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noa pothoven

Può un adolescente decidere della sua vita? Riflessioni sulla “scelta” di Noa e lo sviluppo psicofisico degli adolescenti

10 Giugno 2019

Il delicatissimo tema del fine vita non ha solo implicazioni giuridiche, c'è una premesse che riguarda lo sviluppo bio-psichico dell’adolescente che è trasversale a ogni Stato e legislazione, ed ha caratteristiche universali

Anna Maria Ferraro, psicologa

di Anna Maria Ferraro (Psicoterapeuta)

Nei giorni scorsi si è molto discusso del suicidio di Noa Pothoven, adolescente di 17 anni, olandese, che ha deciso di morire d’inedia. Questa decisione, annunciata, resa pubblica e poi in qualche modo accompagnata dai familiari, lascia dietro di sé e davanti a noi una scia di domande alle quali non possiamo sottrarci.

Al di là delle imprecisioni inizialmente diffuse dalla stampa, abbiamo letto che il suicidio di Noa non può configurarsi come eutanasia (caso in cui i medici intervengono attivamente per porre fine alla vita del paziente), né come suicidio assistito (caso in cui i medici forniscono le sostanze ai pazienti per porre loro, autonomamente, fine alla loro vita), ma come suicidio vero e proprio.

Un suicidio dalle caratteristiche anomale, tuttavia, perché Noa non si è buttata improvvisamente giù da una finestra, non ha armeggiato sordamente con qualche arnese trovato in casa o in garage in un giorno di ordinaria disperazione, non ci ha lasciato addosso – come i suoi coetanei – l’atroce peso di non essercene accorti, perché Noa, la sua scelta di abbandonare la vita, la ha annunciata, l’ha resa pubblica, ha perseverato in questa scelta e ne ha amaramente reso partecipe la famiglia. Per questo il suo addio scava in noi, un profondo silenzio, e molte domande.

Domande che slittano dal piano psichico a quello etico, a quello sociale, a quello politico, e a cui forse non è possibile trovare una precisa collocazione, ma che certo non possono, non devono, impantanarsi intorno al dibattito pro-vita o pro-eutanasia/suicido assistito, perché non è questo il punto.

Perché di là delle tradizioni libertarie in materia di fine vita, su cui ognuno può avere la sua legittima opinione, il punto é: può un’adolescente (intanto un’adolescente) peraltro con gravi sofferenze psichiche, decidere della sua vita?

Se per ogni Stato si può essere maggiorenne ad una x età, e comunque via via nel diritto di compiere alcune scelte, lo sviluppo bio-psichico dell’adolescente, è trasversale a ogni Stato e legislazione, ed ha caratteristiche universali. Tra queste vale la pena di ricordare che in adolescenza mentre lo sviluppo delle strutture limbiche, sede dei processi emozionali, si avvia precocemente, lo sviluppo del lobo frontale, sede, invece, della capacità di regolare le emozioni e gli impulsi, nonché di avere consapevolezza delle proprie azioni, non è ancora ultimato. Sarà l’ultima parte del cervello a svilupparsi.

Pertanto, questo sbilanciamento nello sviluppo tra l’area limbica, sede dell’emotività, e l’area frontale, sede del ragionamento e del controllo, determina una sorta di sovraccarico nell’esperienza emotiva degli adolescenti, e fa sì che essi siano guidati più dalle emozioni e dagli istinti, che dalla riflessione. Tutti gli adolescenti. Sia quelli con storie felici che quelli con storie drammatiche.

Allora, dianzi alla scelta di Noa, più che sulla legittima autodeterminazione, e sulle tradizioni libertarie in tema di morte, dovremmo interrogarci sulle responsabilità del mondo adulto nel proteggere gli adolescenti da decisioni autolesive e, talvolta, definitive.

Dovremmo chiederci: ma se un’adolescente è in grado di imporre così proprio suicidio, dove sta il limite, la differenza, il confine, tra mondo adulto e quello adolescenziale?

Chi si assume la doverosa responsabilità vicaria verso un adolescente? Solo in coda a queste domande, a mio avviso, possiamo ampliare la riflessione e chiederci che ruolo ha la cornice sociale? Che ruolo ha avuto nella storia di Noa, la cornice sociale e legislativa Olandese, nel far sì che, alla fine, ci si arrendesse alla sua decisione, rinunciando alla possibilità di offrire alternative credibili e altre possibili risposte al suo dolore?

Forse, questa dolorosissima vicenda scosta il sipario sull’esito di un collasso – a mio avviso – infelice tra cultura libertaria in merito al diritto alla morte, determinazione di un’adolescente estremamente sofferente, che affronta il suo strazio con gli “strumenti” dell’adolescente, e amara resa della famiglia.

Forse, voglio dire, in questa storia, o nel modo in cui ci è stata raccontata, si sono mischiate un po’ le carte in tavola, mettendo insieme l’impotenza, l’incapacità, la difficoltà, la fatica immensa, ma anche necessaria, a offrire alternative credibili, auspicabili e percorribili a un’adolescente in grave difficoltà (fatica che alcune tipologie di pazienti, non solo adolescenti, tipicamente richiedono, e ogni clinico lo sa) con il diritto di autodeterminazione alla morte, che è un’altra cosa.

Forse la confusione si è creata davvero, nella più intima coscienza di chi ha vissuto questa storia fino in fondo. Forse per questo dobbiamo sforzarci di tenere di più vicini, e allenarci a leggere le possibili connessioni, nonché i possibili collassi, tra le vicende dei singoli, degli adolescenti, degli adulti, e le loro cornici sociali.

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