La recente delibera di Regione Lombardia istituisce la Rete regionale per la presa in carico delle donne con neoplasie ginecologiche, con un primo focus strutturato sul tumore dell’ovaio. Il provvedimento individua nove centri di eccellenza selezionati secondo criteri inseriti nelle raccomandazioni della European Society of Gynaecological Oncology (ESGO), con l’obiettivo di concentrare la chirurgia oncologica in strutture ad alto volume e alta specializzazione In Lombardia sono stati individuati l’ Istituto Europeo di Oncologia IEO, l’Istituto Nazionale dei Tumori, l’Ospedale San Raffaele e Ospedale Humanitas San Pio X a Milano, l’ASST Sette Laghi di Varese, IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza, gli Spedali Civili di Brescia e l’IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia. Quale ricaduta avrà questa nuova organizzazione sulle pazienti? Lo abbiamo chiesto alla prof.ssa Domenica Lorusso, Responsabile di Ginecologia Oncologica presso Humanitas San Pio X e Professoressa Ordinaria di Ostetricia e Ginecologia Humanitas University.
Professoressa Lorusso, cosa significa essere uno dei nove centri accreditati?
«La delibera rientra in una riorganizzazione dell’oncologia ginecologica in Lombardia, oggi focalizzata sul tumore ovarico. È un percorso analogo a quanto già fatto con le Breast Unit e le Pancreas Unit. L’esigenza nasce da dati chiari: nei Paesi del Nord Europa, dove il trattamento delle pazienti con tumori ginecologici è concentrato in centri altamente specializzati, la sopravvivenza è maggiore. Questo vale in generale, ma soprattutto per le patologie rare, e il tumore dell’ovaio lo è. I criteri di selezione sono stati qualitativi e quantitativi: numero di pazienti trattate, percentuale di citoriduzioni complete, presenza di team multidisciplinari con genetista, nutrizionista, psico-oncologo, fisioterapista, gestione dei trial clinici e sicurezza delle terapie. Dopo un’autocertificazione iniziale, sono seguite verifiche regionali. Oggi nove centri rispondono pienamente a questi standard».
Cosa cambierà nella presa in carico delle pazienti?
«Ci aspettiamo un aumento dell’affluenza, ma la Regione ha selezionato centri già strutturati per sostenerla. In Lombardia il tumore dell’ovaio colpisce circa 600 donne l’anno: distribuite su nove centri significa circa 70 casi annui ciascuno, secondo la possibilità di presa in carico delle singole strutture. Per noi si rafforza soprattutto l’organizzazione: agende e percorsi dedicati, coordinamento territoriale. Non esiste un obbligo formale di invio, ma una logica di distribuzione geografica e di appropriatezza clinica».
In tema di prevenzione quali sono le novità che possono arrivare dalla nuova organizzazione?
«A differenza di cervice, mammella o colon, oggi non esiste uno screening strutturato che abbia dimostrato un aumento della sopravvivenza per le pazienti con tumore ovarico. L’unica forma di prevenzione primaria parte da un approccio genetico: fino al 25% dei tumori ovarici è legato infatti a mutazioni ereditarie. Per cui abbiamo invertito il paradigma dell’accesso ai test, partiamo dalla paziente con malattia, analizziamo il tumore, cerchiamo la mutazione e poi la confermiamo nel sangue. Se è germinale, attiviamo una prevenzione “a cascata” sui familiari. È un modello più efficace rispetto alla ricerca nella popolazione generale che fino ad oggi si è concentrata prevalentemente su criteri di età e familiarità».
Possiamo dire che il tumore ovarico è sempre un “killer silenzioso”?
«Non esattamente. I sintomi ci sono, ma sono aspecifici: gonfiore addominale persistente, dolore, alterazioni intestinali, urgenza minzionale. Spesso vengono trattati come disturbi gastrointestinali, ritardando la diagnosi».
Quali esami sono allora fondamentali?
«L’ecografia transvaginale è il primo livello. Nei centri di riferimento esistono ecografie di secondo livello con criteri europei per stimare il rischio di malignità. Tuttavia, in presenza di sintomi persistenti, anche con ecografia negativa, è indicata una TAC: il 10% dei casi può avere ovaie apparentemente normali ma malattia peritoneale».
Per quanto riguarda la chirurgia quali cambiamenti sono in atto nei centri di eccellenza?
«La chirurgia resta centrale: l’obiettivo è residuo tumorale zero. Questo impatta direttamente sulla sopravvivenza. Quando non è possibile ottenere subito una resezione completa, utilizziamo la chemioterapia neoadiuvante per ridurre la massa e operare dopo tre cicli. Oggi stiamo integrando strumenti di intelligenza artificiale per combinare dati clinici, radiologici e molecolari e scegliere il percorso ottimale per ogni paziente.»
E sul fronte delle terapie mediche?
«La biologia molecolare ha dimostrato che non esiste “un” tumore ovarico, ma molteplici sottotipi. Alla chemioterapia standard si affiancano terapie di mantenimento personalizzate, ovvero anti-angiogenetici, PARP-inibitori e le combinazioni dei due. Non solo, siamo in grado di affiancare una nuova generazione di farmaci, gli anticorpi farmaco-coniugati. È una sorta di “cavallo di Troia”, l’anticorpo riconosce il recettore tumorale, veicola la chemioterapia dentro la cellula e la rilascia selettivamente. Abbiamo già il primo approvato nella recidiva platino-resistente e oltre 40 studi clinici sono in corso o in partenza nelle neoplasie ginecologiche».
È possibile preservare la fertilità?
«Nei tumori iniziali, di basso grado e istologicamente poco aggressivi, la preservazione della fertilità è oggi una possibilità concreta. Occorre diagnosi precoce e selezione accurata delle pazienti».
Guardando al futuro, per le donne colpite da tumore ovarico, quali sono le prospettive?
«La rete lombarda dell’eccellenza rappresenta un modello organizzativo basato sugli esiti: centralizzazione della chirurgia complessa, multidisciplinarietà, integrazione della genomica e accesso alla sperimentazione clinica. Parallelamente, la ricerca si sta orientando verso biomarcatori precoci su sangue periferico, possibili segnali predittivi nel Pap test, intelligenza artificiale applicata alla stratificazione del rischio, sviluppo di nuovi anticorpi farmaco-coniugati. Non ho mai visto – conclude Lorusso – un fiorire della ricerca e delle opportunità terapeutiche come in questo momento. Con centri accreditati, innovazione tecnologica e medicina personalizzata, il futuro per le donne con tumore dell’ovaio è più roseo di quanto non sia mai stato».





