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Lombardia ASP e Ospedali

L'intervista

Al Niguarda la nuova frontiera dei trapianti robotici con il trapianto combinato di pancreas e rene

Il trapianto è stato eseguito, per la prima volta in Italia, interamente con chirurgia robotica dal professor Stefano Di Sandro che lancia una sfida per il futuro: far crescere in Italia la cultura della donazione di organi da vivente

Tempo di lettura: 4 minuti
18 Marzo 2026 - di

La chirurgia dei trapianti sta vivendo una trasformazione profonda grazie alla tecnologia robotica. In Italia uno dei protagonisti di questa evoluzione è il professor Stefano Di Sandro, chirurgo dei trapianti e direttore della Chirurgia Epatica e dei Trapianti di Fegato e Rene dell’Ospedale Niguarda di Milano.

Lo scorso 10 dicembre 2025 la sua équipe ha realizzato un intervento senza precedenti: il primo trapianto combinato di pancreas e rene eseguito interamente con chirurgia robotica nel nostro Paese. Il paziente, un uomo di circa 50 anni affetto da una grave forma di diabete e da insufficienza renale cronica, era in lista d’attesa per il trapianto di pancreas dal 2021 e per quello di rene dal 2024 ed era costretto alla dialisi. Dopo l’intervento la sua vita è cambiata radicalmente: non ha più bisogno né della dialisi né dell’insulina.

Professore, cosa rende questo trapianto così innovativo?

«La particolarità di questo intervento è che tutte le fasi sono state eseguite con il robot chirurgico, senza passaggi alla chirurgia tradizionale. In passato erano stati descritti interventi simili con approccio “ibrido”, in cui il robot veniva utilizzato solo per alcune fasi. Nel nostro caso invece la procedura è stata completamente robotica».

Come opera il chirurgo durante un trapianto robotico?

«Il chirurgo lavora seduto alla console del robot Da Vinci con la testa in un visore tridimensionale e controlla i bracci robotici tramite joystick. Gli strumenti entrano nell’addome attraverso quattro piccoli accessi. Nella chirurgia tradizionale, invece, un trapianto richiede una grande incisione lungo tutto l’addome. Con il robot realizziamo solo una piccola incisione di circa cinque centimetri per introdurre gli organi».

Quali sono i vantaggi per il paziente?

«Il robot consente movimenti di microchirurgia e una visione molto amplificata, che permettono una precisione superiore alla mano umana. Questo si traduce in ricostruzioni vascolari più accurate e quindi in una maggiore sicurezza dell’intervento. Inoltre, l’impatto chirurgico è molto ridotto: cicatrici minime, meno dolore, degenza più breve e recupero più rapido».

Lei è diventato direttore della struttura a Niguarda da poco tempo. Che tipo di innovazione sta portando?

«Sono arrivato a Niguarda il 1° dicembre 2025 e insieme alla mia équipe nel primo mese abbiamo eseguito 31 trapianti, molti dei quali con tecnica robotica. La chirurgia robotica era già presente, ma non applicata a interventi di questa complessità. Il nostro obiettivo è estendere l’approccio robotico ai trapianti, rendendo procedure tradizionalmente molto invasive sempre più precise e mininvasive».

Quanto conta il lavoro di squadra in un intervento così complesso?

«È fondamentale. Un trapianto combinato come quello di pancreas e rene richiede il lavoro coordinato di nefrologi, diabetologi, anestesisti, chirurghi, infermieri e tecnici. Solo con una squadra multidisciplinare ben organizzata si possono affrontare interventi di questa complessità».

Come si formano oggi i nuovi chirurghi robotici?

«La formazione è un aspetto centrale. I sistemi robotici dispongono di una doppia console, che permette al chirurgo esperto di affiancare il giovane durante l’intervento e passargli progressivamente i comandi.  È un sistema molto efficace per insegnare la chirurgia mininvasiva e per formare la prossima generazione di chirurghi dei trapianti».

Accanto alla tecnologia, lei sottolinea anche l’importanza della donazione da vivente. Perché?

«Il trapianto da donatore vivente, soprattutto per rene e fegato, è spesso qualitativamente superiore perché l’organo e il donatore vengono studiati con grande attenzione e l’intervento può essere programmato. Per questo è importante diffondere maggiore consapevolezza tra medici e famiglie sulla donazione da vivente».

Qual è la direzione futura della chirurgia dei trapianti?

«La tecnologia ci permette di fare interventi sempre più complessi con un impatto chirurgico minore. L’obiettivo è rendere i trapianti ancora più precisi, sicuri e mininvasivi, migliorando la qualità di vita dei pazienti. La mia attenzione professionale si concentra su tre pilastri: chirurgia del robot, trapianti tra donatori viventi e chirurgia epatobiliare eseguita con approccio mininvasivo robotico.  L’Italia che è forse il primo Paese al mondo per i trapianti da donatore deceduto, non lo è nella donazione da vivente. Invece occorre promuovere questa soluzione perché, non solo si accorciano i tempi di attesa, ma si garantisce un risultato superiore in termini di sopravvivenza».

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