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Il tema

Lotta alla violenza contro le donne, Questura di Ragusa in prima linea

L'approfondimento di Insanitas con il questore Giuseppina Agnello. Importante anche il ruolo delle associazioni, tra cui il centro antiviolenza DonneInsieme "Sandra Crescimanno".

Tempo di lettura: 4 minuti

RAGUSA. La violenza contro le donne è un fenomeno complesso, caratterizzato da atteggiamenti contraddittori da parte delle persone coinvolte. Spesso le vittime “esitano” a rivolgersi alle Forze di polizia perché si trovano in situazioni psicologicamente traumatiche oppure, non raramente, la persona abusata tende anche a giustificare comportamenti aggressivi del partner o ex partner. In molti casi dimostrano di avere bisogno di tempo per prendere consapevolezza. Importante sottolineare come si tratti di un fenomeno trasversale, che riguarda ogni area sociale.

Come ha sottolineato il Questore di Ragusa, la dottoressa Giuseppina Agnello «non ci fermiamo davanti alle date che siano l’8 marzo o il 25 novembre. Esiste la campagna di sensibilizzazione permanente “questo non è amore” attraverso cui la Polizia di Stato rinnova il proprio impegno ad informare in modo semplice le vittime di violenza di genere e a divulgare la cultura della prevenzione e superare Tabù e vergogna».

«I numeri parlano chiaro- ha detto la dottoressa Agnello- Secondo i dati forniti dalla Questura, solo in provincia di Ragusa nel 2022 si sono registrati 9 ammonimenti per stalking, 12 per violenza domestica, ai quali se ne aggiungono 3 nei primi due mesi del 2023. Nel 2022 sul piano della sorveglianza speciale: 5 per maltrattamenti e 2 per atti persecutori. La Polizia di Stato forma il proprio personale, esistono figure specializzate per riuscire ad ascoltare e interpretare un messaggio. In molti casi non è detto che siano soprattutto donne: ci sono uomini con un ottimo approccio, soprattutto con i bambini. Anche il fenomeno della violenza assistita merita attenzione».

Tra gli strumenti a disposizione, il Questore menziona l’ammonimento, una misura di prevenzione esclusiva del Questore che nasce con lo scopo di garantire alla vittima di atti persecutori, violenza domestica, cyberbullismo, una tutela rapida ed anticipata rispetto alla definizione del procedimento penale. L’ammonimento consiste nell’avvertimento, rivolto dal Questore alla persona, di astenersi dal commettere ulteriori atti di molestia o violenza. Quando il questore emette un ammonimento, sia nel caso di atti persecutori che di violenza domestica, informa la persona ammonita della possibilità di sottoporsi ad un programma di prevenzione organizzato dai servizi del territorio. Da qui il “Protocollo Zeus”.

Le questure si sono attivate per favorire la “presa in carico” della persona ammonita, attraverso accordi con i centri specializzati. Un’altra cosa importante che è stata sperimentata è la piattaforma chiamata “scudo”. Una banca dati che la Polizia di Stato condivide con l’arma dei carabinieri. Qui sono contenuti tutti gli interventi delle pattuglie sul territorio per evidenziare i precedenti interventi nei confronti di vittime di lite, o violenza, anche nei casi in cui non sia stata proposta denuncia o querela.

«Fondamentale anche puntare sulla cultura, sin dalle scuole. Un aiuto è anche l’app YouPol, che consente di inviare segnalazioni, in modalità anonima, di episodi di bullismo, di violenza domestica o di spaccio di stupefacenti. Spesso esporsi per segnalare un episodio funge da deterrente».

Come ha sottolineato il Questore, un ruolo fondamentale è quello delle associazioni, in virtù della prossimità rispetto alla comunità. Come chiarisce Maria Grasso, presidente del centro antiviolenza DonneInsieme “Sandra Crescimanno” di Piazza Armerina, quando si vive in piccole realtà è difficile denunciare. «Si fa fatica a parlare dei propri problemi, a etichettare con “violenza” certi episodi che vengono negati per vergogna o per paura che si sappia in giro. Motivo per cui spesso si rischia che nessuno si rechi fisicamente agli sportelli antiviolenza. Sarebbe meglio creare dei luoghi di aggregazione in cui confrontarsi e in cui lavorare insieme per far sentire le donne meno vulnerabili e sole. I centri antiviolenza e le operatrici formate dei centri antiviolenza potranno offrire alla stessa donna strumenti per capire che quello che le sta succedendo non è normale, che è un reato. Che la colpa non è sua, che non le succederà che i figli le verranno tolti. Che non perderà la stima degli altri restando sola dopo aver denunciato».

Le presidente dell’associazione sostiene che la violenza sia un fatto culturale. Che si dovrebbe insistere a parlarne nelle scuole, ma non negli istituti d’istruzione superiore, bensì quando i bimbi sono più piccoli. «Cambiare la cultura e capire che occorre porre le radici sul rispetto della donna e la parità di genere. Sul concetto di uomini che rispettano le donne e donne che aiutano altre donne abbiamo fondato la nostra associazione. I centri antiviolenza sono nati con l’obiettivo di far rinascere l’identità delle donne dopo esperienze negative. La scuola dovrebbe essere un luogo in cui il rispetto di genere potrebbe essere insegnato, sicuramente non solo l’otto marzo né il 25 novembre, ma con una progettazione strutturata nel tempo».

Maria Grasso

 

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