La cosiddetta “tassa sulla salute” torna a incendiare il confronto politico e territoriale in Lombardia, dove si concentra una larga parte dei lavoratori frontalieri impiegati in Svizzera. Si tratta di un contributo che alcuni lavoratori frontalieri italiani – in particolare i cosiddetti “vecchi frontalieri” (cioè coloro che lavoravano in Svizzera già prima dell’entrata in vigore del nuovo accordo fiscale tra Italia e Svizzera) – potrebbero dover versare al Servizio Sanitario Nazionale (SSN) italiano. Secondo la normativa, questo contributo è calcolato come una percentuale del reddito netto percepito in Svizzera. La misura – prevista dalla normativa statale e demandata alle Regioni di confine per l’attuazione – si tradurrebbe in un contributo tra il 3% e il 6% del reddito netto, con una soglia minima e massima mensile definita dalla cornice nazionale.
La Lombardia al centro del dibattito: “unica” a voler procedere
Nel panorama delle Regioni di confine, la Lombardia sembra la più determinata a portare avanti l’applicazione del prelievo, mentre altrove si registrano scelte più caute o orientate allo stop. Il punto è politico ma anche finanziario: in Regione si ragiona sul contributo come leva di entrate per il servizio sanitario, soprattutto nei territori di confine; sul territorio, invece, cresce la preoccupazione per gli effetti collaterali.
L’allarme dei Comuni di confine: “così perdiamo i ristorni”
Il nervo scoperto, in Lombardia, sono i ristorni: le somme che rientrano in Italia legate alla fiscalità dei frontalieri: In particolare si tratta delle quote di imposte sul reddito trattenute in Svizzera sui salari dei lavoratori frontalieri che vengono restituite (in parte) all’Italia. Il lavoratore frontaliere lavora in Svizzera. Paga le imposte sul reddito alla fonte in Svizzera e una parte di quelle imposte viene retroceduta dalla Svizzera ai Comuni italiani di residenza. In queste ore il tema è stato rilanciato anche da media locali, con un messaggio netto: la scelta lombarda rischierebbe di esporre i Comuni di confine a una reazione svizzera e quindi a un danno economico diretto per i territori.
Il PD porta la questione in Consiglio regionale: “fermarsi per evitare una crisi”
Il salto di livello arriva in aula. Per la seduta del 24 febbraio 2026, i consiglieri regionali Angelo Orsenigo e Samuele Astuti (PD) hanno depositato una mozione urgente chiedendo alla Giunta di intervenire per scongiurare una “crisi economica e diplomatica” con la Svizzera, proprio sul terreno dei ristorni e dei rapporti transfrontalieri.
Sindacati: “pronti al ricorso, misura iniqua e difficile da applicare”
Sul fronte sociale, la contrarietà resta alta. CGIL, CISL e UIL hanno annunciato la disponibilità a impugnare la misura, contestandone l’impianto e segnalando criticità di equità e applicazione dopo la pubblicazione del decreto ministeriale che ha riaperto la partita attuativa.
Le voci dal territorio: “una bomba per pochi spiccioli”
A rendere ancora più teso il confronto in Lombardia contribuiscono anche le posizioni di amministratori e figure politiche locali. Tra gli interventi più duri, quello di Furio Artoni (Luino), che definisce la tassa un fattore destabilizzante per gli accordi e il clima nelle aree di confine, sostenendo che non valga la pena aprire un contenzioso per un gettito limitato rispetto ai rischi complessivi.
Da oltreconfine, la pressione cresce: mozioni e minacce sui ristorni
Nel frattempo, in Svizzera – in particolare in Canton Ticino – il dossier è tornato in primo piano con iniziative politiche che contestano la misura italiana e ipotizzano contromisure, fino alla richiesta di sospendere o ridurre i ristorni. Un segnale che in Lombardia viene letto come un possibile “effetto boomerang” della tassa, proprio mentre la Regione valuta come procedere.
Il punto, oggi: una scelta regionale che vale più del gettito
Il cuore del dibattito lombardo sta tutto qui: finanziare il sistema sanitario chiedendo un contributo aggiuntivo ai “vecchi frontalieri” oppure evitare uno scontro che potrebbe colpire direttamente i bilanci dei Comuni di confine e irrigidire i rapporti con Berna e con i Cantoni. E con la discussione che entra in Consiglio regionale, le prossime settimane potrebbero essere decisive per capire se la Lombardia sceglierà la linea dura o una frenata strategica.





