FNOMCeO sordità infantile

Medici aggrediti e denunciati ingiustamente, il grido d’allarme di Amato (Omceo Palermo)

24 Luglio 2019

Intervista al presidente dell'Ordine provinciale: «Il medico oggi va in sala operatoria con i guantoni, ha perso la serenità e per difendersi da eventuali contenziosi applica sempre di più la medicina difensiva, con aggravi enormi per la Sanità pubblica. Bisogna ristabilire un equilibrio tra diritto alla salute e difesa del medico e l’Arbitrato della Salute è una soluzione di conciliazione percorribile».

 

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PALERMO. Medici sempre più stanchi, soli ed esposti, depauperati di risorse economiche e umane, aggrediti a pugni e calci in corso servizio e, spesso, delegittimati da un atteggiamento pregiudiziale ostile, a cui parallelamente segue il sopravanzare della medicina difensiva.

Nello sfondo il desiderio di vita eterna- che per quanti progressi la scienza possa fare- non è certamente alla portata dell’uomo. La medicina vive un mutamento rispetto alla nozione storica, culturale ed etica della malattia e assiste una società economicamente e psicologicamente fragile, che avverte quasi una necessità utopistica di trincerarsi dietro un’interpretazione forzata del progresso della scienza, declinandolo, più che alla miglior cura possibile, all’infallibilità della stessa.

Se la malattia non è vinta, si urla con facilità al farabutto e all’errore e sono circa 300 mila le cause pendenti contro i sanitari in tutta Italia.

Di queste il 90% dei procedimenti penali per lesioni personali colpose si conclude con un proscioglimento.

Da qui anche una proposta legislativa – in commissione Sanità del Senato – di soluzione conciliativa: il cosiddetto “Arbitrato della Salute”, volto, nello spirito dei proponenti, a fermare la giungla dei ricorsi “temerari” contro gli errori medici.

Sul tema, Insanitas ha intervistato il presidente dell’OMCEO Palermo, Toti Amato (nella foto).

Insieme al progresso della scienza medica, è cresciuta anche l’incapacità della collettività di rappresentarsi i suoi limiti?

«I cittadini-pazienti hanno un approccio verso la medicina e chi la esercita ambivalente. Da una parte c’è piena fiducia nella scienza, che alimenta grandi aspettative a volte spropositate, come se avesse potere assoluto di vita o di morte, dall’altro c’è un malcontento generalizzato verso tutta la classe medica. Questo significa un riconoscimento più consapevole del progresso della scienza e del diritto ai suoi benefici, ma la domanda cresce e il diritto diventa per pochi eletti. La politica sanitaria, purtroppo, non riesce a rispondere ad una condizione di sviluppo demografico e di crisi economica sociale che richiede un accesso alle innovazioni mediche a fasce più larghe della popolazione. I professionisti della sanità sono i garanti della migliore cura possibile, ma scienza e medici hanno dei limiti: non hanno potere assoluto sulla guarigione, né esercitano il ruolo di “controllo sociale”».

Quando è saltato l’equilibrio della relazione fiduciaria medico- paziente?

«Da quando la strada imboccata è quella delle cure mediche come “roba da ricchi”. L’intero sistema va riequilibrato, ma resta un patrimonio. Non dimentichiamo che il Servizio Sanitario Nazionale italiano è l’unico che resiste in tutta Europa. È un momento di grandi responsabilità, per la politica, i cittadini e tutti i professionisti che lavorano nel mondo sanitario. Ciascuno deve mettere da parte le proprie frustrazioni perché il mantenimento di una sanità pubblica è già una scommessa, in cui il rapporto di fiducia medico-paziente è la prima condizione.

Come viene percepito tutto questo nel mondo medico?

«La fragilità del sistema lo coinvolge in prima linea. Il medico oggi va in sala operatoria con i guantoni, ha perso la serenità, ha paura e, per difendersi da eventuali contenziosi, applica sempre di più la medicina difensiva, con aggravi enormi per la sanità pubblica».

Il patient empowerment, strategia di educazione sanitaria e promozione della salute, sta funzionando?

«Mettere il paziente al centro del suo percorso di cura è la sfida di un nuovo modo di fare salute ed è una priorità etica ed economica, ma è carente di supporti adeguati. È dimostrato che i malati con uno scarso engagement rischiano di ammalarsi dieci volte di più rispetto ai pazienti più coinvolti e che i costi raddoppiano quando l’ammalato non si sente protagonista nel processo terapeutico, ma è un percorso educativo lungo e difficile, perché in questo momento storico sono troppe le condizioni stringenti che limitano i risultati. Per garantire il coinvolgimento della persona e della sua famiglia, la prima leva sono tutti i professionisti della sanità, che devono essere formati ed educati a promuovere la condivisione del piano di salute di un paziente.

Ora il medico deve render conto a tre “padroni”: la scienza, il paziente e l’amministrazione. Ciò non pone condizionamenti?

