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Medici obbligati a lavorare in attesa del tampone, la storia di Renata: “Ero positiva!”

28 Aprile 2020

Storia di mille storie simili a quella raccontata in una lettera inviata a "medicalfacts" dalla dottoressa Renata Gili

 

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La lettera della Dottoressa Renata Gili inviata al prof. Roberto Burioni, pubblicata su Medicalfacts (leggi qui) e da lui letta nel corso della trasmissione televisiva “Che tempo che fa”, racconta una storia che, purtroppo, è sovrapponibile a tante altre simili e che riguardano medici, infermieri, operatori sanitaria che, da nord a sud, nonostate il serio sospetto di poter essere state contagiate dal coronavirus, non hanno ottenuto il permesso per non andare a lavoro, esponendo al rischio contagio pazienti e colleghi di lavoro. Qui di seguito il testo integrale della lettera. (Scrivi a [email protected] se anche tu hai una storia da raccontare)

Caro Professore,
Le scrivo per raccontarle la mia incredibile storia clinica e lavorativa. Il 9 marzo sera ho avuto i primi sintomi, febbricola e mal di gola, seguiti da tosse e perdita del gusto e dell’olfatto. Dall’Asl dove faccio guardia medica mi hanno dato l’ok per tornare a lavorare appena passata la febbre: quindi avrei potuto riprendere il 12 marzo, secondo loro.

Visti i sintomi molto tipici ho, però, deciso autonomamente di fare mille cambi di turno e autoisolarmi per 14 giorni. Non hanno voluto farmi il tampone subito, io ho insistito, dicendo che la sintomatologia era molto tipica e si sono decisi a farmelo solo il 20 marzo, ovviamente positivo. Visto che l’esito del tampone sarebbe arrivato il 24, ho chiesto se potevo rimanere a casa il 23 marzo – in quel giorno avevo un turno – ma non mi sono arrivate disposizioni ufficiali di isolamento, nonostante fossi in attesa di esito tampone.

Quindi, quel turno non l’ho potuto in nessun modo evitare e l’ho fatto. Era in centrale operativa e ho condiviso con tre colleghi una stanza chiusa per 12 ore. Avevo mascherina, ma non vuol dire molto. Così, adesso, tre miei colleghi sono stati a contatto con un COVID positivo e, nonostante la mia segnalazione immediata, probabilmente continueranno a lavorare per la lentezza delle indagini di sorveglianza.

La cosa grave è che se non mi fossi auto-isolata dal 12 marzo in poi avrei normalmente lavorato e avrei messo a rischio di infezione decine di persone (quasi tutti anziani e malati cronici, visto che sono questi che per lo più chiamano la guardia medica).

So di tantissimi colleghi, di diverse Asl, che sono andati a lavorare nonostante la comparsa di sintomatologia, magari subito il giorno dopo la scomparsa della febbre, su indicazione dei servizi di igiene o della medicina del lavoro. Il paradosso, infatti, consiste in questo: per farti stare a casa o per decidere di farti il tampone, devi avere avuto un contatto con un caso di COVID-19 accertato, altrimenti sostengono che sia influenza. Ma come si può sapere se uno ha avuto un contatto con un caso di COVID-19 accertato, se sul territorio praticamente il tampone non lo si fa a nessuno? Chissà quanti medici e infermieri sono positivi e stanno infettando mezzo mondo. – F.to Renata Gili

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