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L’isolamento e la capacità di essere soli

3 Maggio 2020

Le limitazioni imposte dall'emergenza coronavirus ci hanno messo a contatto con l'abitudine, forse perduta, di rimanere soli co noi stessi

Anna Maria Ferraro (psicologa, psicoterapeuta)

In questi mesi si è molto parlato di solitudine, per questo vorrei provare a guardarla in almeno due suoi aspetti: il primo inteso come capacità di raccogliersi, d’instaurare un contatto profondo con se stessi; e il secondo inteso come condizione di fatto, come isolamento forzato che è tutt’altra cosa.

Perché mi sembra importante provare recuperare, almeno nel dibattito pubblico, il valore di una condizione che non è solo un demone da combattere ma una risorsa da sviluppare.

In terapia, per esempio, la capacità di contatto e dialogo profondo con se stessi è la cosa più difficile, direi l’ultimo traguardo, ma anche il più importante, il più tutelante, perché è solo a quel punto, qualunque sia la condizione di partenza, che i pazienti riescono a mettere insieme le cose, a risolvere i conflitti, a modificare situazioni che sembravano immodificabili e, infine, a non soccombere più ai sintomi.

Naturalmente, non è soltanto la terapia il luogo in cui si può coltivare questo dialogo, c’è la lettura, c’è il silenzio, c’è la nostra quotidianità. Tuttavia, da qualche decennio, viviamo in un mondo che sempre meno ci consente di “restare soli con noi stessi” perché s’insinua, s’impone, reclama continuamente la nostra attenzione. Siamo tutti sovraccarichi di informazioni, notifiche, pubblicità personalizzate, serie web pensate apposta per essere consumate d’un fiato, compulsivamente cioè. Insomma, in un modo o in un altro, siamo tutti abitanti di un mondo da cui è difficile sottrarsi. Ma quanto e come, abitando questo mondo, abbiamo la possibilità di dialogare con noi stessi? Di “frequentare” la nostra intimità? E quanto e come, non frequentandola, rischiamo di risultare, alla fine, un po’ stranieri anche a noi stessi?

Persino nella stanza d’analisi, che è un luogo deputato a proteggere e incoraggiare il dialogo interiore, mi capita di osservare che alcuni pazienti tendono a tenere il cellulare sul sedile della poltrona, che s’illumina, che vibra, che suona talvolta, sottraendo inevitabilmente un po’ d’attenzione al momento presente. E’ come se il mondo là fuori non potesse, non volesse, essere messo da parte neanche per un po’. A questo genere di mi riferisco quando dico che dovremmo rivalutare la solitudine come condizione necessaria e non liquidarla sbrigativamente come invece, a volte, accade.

Perché, se intesa come possibilità di contatto con se stessi, la solitudine, o come affermava Winnicott “la capacità di essere soli” è uno dei segni più importanti dello sviluppo affettivo sano. E più il mondo tenta di espugnare la capacità di raccoglierci, inducendoci a comportamenti compulsivi, più la solitudine può proteggerci da questo tentativo d’assedio della nostra mente, facendosi vestale delle capacità riflessive e introspettive.

A proposito del rischio di diventare un po’ stranieri a noi stessi, non dialogando con noi stessi, e di come, invece, intesa come dialogo interiore, la solitudine possa soccorrerci nelle condizioni d’isolamento forzato, mi viene in mente Lo straniero di Camus in cui il protagonista Meursault, dopo essere stato arrestato, racconta d’aver trascorso la condizione d’isolamento del carcere ricordando. Non sapendo che fare, aveva iniziato a ricordare la sua stanza da ragazzo, partendo sempre dallo stesso punto, prima vago e via via, si era accorto che esercitandosi a ripercorrerla ogni giorno, la stanza acquisiva dettagli, si mostrava negli angoli, nei posti più nascosti, negli oggetti che la abitavano, i quali, a loro volta, acquisivano tridimensionalità, dettagli, difetti, sicché l’esercizio diventava sempre più impegnativo e le ore necessarie a compierlo numerose. Tanto che Meursault conclude che un uomo che avesse vissuto anche un solo giorno potrebbe trascorrere cento anni in prigione: avrebbe abbastanza ricordi per non annoiarsi.

Forse è la stessa capacità a cui si affidano gli anziani e, particolarmente, gli anziani in alcune RSA di cui abbiamo letto, non tutte, per fortuna, così simili alle carceri.

Ma poi Meursault racconta anche del rischio d’abituarsi alle nuove condizioni, qualunque esse siano. Si accorgeva, infatti, che pian piano aveva sostituito alla voglia di passeggiare a mare, la voglia dell’ora d’aria. E questo è un rischio, secondario, ma reale, alle varie condizioni di isolamento in generale, e forse anche alla nuova condizione di distanziamento sociale che ci prepariamo a vivere. Per questo anche se non potremo prendere un caffè come eravamo abituati a fare, anche se non potremo abbracciarci, e se alcuni di noi – penso soprattutto ai ragazzi – dovranno continuare a frequentare un mondo virtuale, non dobbiamo dimenticarci d’essere corpo, e corpo in festa, che ha voglia di altri corpi, di sfiorarli o stringerli appena si potrà, e non soltanto di evitarli come potenziali veicoli di virus invisibili.

Perché se è vero che la solitudine è una risorsa, è vero anche che se vissuta forzatamente, può portare a una sorta di desensibilizzazione emotiva, cognitiva e direi persino sensoriale verso il mondo. A questo proposito, oltre ad alcuni specifici fenomeni patologici (gli hikikomori per esempio), penso ancora agli anziani, che se da un lato, avendo abitato un mondo meno invadente del nostro, potrebbero insegnarci la virtù della solitudine, dall’altro “scaricati” nelle RSA, ci hanno mostrato i segni dell’isolamento forzato, il deperimento del corpo e dello spirito, nonostante loro, molto più di noi, siano avvezzi e predisposti alla solitudine virtuosa.

Forse come affrontare questa prossima fase di “distanziamento sociale” dovremmo chiederlo proprio a loro, che saprebbero suggerircelo nella sostanza, oltre che nella forma, raccontandoci come sopportare la distanza, e ogni distanza, tanto negli aspetti d’inevitabile sofferenza, quanto nei risvolti di attesa, speranza e pazienza, che noi, involontari interpreti di un mondo affollato e frettoloso, facciamo più fatica a cogliere.

Infine, concludo con l’augurio che noi tutti sapremo non trasformare questo nostro mondo in un gigantesco “non luogo-covid”. Salviamolo, salvaguardandolo in tutti i suoi luoghi d’incontro e fintantoché non potremo ritornare ad abitarli, valgano per noi le parole di Pessoa che “è in noi che i paesaggi hanno un paesaggio” e che sta a noi non disperderli, un po’ come Meursault con la sua stanza, chiedendo alla nostra capacità restare soli, ovvero al dialogo con noi stessi, la possibilità di difenderci dagli isolamenti e i distanziamenti, per quel po’ che è possibile, finché necessario.

 

 

 

 

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