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Lombardia Salute e benessere

L'intervista

Anoressia: scegliere di guarire! La libertà ritrovata di Maria Vittoria

Maria Vittoria ha trasformato la sua esperienza in un libro “Anoressia, lo specchio che mentiva agli occhi blu” e in un messaggio potente per chi, come lei, si è trovato a camminare nel tunnel dei disturbi alimentari

Tempo di lettura: 7 minuti
9 Marzo 2026 - di

Quindici anni, un paio di occhi blu che si riflettono nello specchio e una storia che parla di cadute, coraggio e rinascita. Maria Vittoria ha trasformato la sua esperienza con l’anoressia in un libro “Anoressia, lo specchio che mentiva agli occhi blu” e in un messaggio potente per chi, come lei, si è trovato a camminare nel tunnel dei disturbi alimentari. Perché scegliere di guarire, come scrive nella quarta di copertina, significa “ritrovare la libertà di vivere”.

Maria Vittoria Ferrajoli ha quindici anni e la voglia di crescere di qualsiasi adolescente, ma lungo il suo cammino ha incontrato l’anoressia. Un mostro che si insinua nella mente e cambia il rapporto con il cibo e con sé stessi. Maria Vittoria l’ha conosciuto, affrontato e ha deciso di raccontarlo, in occasione della “Settimana Lilla”, la settimana dedicata alla lotta contro i disturbi alimentari.

Sedici anni e il coraggio di raccontarsi

Il suo libro: “Anoressia, lo specchio che mentiva agli occhi blu” nasce quasi per caso. Un compito scolastico di inglese, un progetto personale in cui sviluppare un argomento a scelta. È lì che accade qualcosa di importante: per la prima volta Maria Vittoria prende davvero coscienza di ciò che sta vivendo. Da quell’elaborato nasce l’idea di andare oltre. Il libro viene scritto in inglese e in italiano, una doppia lingua per ampliare il messaggio e raggiungere i suoi coetanei. Non solo un racconto personale, ma una mano tesa verso chi si sente intrappolato nello stesso tunnel. «Ho deciso di scriverlo anche in italiano – racconta – perché volevo che il messaggio arrivasse ai ragazzi come me. L’idea è nata per aiutare chi non riesce a trovare la forza per uscirne».

Quando anche un piatto di pasta diventa una montagna

Chi non ha mai vissuto un disturbo alimentare fatica a immaginare quanto possa essere difficile il rapporto con il cibo. Per Maria Vittoria c’è stato un tempo in cui bastava guardare un piatto di pasta per stare male. Ogni caloria era un ostacolo insormontabile. Mangiare diventava una sfida impossibile. Oggi il rapporto con il cibo è cambiato. È più equilibrato, più sereno. Eppure, Maria Vittoria è lucida nel descrivere la realtà della malattia. «L’anoressia è un disturbo che si cura. Però qualcosa dentro rimane sempre – ammette -. È come una voce nella testa che ogni tanto ritorna. Con il tempo impari a gestirla, a conviverci».

Le amiche che diventano scudo

In ogni percorso di guarigione ci sono persone che fanno la differenza. Nel caso di Maria Vittoria, sono state soprattutto le amiche. Due in particolare: Penelope e Vittoria. «Con Penelope oggi il rapporto non è più quello di un tempo – spiega Maria Vittoria – ma ho scelto comunque di ricordarla nel libro». Un gesto di gratitudine per un’amicizia che, in un momento difficile, è stata importante. Vittoria invece è ancora oggi una presenza costante nella sua vita. «Quando ha scoperto dell’uscita del libro si è emozionata profondamente. Sapere di aver toccato il cuore di un’amica, e di tanti altri ragazzi, è stato per me uno dei momenti più intensi di questo percorso». Le sue amiche hanno avuto un ruolo delicato e prezioso. Non invadenti, ma presenti. «Annotavano in un diario quello che mangiavo – prosegue l’autrice -, lo raccontavano ai loro genitori, che poi informavano mia mamma. E quando vedevano che stavo male, non forzavano le parole. Chiedevano solo “vuoi un abbraccio?”.  A volte facevano anche da scudo con le altre compagne, proteggendomi dalle domande quando non me la sentivo di rispondere». Piccoli gesti che diventano enormi quando si attraversa una fragilità.

