Roberto Carlo Rossi

Lombardia Dal palazzo

L'intervista al presidente

Rossi (OMCeO Milano): «Ecco le priorità per la professione medica in Italia»

Tra i temi trattati l'importanza della tutela della qualità professionale, la fuga dei medici all’estero, la crisi della medicina territoriale, l’emergenza dei pronto soccorso e l'intelligenza artificiale nella Sanità

Tempo di lettura: 8 minuti
19 Febbraio 2026 - di

A poco più di un anno dalla sua riconferma alla guida dell’Ordine dei Medici della provincia di Milano, il presidente Roberto Carlo Rossi (nella foto) traccia un bilancio sullo stato della professione medica in Lombardia e in Italia. Dal ruolo sempre più centrale degli Ordini, ridefinito dalla legge Lorenzin come ente “sussidiario” dello Stato, alle criticità strutturali del Servizio sanitario nazionale, l’intervista di Insanitas affronta i nodi più urgenti: la tutela della qualità professionale, la verifica dei titoli di studio, la fuga dei medici all’estero, la crisi della medicina territoriale e l’emergenza dei pronto soccorso.

Non manca uno sguardo sulle sfide più attuali: la battaglia contro la deriva antivaccinale, il tema dell’attrattività del sistema pubblico rispetto al privato e alle cooperative, fino al delicato capitolo della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale in sanità, dove- sottolinea Rossi- è indispensabile un presidio etico e deontologico forte.

Quali sono le priorità più urgenti per la professione medica oggi in Lombardia e in Italia?
«La Legge Lorenzin ha ridefinito il ruolo degli Ordini professionali qualificandoli come enti sussidiari dello Stato, e non più semplicemente enti ausiliari. La differenza è sostanziale: la sussidiarietà implica che lo Stato deleghi agli Ordini alcune funzioni che non riesce a gestire direttamente. Gli Ordini restano enti pubblici, ma con una responsabilità più ampia e strutturata. In prospettiva, il nostro ruolo dovrà diventare sempre più centrale, soprattutto nella gestione delle emergenze sanitarie e nelle situazioni di particolare criticità, come dimostrato dall’esperienza del Covid-19. Interpellare gli Ordini è fondamentale perché rappresentano l’intera professione medica. Siamo organismi elettivi- pur con un’affluenza media intorno al 25%- e quindi espressione diretta dei professionisti iscritti. La nostra struttura è in grado di offrire un contributo qualificato nella gestione ordinaria e in quella straordinaria della professione medica, ma anche nell’analisi delle contingenze normative e nella valutazione di ipotesi di riforma. Questo ruolo rappresenta un valore aggiunto per il Servizio Sanitario Regionale e per il Servizio Sanitario Nazionale. Un altro ambito prioritario è la formazione. Gli Ordini svolgono un’importante funzione nell’ambito dell’educazione continua in medicina (ECM). Siamo provider nazionali sia per la formazione residenziale sia per la formazione a distanza (FAD), in modalità sincrona e asincrona».

Fondamentale anche l’educazione sanitaria rivolta alla popolazione.
«Proprio così. L’obiettivo è contrastare la disinformazione e le fake news, ad esempio in ambito vaccinale, promuovendo una cultura scientifica basata sull’evidenza. Inoltre come funzione primaria e fondante degli Ordini vi è la gestione degli Albi professionali. Si tratta di una garanzia fondamentale per i cittadini, sia sotto il profilo disciplinare sia sotto quello della verifica dei titoli di studio e delle competenze. Oggi questa funzione è messa in discussione da normative che continuano a prorogare disposizioni emergenziali introdotte durante la pandemia, relative al riconoscimento di migliaia di lauree conseguite all’estero. In molti casi i percorsi formativi non sono adeguatamente verificati e non sempre offrono garanzie equivalenti a quelle delle università italiane. L’ultima proroga estende questa situazione fino al 2029, creando un evidente vulnus per il sistema. I controlli sui titoli dovrebbero essere effettuati attraverso il Ministero della Salute, verificando la validità del percorso di studi e la sua equipollenza rispetto a quello italiano. Qualora non vi sia piena corrispondenza, dovrebbe essere previsto un completamento formativo prima della validazione definitiva. Naturalmente è indispensabile anche la conoscenza certificata della lingua italiana».

Parliamo della scarsa attrattività del sistema sanitario nazionale. Dal fenomeno delle dimissioni al ricorso alle cooperative: dobbiamo rassegnarci ad un fenomeno strutturale o è possibile risolvere il problema?
«Non possiamo considerarlo un fenomeno inevitabile. Oggi i medici italiani percepiscono retribuzioni tra le più basse del mondo occidentale. Questa situazione non è più sostenibile. Il fenomeno delle cooperative è la conseguenza diretta di questo squilibrio: accade che un medico che lavora poche notti in regime cooperativo guadagni molto più di un collega strutturato che svolge lo stesso lavoro per un intero mese. È evidente che occorre una normalizzazione dei livelli stipendiali, almeno in linea con la media europea. Inoltre, molte specialità particolarmente gravose e ad alto rischio medico-legale- come l’emergenza-urgenza- risultano poco attrattive perché espongono a responsabilità elevate a fronte di compensi inadeguati. Si innesca così un circolo vizioso: gli ospedali non trovano specialisti e ricorrono alle cooperative, con ulteriori squilibri nel sistema. Un altro elemento critico è la responsabilità penale in caso di errore medico, prevista in Italia in misura più ampia rispetto a molti altri Paesi. Non si tratta solo di responsabilità civile, coperta dalle assicurazioni, ma del rischio di procedimenti penali che possono incidere sulla libertà personale. È necessario superare questo assetto e garantire una maggiore tutela ai professionisti, mantenendo naturalmente ferme le responsabilità in caso di dolo o colpa grave».

