario e angosciante in cui unica compagna è la solitudine. Anche i contatti con gli operatori sanitari sono limitati rispetto a una degenza ordinaria e riservati all’attività clinica strettamente necessaria sul paziente per evitare lunghi stazionamenti nelle stanze d’isolamento. Ha inizio, parallelamente al decorso della malattia, il calvario di un mondo personale e intimo interrotto, che si spezza con violenza subitanea. Questa è la tragedia nella tragedia».

Cosa risponde a quanti dicono di non aver paura?
«Solo i pazzi non hanno paura. La paura è un sentimento che va accettato, e che ti vivifica anche. Quando metabolizzata in modo sano non paralizza, ricorda il limite che per noi umani è la morte e induce ad alzare la soglia di attenzione. Diffido di chi ostenta una sicurezza su un virus che ci è sconosciuto e su cui i dati in letteratura sono ancora talmente risicati che la comunità scientifica, quella seria ed autorevole, si muove con estrema cautela e i protocolli diagnostico- terapeutici sono in continuo divenire».

Il ricordo più difficile?
«Un giovane, tra i primi casi di Covid19 giunti da noi che, purtroppo, per il repentino declino della funzione respiratoria fu portato in rianimazione. E allora ti senti imponente e provi rabbia e angoscia. Per un istante quasi rimpiangi la frenesia di un recente passato in cui quelle sale in cui ti aggiri quasi in solitudine spesso diventavano teatro di immotivate e inconsulte violenze verbali e fisiche di certa utenza del Pronto Soccorso».

Il ricordo più commosso?
«Un distinto anziano che recentemente ha perso la moglie e oggi si trova ricoverato per Covid19. Mi aveva scosso il dolore di quegli occhi stanchi al suo arrivo nella tenda allestita per il pre-filtro. Sono entrata nella sua stanza di degenza il giorno successivo, non dovevo visitarlo, volevo solo parlargli e istintivamente si è proteso per abbracciarmi, ma in quello stesso istante si è ricordato che non poteva e, contestualmente, invece, di aprire le mie braccia io ho dovuto chiuderle. Rimane impressa negli occhi e nell’anima quella scena, il malessere e la commozione. La violenza di questo virus è traducibile nell’abbraccio negato a qualcuno che poco dopo potrebbe anche morire. Possiamo uscire dalla pandemia, ma queste cicatrici segneranno per sempre le nostre vite».

Non si va al pronto soccorso per paura del Coronavirus: è emergenza per la popolazione dei cronici e, soprattutto, dei malati cardiovascolari: unica nota positiva è che i bulli di ieri, oggi non spaccano il Pronto Soccorso…
«Vero. Anche nel nostro Pronto Soccorso siamo stati oggetto di intemperanze e aggressioni più spesso verbali che solo il tempestivo intervento degli uomini dell’Arma ha evitato degenerassero in violenza contro gli operatori, da parte di certa ristretta utenza. Al momento le restrizioni sociali hanno notevolmente ridotto gli accessi al Pronto Soccorso. Il timore del contagio spinge l’utenza a rivolgersi, con rinnovata fiducia, ai medici curanti, che si stanno rivelando presenti e preziosi nella loro opera».

L’auspicio?
«È che alla fine di questo periodo, quando si uscirà dal lock down, la gente continui a rivolgersi ai medici di fiducia evitando di congestionare il Pronto Soccorso, in special modo per le patologie croniche e per le prestazioni che non rivestono carattere di urgenza. Il drastico calo degli accessi in Pronto Soccorso è in gran parte da attribuire alla rinnovata fiducia e risposta dei curanti che a mio giudizio dovrebbero poter usufruire di un rapporto privilegiato con la diagnostica ospedaliera, ma anche al confinamento domiciliare che ha ridotto le problematiche di traumatologia e di infortunistica. Il Pronto Soccorso del “Gravina”, comunque, continua a trattare le urgenze ed emergenze tutte e, inoltre, garantisce tutte le Reti tempo dipendenti, lo Stroke, la frattura di femore e il dolore toracico cardiologico».

DPI: da voi qual è lo stato dell’arte?
«La nostra ASP, dal direttore generale Lanza al direttore sanitario Rapisarda, fino alla Pellegrino nel  Presidio, hanno tutelato sin da subito gli operatori e gli utenti. Non abbiamo sofferto la carenza di dispositivi di protezione individuali. Per il COVID team si stima un consumo di 50 Kit completi (mascherine FFp3/FFp4, caschi, occhiali, calzari, visiere, tute p40, p50, p60) nelle 24 ore. Già il 29 gennaio la nostra ASP, supportata dalle UOC che si occupano della logistica- in primis ufficio tecnico aziendale e RSPP- aveva predisposto la conversione dei reparti contigui a Malattie Infettive, ovvero la Medicina, oggi vicariata dal vicino PO di Militello, e MCAU, strutturalmente posti nella stessa ala contigua al Pronto Soccorso, alla Radiologia e alla Rianimazione, e ciò ha consentito un ottimale gestione dei percorsi rigorosamente separati dei pazienti COVID e non».

Lei si è fatta avanti volontariamente per le prime linee Covid: lo rifarebbe?
«Assolutamente sì. Con me anche i due colleghi, che normalmente prestano servizio al Pronto Soccorso, aiuti preziosi, che posti davanti al problema incombente, volontariamente, hanno accettato di collaborare nel COVID team: Nino Vadalà e Ignazio Calì».

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