coronavirus tamponi

Noi guariti ma “prigionieri” del tampone, dopo mesi d’isolamento l’OMS cambia le regole

21 Giugno 2020

L'appello del medico: "Il ministero deve muoversi immediatamente per liberare migliaia di persone che, come me, non sono contagiose e che hanno gli anticorpi da mesi"

 

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“Finalmente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato evidenze sulla non contagiosità dei soggetti guariti in isolamento prolungato, invitando a mettere da parte la prassi del doppio tampone (leggi qui), perché residui inerti di Rna virale possono rimanere anche per diverse settimane, determinando per i malcapitati pazienti, ormai di fatto guariti, una insopportabile e lunghissima prigionia”. Non nasconde la soddisfazione per le nuove linee dettate dall’OMS il medico Mario Rossi (nome di fantasia) raggiunto telefonicamente dalla nostra redazione, che però aggiunge: “Nonostante le evidenze pubblicate dall’OMS in Italia si continua a dosare Pcr su tamponi a chi è isolato e guarito già da mesi. Non vedo mia madre da due mesi, è anziana e malta e per me è uno strazio questa distanza. Sono un medico, so di essere guarito da tempo. In questo lunghissimo periodo ho frequentato diversi forum e mi sono reso conto che ci sono in Italia migliaia di persone nella mai stessa condizione. Prigionieri di una regola che ora anche l’OMS ha rivisto, eppure, mentre altrove si corre ai ripari, in Italia siamo ancora costretti all’isolamento”.

Ogni 14 giorni un nuovo tampone, nonostante il medico non abbia alcun sintomo ormai da più di 40 giorni, piccole quantità di rna virale intercettate dal tampone continuano a tenerlo in prigione.

“Voglio precisare – conclude Rossi – che non si tratta della richiesta di un “liberi tutti”. Vorremmo solo che si applicassero le norme basate sulle evidenze scientifiche. E’ ovviamente doveroso rilevare, prima di applicare queste nuove direttive OMS, che non ci siano tracce di sintomi clinici riconducibili al covid-19 (come tosse o dispnea) altrimenti è chiaro che le due settimane di isolamento non bastano e, per quanto talvolta impreciso, si rende necessario ripetere il tampone. In realtà per avere la certezza della contagiosità di un individuo trovato positivo al tampone, bisognerebbe fare le colture per vedere se le tracce di Rna trovate hanno ancora una carica virale, ma mi rendo conto che sarebbe una procedura insostenibile per il nostro sistema sanitario”.

Sul tema interviene anche OBS (Osservatorio Buona Sanità) che in un posto pubblicato sulla pagina facebook scrive: “Sulla base delle evidenze che dimostrano la rarità del virus che può essere coltivato in campioni respiratori dopo 9 giorni dall’esordio dei sintomi, specialmente nei pazienti con malattia lieve, di solito accompagnato da livelli crescenti di anticorpi neutralizzanti e una risoluzione dei sintomi, appare sicuro liberare i pazienti dall’isolamento facendo riferimento a criteri clinici che richiedono un tempo minimo di isolamento di 13 giorni, piuttosto che esclusivamente a risultati ripetuti di PCR. È importante notare che i criteri clinici richiedono che i sintomi dei pazienti siano stati risolti da almeno tre giorni prima del rilascio dall’isolamento, con un tempo minimo di isolamento di 13 giorni dall’insorgenza dei sintomi. Queste modifiche ai criteri per la dimissione dall’isolamento (in una struttura sanitaria o altrove) bilanciano la comprensione del rischio infettivo e la praticità di richiedere ripetuti test PCR negativi, soprattutto in contesti di trasmissione intensiva o forniture di test limitate. Sebbene il rischio di trasmissione dopo la risoluzione dei sintomi sia probabilmente minimo in base a ciò che è attualmente noto, non può essere completamente escluso. Tuttavia, non esiste un approccio a rischio zero e il rigoroso affidamento sulla conferma della PCR della clearance dell’RNA virale crea altri rischi (ad esempio, sforzare le risorse e limitare l’accesso alle cure sanitarie per i nuovi pazienti con malattia acuta). Nei pazienti con malattia grave che sono sintomatici per periodi di tempo prolungati, un approccio di laboratorio potrebbe anche aiutare a prendere decisioni sulla necessità di un isolamento prolungato. Un tale approccio di laboratorio può includere la misurazione della carica virale e la neutralizzazione dei livelli di anticorpi (o anticorpi equivalenti provati).

“Questa è la prova che il ministero deve muoversi immediatamente per liberare persone che non sono contagiose e che sono già guarite con titolo anticorpale da mesi come nel mio caso – conclude Mario Rossi – bisogno piuttosto concentrare gli sforzi sulla ricerca dei contagiosi reali e non su chi ha già fatto la malattia ed addirittura ha gli anticorpi da mesi”.

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