«La mia mamma»

Tra le pagine del libro c’è anche il rapporto con i genitori, spesso uno dei nodi più delicati nei disturbi alimentari adolescenziali. Maria Vittoria parla della madre con un’espressione che dice tutto: «la mia mamma». Usa l’articolo per rendere ancora più forte il legame tra loro, intenso, protettivo. Un rapporto costruito nella difficoltà «spesso mentivo» – ammette, ma anche nella fiducia reciproca, perché la guarigione, come spesso accade in questi casi, non è mai un percorso individuale, è un cammino che coinvolge tutta la famiglia.

«Non devo piacere a tutti»

Alla fine del suo viaggio Maria Vittoria ha maturato una consapevolezza che molti adulti impiegano anni a raggiungere. «Ho capito che non devo piacere a tutti e che non devo dare troppo peso al giudizio degli altri». È una lezione preziosa per ogni adolescente. Soprattutto in un’età in cui lo sguardo degli altri sembra determinare il proprio valore. Il messaggio che vorrebbe dare alle sue coetanee è semplice, ma potente: «Dobbiamo vivere la vita. Basta preoccuparsi dei se e dei ma. Questi dovrebbero essere gli anni migliori della nostra vita e non possiamo sprecarli pensando sempre a come gli altri ci vedono».

Sport, leggerezza e futuro

Oggi Maria Vittoria ha ritrovato un rapporto più sereno con il cibo. Lo sport è diventato una valvola di sfogo importante. La sua grande passione è il pattinaggio. «Quest’anno ho dovuto rallentare gli allenamenti per dedicarmi alla scuola e alla scrittura del libro, ma so che tornerò presto sui pattini. Perché pattinare mi fa sentire leggera».

Lo specchio e quegli occhi blu

La copertina del libro è forse il simbolo più potente della sua storia. Ritrae i suoi occhi blu riflessi nello specchio. Non è una scelta casuale. «Lo specchio è importante – sottolinea – perché rappresenta come ti percepisci, come ti vedi. Tutto è collegato alla malattia. Volevo qualcosa di personale che mi identificasse. Emanuela Bellini, che ha curato la copertina dipingendola con gli acquarelli, è stata bravissima». Lo specchio è infatti uno degli oggetti più carichi di significato nei disturbi alimentari. È il luogo in cui si combatte ogni giorno la battaglia con l’immagine di sé. Quegli occhi, però, oggi raccontano anche qualcosa di diverso: la possibilità di guardarsi e riconoscersi.

Rompere il tabù

L’anoressia resta ancora oggi una malattia circondata da molti tabù. Anche nella famiglia di Maria Vittoria c’è stato un momento difficile, quello di accettare di rivolgersi a uno specialista. «A volte fa male dire “porto mia figlia dalla neuropsichiatra” – racconta mamma Lionella – ma non è un disonore e non è una vergogna». Anzi, è spesso il primo passo verso la cura.

Il ruolo della dottoressa Federica Pagani

Nel percorso di Maria Vittoria una figura è stata fondamentale: la dottoressa Federica Pagani, neuropsichiatra infantile presso gli Spedali Civili di Brescia che la segue da tempo. «Negli ultimi tempi i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione stanno cambiando volto – ammette la dottoressa Pagani, neuropsichiatra infantile agli Spedali Civili di Brescia -, dopo il periodo del Covid le diagnosi sono aumentate del 30%. E non riguarda più solo le adolescenti». Crescono anche i casi tra i ragazzi e compaiono nuove forme come la vigoressia, una sorta di “anoressia inversa” legata all’ossessione per la muscolatura. Il dato più allarmante è un altro, l’età di esordio sempre più precoce. «Vediamo bambine già in età prescolare con anoressia nervosa – spiega Pagani – e più l’esordio è precoce, più la manifestazione può essere acuta». Per questo la cura deve essere multidisciplinare: neuropsichiatri, nutrizionisti, dietisti e psicoterapia, con un coinvolgimento attivo dei genitori. «Perché quando le famiglie diventano parte della cura, la guarigione è molto più rapida».

Ambrosia ETS

La storia di Maria Vittoria non finisce con la pubblicazione del libro. Una parte del ricavato sarà infatti devoluta all’associazione Ambrosia ETS, fondata proprio dalla dottoressa Federica Pagani. L’associazione finanzia servizi fondamentali per chi affronta i disturbi alimentari: assistenza domiciliare ai pasti, psicoterapia familiare e supporto anche per famiglie che non vivono nel territorio bresciano. Un modo concreto per trasformare una storia personale in un aiuto per molti altri ragazzi.

 

 

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