L’affare della procreazione assistita: come le regioni del nord si sarebbero arricchite truffando la Sicilia

22 Marzo 2016

Secondo un esposto alla Corte dei Conti, la nostra regione avrebbe sopportato un costo annuo di circa 8 milioni di rimborsi non dovuti relativamente ai cicli di PMA effettuati altrove: venivano utilizzati da quelle strutture sanitarie, infatti, i codici di altre prestazioni.

 

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PALERMO. Una truffa ai danni delle casse regionali, perpetrata ormai da anni da diverse strutture sanitarie del nord Italia ai danni della Sicilia, con l’aggravante che il sistema sanitario regionale avrebbe avuto consapevolezza di ciò che stava accadendo.

L’affare è quello legato alla cosiddetta procreazione medicalmente assistita (PMA), che si riferisce a tutte le prestazioni utilizzate dal sistema sanitario per aiutare il concepimento, laddove questo non possa riuscire spontaneamente. Si va dalla fecondazione intrauterina a quella in vitro, fino all’eterologa con ovociti da donatrice.

Le procreazioni medicalmente assistite non rientrano nei Livelli essenziali di assistenza nazionali (LEA), tuttavia sono tantissime le strutture pubbliche che in Italia le effettuano in regime pubblico, quindi con il sostegno del servizio sanitario. Ciò può avvenire lecitamente in quelle regioni che hanno inserito le PMA nei propri livelli di assistenza regionale. Fra queste però non c’è la Sicilia.

Come potrebbe allora la Regione Sicilia spendere 8 milioni di euro ogni anno per prestazioni, fatte fuori dall’isola, che non sono inserite né nei LEA nazionali né in quello regionale?

IL MECCANISMO FRAUDOLENTO

È evidente che queste non sarebbero rimborsabili ma, secondo un esposto depositato alla Corte dei Conti, il meccanismo messo in campo sarebbe semplice quanto diabolico: le strutture sanitarie che le effettuano utilizzerebbero codici di rimborso relativi ad altre tipologie di intervento in utero (queste sì, previste nei LEA) creando di fatto i presupposti per una frode ai danni del sistema sanitario regionale della Sicilia.

Ad esempio, alla fecondazione in vitro (la principale e più complessa fra le prestazioni richieste fuori regione) verrebbero attribuiti in genere codici di ricovero che fanno riferimento a «interventi sull’utero e annessi non di carattere oncologico» (DRG 359) o ancora «altri interventi sull’apparato femminile» (DRG 365).

A questi codici, volutamente generici, vengono poi applicate le tariffe: ed è qui che oltre al danno arriverebbe la beffa. Ogni regione, infatti, adotta le sue, e se in Sicilia ad esempio il costo medio per un intervento di fecondazione in vitro “mascherato” con il DRG 359 è di 2.500 euro, si arrivano a rimborsare oltre 5.200 euro per lo stesso tipo di prestazione alla Regione Lombardia, che utilizza sistematicamente un doppio codice (DRG 359 + DRG 365) e quindi un doppio rimborso.

I costi di questo meccanismo distorto, se verificato, sarebbero vertiginosi: si stima che nel solo 2008 ben 2.000 cicli di PMA sono stati effettuati fuori regione, generando un debito a rimborso di circa 8 milioni di euro. Di questi quasi 2 milioni alla sola regione Lombardia dove, in quell’anno, si sono effettuati per la fecondazione in vitro ben 378 cicli destinati a coppie siciliane. Sempre nel 2008 sarebbero state ben 720 i cicli effettuati in Toscana mentre il record spetta all’Emilia Romagna, con 860 cicli effettuati per consentire la fecondazione a coppie provenienti dalla Sicilia.

Che qualcosa non funzionasse lo si poteva evincere già da quanto registrato nel Piano Sanitario Regionale 2001/2013, che mostra una evidente anomalia laddove si dichiara che la mobilità extraregionale per prestazioni di PMA aveva avuto «un impatto negativo non indifferente per i conti sanitari regionali».

Il trucco dei codici DRG in realtà veniva usato anche in Sicilia. Ha fatto discutere non poco, ad esempio, il caso dell’Ospedale Papardo di Messina, dove il primario di Ginecologia, ostetricia e procreazione assistita, Antonino Abbate, qualche anno fa decise di chiudere battenti dichiarando: «Con la legge oggi in vigore in Sicilia la fecondazione in vitro non potrebbe essere rimborsata dal servizio sanitario. Lo stabilisce un decreto del 2005 a firma dell’ex assessore Pistorio (governo Cuffaro ndr). Chi nel pubblico ha continuato a lavorare in questi anni, lo ha fatto utilizzando voci improprie di rimborso. Io non me la sono sentita e ho deciso di chiudere i battenti dell’unità di fisiopatologia della riproduzione, scrivendo alla Direzione generale e ventilando il rischio di contestazioni de parte della Corte di conti».

Era il 2008. Ora, a distanza di quasi 8 anni da questa pubblica denuncia, il quadro normativo è ancora lo stesso e, con ogni probabilità, anche il meccanismo descritto dal dottore Abate.

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