«Nei limiti del buon senso e delle disposizioni di legge, scienza e coscienza saranno sempre il primo faro del medico. Non significa trincerarsi dietro un principio e negare l’esigenza di eliminare sperpero di risorse pubbliche, ma lo scenario in questi ultimi anni è stato scoraggiante. Lo Stato è intervenuto con Piani di rientro che non hanno permesso di riqualificare né servizi né sostenibilità del sistema, su cui invece puntava la riforma del Titolo V. Il medico oggi è diventato il contabile che cerca di gestire il difficile rapporto tra obbligo di appropriatezza prescrittiva e custodia della sua discrezionalità, affinché un ammalato possa ricevere il meglio delle sue capacità professionali. Ci sono condizioni cliniche e tolleranza ai trattamenti diversi tra pazienti che, ad esempio, possono portare alla prescrizione di farmaci in deroga alla normativa. Accade perciò che i due aspetti siano inconciliabili, ma a pagarne le spese è il professionista prescrittore».

Per rendere effettivo l’assunto costituzionale la “Repubblica tutela la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività” è stato creato il Servizio Sanitario Nazionale…

«Quest’anno sono stati celebrati i 40 anni del SSN. Il suo stato di salute è gravemente compromesso, ma nonostante le insufficienze rimane un vanto e una conquista di giustizia sociale, perché ispirato da principi di equità e universalismo. Bisogna perciò difenderlo e potenziarlo. Purtroppo, le contromisure per la sua sostenibilità ad oggi sono sempre state parcellizzate perché vincolate al governo di turno e mai libere da singoli interessi di categoria,  oltre che inefficaci a realizzare strategie di prevenzione e contro gli sprechi. Un approccio che ha fatto perdere di vista il rischio reale di perdere un modello di servizio sanitario necessario per l’eguaglianza di tutte le persone».

È necessario un adeguamento sul versante della formazione in tale clima sociale?

«La formazione è fondamentale. Un medico formato sa fornire la migliore prestazione tutelando sé stesso nel caso di una censura di responsabilità professionale. L’Ordine è intervenuto con diverse iniziative mirate. Nella relazione con i pazienti e i familiari il medico è chiamato su tre fronti: sapere ascoltare, sapere proteggersi dal rischio contenzioso e sapere cosa fare quando intercetta un “evento sentinella” prima che precipiti in un’aggressione. Questi episodi si sviluppano secondo una precisa progressione, partono quasi sempre da uno stato di semplice irritazione del paziente o del familiare, o da una violenza verbale, ma bisogna valutarli e gestirli sul nascere per fermare il corso degli eventi. Questo è possibile solo attraverso un protocollo formativo. Abbiamo già realizzato moduli per diverse figure professionali: per il management, gli operatori sanitari e per il personale di sicurezza».

Clima sociale violento: il ruolo della politica e degli ordini professionali per dare concretezza a safety e security?

«Bisogna ricreare un’educazione civica perché lo scenario, anche per il futuro, è molto grave. L’Inail ha registrato nel 2018 una media di tre episodi di violenza al giorno, dalle percosse fino ai tentativi di stupro. Tutte le strutture sanitarie dovrebbero realizzare un piano che diffonda una politica di tolleranza zero verso gli atti di violenza, fisica o verbale, assicurandosi che professionisti e pazienti ne siano consapevoli. In collaborazione con l’Associazione scientifica “Hospital & Clinical Risk Managers”, attraverso molti dati rilevati, è stato redatto un protocollo in cui vengono individuate le priorità: comunicazione, informazione e potenziamento dei sistemi di sicurezza, elementi cardine su cui la politica deve lavorare con urgenza. Se all’utenza serve spiegare che medici e personale sanitario sono un aiuto prezioso per la loro salute e non un ostacolo, alle strutture di primo soccorso serve personale di vigilanza e, soprattutto, meccanismi automatici di denuncia e di costituzione a parte civile, quando si verificano aggressioni anche solo verbali. Servono inoltre misure strutturali e tecnologiche (impianti di allarme o altri dispositivi di sicurezza, come pulsanti antipanico, impianti video a circuito chiuso nei luoghi più a rischio, metal-detector per rilevare la presenza di armi metalliche) ed è necessario intervenire anche sull’organizzazione del lavoro».

C’è una psicosi da “causa-facile” secondo voi nel nostro Paese?

«Accusare di negligenza un medico con superficialità ha un costo sociale e pubblico, ma gli avvoltoi si stanno moltiplicando. Ci sono avvocati e associazioni che promettono risarcimenti sicuri per malasanità, ma anche giornali telematici che per un clic in più diffondono vademecum su come avviare un contenzioso facendo sembrare tutto molto semplice. L’ultimo è stato diffidato dalla Federazione e ha corretto il tiro spiegando al lettore che è comunque dimostrato che nel 90 per cento dei casi l’ospedale o il medico vengono prosciolti perché non hanno responsabilità. A rimetterci alla fine, tempo e soldi, sono i pazienti, che rischiano una querela per diffamazione e, in certi casi, anche per calunnia. Secondo i dati del ministero alla Giustizia, il volume dei contenziosi conta ben 300 mila cause pendenti per una spesa che sia aggira dai 10 ai 13 miliardi di euro. Bisogna ristabilire un equilibrio tra diritto alla salute e difesa del medico».

Cosa pensa del cd. “Arbitrato della Salute”?

«In un clima dove è venuto meno il riconoscimento del ruolo sociale del medico, l’Arbitrato della Salute è una soluzione di conciliazione percorribile perché evita la lungaggine dei processi, che spesso espone tanti professionisti ad una gogna mediatica per fatti inesistenti, costi inutili per i pazienti e la sanità. Con ogni probabilità, calma gli appetiti di studi legali che distribuiscono biglietti da visita e numeri verdi tra le corsie degli ospedali».

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