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La paura ed il diniego dietro il fenomeno dei “no vax”

6 Gennaio 2021

Nella stanza d’analisi quando capisco che il paziente non vuol sentire né quello che sto dicendo, né quello che tra le pieghe del discorso sta dicendo lui, pungolo un po’. Giusto un po’. Appena qualche considerazione per capire se il varco per il confronto è socchiuso o completamente chiuso. E quando è completamente chiuso, come […]

Anna Maria Ferraro (psicologa, psicoterapeuta)

Nella stanza d’analisi quando capisco che il paziente non vuol sentire né quello che sto dicendo, né quello che tra le pieghe del discorso sta dicendo lui, pungolo un po’. Giusto un po’. Appena qualche considerazione per capire se il varco per il confronto è socchiuso o completamente chiuso. E quando è completamente chiuso, come a volte accade, non insisto, piuttosto senza scoraggiarmi aspetto. Sostengono la mia attesa l’esperienza e la fiducia nei confronti della verità, in tutte le sue sfumature: comoda, scomoda, conscia, inconscia, stretta, larga, nascosta, lapalissiana, solida, traballante, confortante o sconfortante. E alla fine, generalmente, è il paziente stesso che mi porta lì, dove prima non voleva o non poteva andare, perlomeno in mia compagnia. L’apertura nei confronti della verità – che è sempre prospettica e mutevole e dunque generatrice di conflitti interiori che talvolta preferiremmo non affrontare – la si può conquistare in un periodo relativamente breve o anche a distanza di anni. Non è raro, infatti, che i pazienti tornino in analisi proprio per parlare di quello di cui prima non volevano, non sapevano o non potevano parlare. Non c’è una regola né un tempo giusto per farlo: ognuno ha il suo, e finché non siamo pronti a reggerla la verità, col suo bagaglio potenzialmente conflittuale, essa si nasconde alla nostra consapevolezza tramite l’uso di meccanismi di difesa inconsci.

I meccanismi di difesa, infatti, sono processi psichici sempre attivi che ci proteggono dall’angoscia, da fattori stressanti interni ed esterni, mediando le nostre reazioni rispetto a essi. Questo accade di continuo, a tutti, ed è sano. Talvolta, però, specie in alcune personalità, accade che la difesa nei confronti degli eventi stressanti diventi emotivamente più costosa, o rischiosa, degli eventi stressanti stessi. In questo caso la difesa smette di avere un ruolo protettivo e diventa disfunzionale perché impedisce il confronto con la realtà e la risoluzione dei problemi. È ciò che capita con il massiccio emergere di meccanismi di difesa arcaici, cioè poco maturi psichicamente. Per intenderci anche l’umorismo è un meccanismo di difesa, ma è maturo perché permette di alleviare le tensioni dovute ai conflitti senza disconoscerli e, anzi, con importanti elementi di auto-osservazione. Esistono vari meccanismi di difesa e generalmente vengono utilizzati insieme, in diverse combinazioni, proprio come una cassetta di attrezzi. Tra questi c’è la negazione/diniego, con diversi livelli di complessità, la quale consente di disconoscere aspetti della propria esperienza interiore o della realtà esterna che sono, invece, evidenti agli altri. Nelle sue forme più severe questa difesa compromette gravemente l’esame di realtà, eclissando del tutto aspetti che sarebbe necessario, e di più indispensabile, considerare.

Quando in terapia mi capita che un paziente si difenda massicciamente, nonostante non manchi di incoraggiarlo a prendere in considerazione anche altri aspetti che tendenzialmente tiene esclusi dalle sue riflessioni, non accelero i tempi, perché so che se è così grande la necessità di difendersi ho davanti a me una persona fragile, e spingerla non vale più che sostenerla.

Fin qui, però, siamo dentro la stanza d’analisi, dove c’è un’atmosfera d’ascolto, di condivisione e un’alleanza che aiuta terapeuta e paziente a superare eventuali momenti di tensione e d’impasse.

Ma quando a “negare” è una parte dell’intero corpo sociale?

Beh, le cose si complicano. Certo, non parliamo dello stesso tipo di dinamiche, né potremmo, se non altro perché cambia proprio unità di misura: una cosa è la psiche individuale, un’altra è il funzionamento psichico collettivo. Ciononostante è possibile rintracciare alcune similitudini: il negazionismo, per esempio, si sostanzia in un atteggiamento pseudostorico e pseudoscientifico che, di fatto, nega eventi storici e fatti scientifici accertati. Il fine è politico. Lo strumento, il modus operandi, farsesco e l’esito drammatico. Ma al di là della componente politica, di certo presente, è possibile estendere quanto detto per gli individui al corpo sociale: quando la realtà fa troppa paura, quando è troppo angosciante, e non si hanno le risorse necessarie per affrontarla, si tende a negarla.

Purtroppo, però, tanto più si espande questo atteggiamento tanto più si riduce la possibilità di confronto. E direi non solo perché viene a mancare il punto, la messa a fuoco dei fatti, cosa in sé grave, cioè non è come se si confrontassero un progressista e un conservatore, due persone con una prospettiva diversa sulla realtà che tentano di convincersi a vicenda, qui è proprio la realtà ad essere fatta fuori, ma anche perché, se troppo bardato di schermi e tastiere, è lo stesso corpo sociale che rischia di essere “fatto fuori”. Fuori dal suo essere corpo e dal suo sociale, ridotto a una moltitudine disincarnata e sola. Ed è chiaro che a queste condizioni, senza oggetto (la realtà) né soggetto (il corpo sociale) diventa complicato ascoltarsi, confrontarsi, capirsi ed eventualmente convincersi.

Allora che fare? Di certo il corpo sociale non va in analisi, ci mancherebbe. Ma anche il corpo sociale ha bisogno dei suoi “luoghi di cura”. E quali sono, oggi, i luoghi di cura del corpo sociale? Dove custodisce, la collettività, il suo essere corpo (sguardo, empatia, rossori, lacrime) e il suo essere sociale? Da alcuni decenni la mappa degli incontri sta cambiando. Una minima parte, ma ormai proprio sparuta, frequenta le sezioni. Qualcuno va in chiesa. Ci sono ancora le piazze, per fortuna, e qua e là residui di vita associativa, ma soprattutto i luoghi di cura del corpo sociale sono le istituzioni che permangono con funzione guida.

Solo che le istituzioni, dalla più piccola e privata come la famiglia, alla scuola, alla politica, non stanno benissimo, e lo vediamo. Sono come depotenziate, affaticate nel tentativo di mantenere il ruolo di centri ispiratori dei valori e dei comportamenti collettivi, come del resto vuole il dicktat della postmodernità.

Così, in un momento tanto angosciante, e senza la decisa tutela delle istituzioni, cui Kaës attribuiva la funzione di “garanti metapsichici”, il negazionismo può emerge oltre che come dato politico, anche come sintomo di una società confusa, regredita a funzionamenti più primitivi, non in grado, cioè, di tutelare attraverso l’uso di principi ordinanti la sua parte più caotica.

Dinanzi a quest’intero corpo sociale sofferente dovremmo, allora, interrogarci su come curare tutte le sue parti, da quelle negazioniste a quelle istituzionali-fiaccate, per così dire, senza sottrarci all’impegno che questo comporta.

Ed è un impegno che chiama in causa tutti, perché se è vero come è vero che i luoghi di cura del sociale sono le istituzioni, ovvero le famiglie, la scuola, la politica, siamo davvero tutti arruolabili in questo impegno, dobbiamo solo saperlo e trovare le parole. Ognuno le proprie.

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