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Al via “Solidarity”, il test su scala mondiale per sconfiggere il Covid-19

8 Aprile 2020

Gli infettivologi Antonio Cascio e Marcello Tavio (rispettivamente consigliere e presidente nazionale Simit) spiegano come funzionerà il maxi trial clinico che coinvolgerà 70 paesi: ecco tutte le terapie ed i test clinici oggetto dello studio

 

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità si prepara a lanciare il maxi-trial clinico “Solidarity”. Ad essere coinvolti migliaia di pazienti in tutto il mondo e le migliori eccellenze in campo medico, tra cui anche uno tra i massimi esperti in Sicilia, Antonio Cascio, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Palermo e consigliere Simit.

Diverse le terapie e le ipotesi di cura del Covid-19 in fase di sperimentazione, e altrettanto vari i test clinici per individuare la metodica migliore in termini di rapporto benefici/effetti collaterali. Il Solidarity Trial, che partirà in questi giorni, confronterà quattro opzioni di trattamento del coronavirus analizzando le risposte di pazienti di oltre 70 Paesi cercando di individuare quali, tra i farmaci presi in esame, è capace di rallentare e/o bloccare la progressione della malattia. Considerata la velocità di diffusione della malattia, lo studio, esteso a tutto il mondo e coinvolgendo migliaia di pazienti nello stesso momento, mira a ridurre, raccogliendo un maggior numero di evidenze scientifiche, dell’80% il tempo di individuazione della cura rispetto ai singoli trial di estensione minore.

I trattamenti farmacologici selezionati dall’Oms attraverso prove e ricerche di laboratorio sono: il remdesivir, il lopinavir con ritonavir, la clorochina e l’idrossiclorochina e infine il ritonavir con interferone beta-1a. Il trial si apre ad ulteriori trattamenti qualora, in corsa d’opera, emergessero prove di validità. “Al momento non è possibile stabilire con certezza quale sia il trattamento più adeguato. È l’esame su grossi numeri di pazienti e di casistiche a poter produrre dei risultati scientificamente validi”, spiega il professore Cascio.

Il remdesivir è un farmaco già testato nel trattamento dell’ebola, che ha dato riscontri confortanti anche nella cura della sindrome respiratoria del Medio Oriente (Mers-CoV) e della sindrome respiratoria acuta grave (SarS), a loro volta causati da coronavirus, aprendo ipotesi positive anche nel trattamento della SarS-CoV-2.

Per quanto riguarda il lopinavir e il ritonavir si tratta di trattamenti applicati ai pazienti con Hiv. L’interferone beta-1° invece è usato per trattare la sclerosi multipla e che “associato al ritonavir ha un effetto immunomodulante”, sottolinea Cascio.

La clorochina e l’idrossiclorochina sono farmaci nati come anti-malarici capaci di “innalzare il livello del pH, rendendo l’ambiente più basico e difficile per il virus il suo potere di replicarsi, sfruttando un’azione anti-virale indiretta. Inoltre – spiega – questo tipo di farmaci presenta un’intensa capacità anti-infiammatoria e, secondo altri studi, condotti in Francia, riescono ad avere maggiori effetti se associati all’antibiotico azitromicina”.

Un’altra strategia di cura è costituita dal plasma convalescente o “plasma iperimmune” prelevato dai pazienti guariti e che presentano un’elevata quantità di anticorpi, sviluppati a venti/trenta giorni dalla malattia, che possono avere un potere neutralizzante in quanto capaci di bloccare il virus e quindi di far guarire prima i pazienti. “In collaborazione con il centro di Pavia e il nostro centro trasfusionale – annuncia Cascio – preleveremo il plasma dai pazienti che hanno superato la malattia, che somministreremo ai soggetti gravi e che presenteranno le condizioni di poterne beneficiare”.

L’Aifa inoltre ha autorizzato la sperimentazione su farmaci biologici per il trattamento della SarS-CoV-2. Si tratta dell’emapalumab e dell’anakinra. Il primo è un anticorpo monoclonale, il secondo invece un antagonista del recettore per l’interleuchina-1 utilizzati per ridurre l’infiammazione e il distress respiratorio provocati dalla malattia, per intervenire sulla risposta immunologica all’infezione. “Un po’ come accade nelle malattie autoimmuni in cui è lo stesso sistema immunitario a contribuire a danneggiare l’organo bersaglio che, nel caso della SarS-CoV-2 sono i polmoni” spiega Marcello Tavio, presidente Simit e direttore del reparto di Malattie Infettive Emergenti e degli Immunodepressi dell’Azienda Ospedaliero- Universitaria Ospedali Riuniti di Ancona, che specifica come “con gli anticorpi monoclonali si cerca di modificare la risposta biologica attenuando quella immunologica a livello del polmone”. Infine, tra i nuovi studi in atto, quello sviluppato all’Università di Miami e pubblicato su Diabetes Research and Clinical Practice, che si basa sull’ipotesi che i farmaci per la cura del diabete che agiscono sul recettore Dpp4 presente in tutte le cellule, come quelle di bronchi e cuore, lo stesso attraverso il quale il virus riesce ad invaderle, possa essere un valido trattamento anche per il coronavirus.

 

 

 

 

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