Una altro  tema attuale è quello delle politiche del personale, dalla carenza di medici al problema del ricambio generazionale. Qual è la situazione in Lombardia?
«La situazione è particolarmente critica nella medicina territoriale. La professione di medico di medicina generale è sempre meno attrattiva: si tratta di un’attività fortemente burocratizzata e il rapporto con l’utenza si è deteriorato, soprattutto dopo la pandemia. Contrariamente a una certa narrazione mediatica, che descrive questi professionisti come privilegiati, i dati dimostrano che la professione non è più considerata attrattiva dalle nuove generazioni. In alcune aree della Lombardia si è dovuto ricorrere ad ambulatori medici temporanei per sopperire alla carenza di medici di base. Anche negli ospedali la situazione è problematica. Molti reparti sono sotto organico, in particolare quelli più gravosi e a maggiore rischio, come i pronto soccorso. In numerose strutture, a fronte di dieci pensionamenti, vengono effettuate solo quattro nuove assunzioni. Questa dinamica, protratta negli anni, incide inevitabilmente sui tempi di attesa e sulla qualità dell’assistenza».

Altre criticità?
«La burocrazia sottrae inoltre tempo prezioso all’atto medico, aggravando il disagio professionale. In questo contesto si rafforza il settore privato, che tuttavia persegue finalità legittimamente diverse rispetto al Servizio Sanitario Nazionale. Preoccupante è anche il fenomeno della fuga dei medici all’estero. Dieci anni fa firmavo uno o due certificati di “good standing” alla settimana; oggi ne firmo due o tre al giorno, nonostante per l’area SEE la certificazione sia ora rilasciata direttamente dal Ministero della Salute. L’aumento è esponenziale. A lasciare l’Italia sono sia giovani professionisti sia medici di grande esperienza, attratti da Paesi che offrono condizioni economiche e professionali più vantaggiose. Il problema non è solo economico, ma anche legato allo status sociale della professione, che negli ultimi anni ha subito un evidente ridimensionamento».

Su vaccini e commissioni vaccinali, in che modo l’Ordine dei Medici può e intende offrire il suo contributo?
«Abbiamo ritenuto doveroso intervenire perché nominare in una commissione vaccinale una persona che esprime posizioni contrarie ai vaccini rappresenta un evidente paradosso. Le strategie vaccinali e il calendario vaccinale devono essere definiti a livello nazionale, con il contributo della Federazione nazionale degli Ordini. Le Regioni sono chiamate a coordinare l’attuazione operativa delle direttive nazionali, e su questo piano collaboriamo costantemente con le commissioni vaccinali regionali. A livello territoriale, occorre definire modalità efficaci di coinvolgimento dei medici e della popolazione. Crediamo fortemente nell’attività vaccinale e riteniamo necessario contrastare la deriva antivaccinale emersa negli ultimi anni, soprattutto dopo la pandemia. Le decisioni in materia di salute pubblica devono essere assunte da chi possiede competenze scientifiche specifiche e sulla base delle evidenze disponibili».

La digitalizzazione dei servizi sanitari crea aspettative ma anche preoccupazioni. Qual è il ruolo dell’ordine rispetto ad una professione in continua evoluzione?
«Sicuramente uno dei compiti principali degli Ordini sarà esercitare un controllo etico e deontologico sull’impiego dell’intelligenza artificiale in ambito sanitario. Ad esempio, il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 rappresenta un passaggio cruciale, rispetto al quale gli Ordini dovranno esprimere un contributo chiaro. Le modalità di compilazione e gestione dei dati possono infatti comportare responsabilità e rischi per i professionisti che dovranno essere adeguatamente informati e formati».

C’è il grande capitolo dell’intelligenza artificiale…
«È necessario interrogarsi su come vengono costruiti gli algoritmi e quali criteri guidano chi li genera. Gli algoritmi possono orientare scelte cliniche, suggerire esami o terapie, indicare l’utilizzo di determinate molecole o farmaci. Tali scelte hanno implicazioni economiche rilevanti e possono spostare risorse significative. È quindi essenziale chiedersi chi controlli questi processi e secondo quali regole. Ancora più delicato è il caso di algoritmi impiegati per stabilire priorità di accesso a cure salvavita, come nel caso dei trapianti. Decisioni di questo tipo non possono essere affidate esclusivamente a sistemi automatizzati senza un solido presidio etico».

Importante anche il tema dell’accessibilità…
«Le tecnologie più avanzate richiedono ingenti risorse energetiche ed economiche. Esiste il rischio concreto che le innovazioni più performanti diventino accessibili solo a chi dispone di maggiori mezzi economici, ampliando le disuguaglianze. Anche su questo fronte è necessario un presidio istituzionale e deontologico forte, per garantire equità e tutela della salute pubblica».

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