L’Italia è uno dei Paesi più longevi al mondo e, con l’invecchiamento della popolazione, i tumori sono sempre più una malattia dell’età avanzata. Colon-retto, mammella, stomaco e neoplasie ginecologiche registrano infatti la maggior parte delle diagnosi tra i 60 e gli 80 anni. Una realtà che sta trasformando profondamente l’oncologia e che impone un cambio di paradigma: superare la semplice età anagrafica per costruire percorsi terapeutici personalizzati e multidisciplinari.
«Ciò che è cambiato maggiormente negli ultimi dieci anni è la consapevolezza che non è l’età cronologica a fare la differenza, ma l’età biologica, cioè la riserva funzionale del paziente- spiega il dottor Isacco Montroni, direttore della Struttura Complessa di Chirurgia Generale Oncologica 2 Colon Retto della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano- Oggi sappiamo inoltre che anche una persona di 80 o 85 anni può avere davanti a sé diversi anni e, soprattutto, una buona qualità della vita da preservare».
Dallo screening di fragilità all’immunoterapia
Per decenni l’età avanzata è stata considerata quasi automaticamente un limite alle cure oncologiche. Un approccio che ha spesso portato a fenomeni di sotto trattamento, con conseguenze negative sulla sopravvivenza. «Escludere un paziente dalle migliori cure soltanto per l’età sarebbe un errore gravissimo – sottolinea Montroni –. Il nostro obiettivo è offrire anche ai pazienti più anziani le stesse opportunità terapeutiche, comprese immunoterapia e trattamenti innovativi, sulla base delle loro condizioni biologiche e non anagrafiche». All’Istituto Nazionale dei Tumori il percorso comincia con uno screening di fragilità, una serie di test rapidi che consentono di valutare vulnerabilità e riserva funzionale. Nei casi più complessi entra in gioco il geriatra, attraverso una presa in carico condivisa con il chirurgo e gli altri specialisti.
Cure costruite intorno alle priorità della persona
La medicina geriatrica oncologica non si limita alla cura della malattia, ma considera anche le aspettative e i bisogni del paziente. «Esistono persone per cui mantenere l’autonomia è più importante del semplice prolungamento della sopravvivenza – sottolinea lo specialista –. Per questo oggi utilizziamo strumenti che permettono di comprendere le priorità del paziente e della famiglia, definendo obiettivi condivisi che guidano le scelte terapeutiche». Un cambio culturale che pone la qualità della vita al centro delle decisioni cliniche.
Chirurgia mininvasiva e tecnologie al servizio degli anziani
La rivoluzione tecnologica degli ultimi anni ha cambiato radicalmente la gestione dei tumori nell’anziano. Laparoscopia, chirurgia robotica e tecniche mininvasive permettono infatti di ridurre lo stress operatorio e favorire una più rapida ripresa funzionale. «Paradossalmente – osserva Montroni – sono proprio i pazienti con una minore riserva funzionale a beneficiare maggiormente di queste tecnologie». Sempre più spazio trovano inoltre programmi preparatori, che combinano nutrizione, attività fisica e supporto psicologico per avviare il paziente al percorso terapeutico e migliorarne gli esiti.
La grande sfida degli studi clinici
Un’altra criticità riguarda la ricerca che ha sempre escluso le persone sopra i 70 anni, rendendo difficile trasferire i risultati alla popolazione che più frequentemente si ammala di tumore.
«Negli ultimi anni c’è stata una maggiore sensibilità verso l’inclusione degli anziani nei trial clinici – prosegue Montroni – ma siamo ancora lontani da una piena rappresentatività. E soprattutto gli studi dovrebbero valutare ciò che interessa davvero i pazienti, come il mantenimento dell’autonomia e della funzionalità quotidiana».
Fragilità sociale e bisogno di una rete
La sfida dell’oncologia geriatrica non è soltanto clinica. Sempre più anziani vivono soli o con reti familiari fragili, una condizione che influenza la gestione delle cure, la durata delle degenze e il rischio di riospedalizzazioni. «Oggi vediamo pazienti che non possono essere dimessi perché i familiari sono lontani o assenti – fa notare il medico –. La fragilità sociale è diventata un problema concreto anche in Italia e richiede risposte a più livelli».
Diagnosi precoce e lavoro di squadra: le priorità del futuro
Secondo lo specialista milanese, l’oncologia geriatrica rappresenterà una delle principali sfide del Servizio Sanitario Nazionale nei prossimi vent’anni. Tra le priorità emergono la diagnosi precoce, l’estensione dei programmi di screening, lo sviluppo di percorsi di preabilitazione e il rafforzamento del lavoro multidisciplinare. «Dobbiamo immaginare modelli organizzativi più virtuosi- conclude Montroni- nei quali geriatra, chirurgo, fisiatra, nutrizionista e psicologo lavorino insieme. La realtà epidemiologica è sotto gli occhi di tutti. L’Italia ha una grande tradizione nel prendersi cura delle persone e questo è un campo che oggi ha particolarmente bisogno di competenze, formazione e visione».





