La fuga dei medici dall’Italia? «All’estero guadagnano di più e con meno rischi professionali»

29 Giugno 2019

Giuseppe Bonsignore (Cimo Sicilia) affida le sue riflessioni sulle carenza di organico negli ospedali con una lettera aperta inviata ad Insanitas: «Se vogliamo dare una risposta onesta ai tanti motivi che hanno portato alla situazione attuale dobbiamo uscire dal binario morto del politically correct e strappare il velo dell’ipocrisia».

 

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Riceviamo e pubblichiamo questa riflessione di Giuseppe Bonsignore (Cimo Sicilia).

«Strappiamo il velo dell’ipocrisia dal problema della carenza di medici negli ospedali italiani. Sembrava un problema destinato a rimanere confinato a valore di nicchia, vissuto unicamente sulla pelle degli addetti ai lavori e discusso soltanto all’interno delle Organizzazioni Sindacali di categoria, tutt’al più rilanciato sulle riviste di settore».

«E invece, la drammaticità della situazione lo ha trasformato in questione di rilevanza nazionale e di dominio pubblico, facendolo assurgere al rango di Notizia anche sulla stampa generalista e perfino sulle TV nazionali: tutti gli organi di informazione se ne occupano e se ne preoccupano adesso con cadenza settimanale o addirittura a giorni alterni, tanto quanto la dieta da seguire col caldo afoso e le raccomandazioni a non avventurarsi sotto la canicola alle tre del pomeriggio».

«Si susseguono servizi e speciali corredati di allarmate e avvilite dichiarazioni politiche, manca ormai solo che ne parli Papa Francesco all’Angelus e siamo al completo».

«Eppure, quella degli ospedali senza medici non è vicenda nuova e nemmeno inattesa. Viene propinata, insieme alle tante bugie del redditizio filone malasanità, come un fulmine a ciel sereno, ma la verità è ben altra. Oltre alla politica, principale responsabile e artefice del dissesto della sanità pubblica italiana, anche i media hanno la loro fetta di responsabilità, visto che incidono ancora in profondità su un’opinione pubblica fin troppo influenzabile e culturalmente inadeguata».

«Se vogliamo dare una risposta onesta ai tanti motivi che hanno portato alla situazione attuale dobbiamo giocoforza uscire dal binario morto del politically correct e strappare il velo dell’ipocrisia da una questione che è stata, fino ad oggi, anche troppo travisata».

«Si è detto in tutte le salse che a causa di un definanziamento costante e pervicace la sanità pubblica italiana è oggi ridotta ai minimi termini e, in barba ai principi di equità ed universalismo dell’accesso alle cure sancito dalla Legge 833 del 1979 di istituzione del sistema Sanitario Nazionale che a breve non sarà più in grado di essere finanziariamente sostenibile e quindi di fornire le giuste risposte di salute ai cittadini che ad esso si rivolgono».

«Si è detto anche, ripetutamente, come accanto al definanziamento la politica non è stata ad ascoltare chi a gran voce per anni andava dicendo che la programmazione delle Scuole di Specializzazione era errata e valutava inadeguato il numero delle Borse di Studio finanziate dallo Stato. Ma a costoro non è stato prestato orecchio e, quando si vaticinava facilmente il disastro imminente, venivano apostrofati come “gufi”».

«Oggi siamo giunti sul ciglio del burrone e i provvedimenti che vengono di volta in volta assunti avrebbero strappato un sorriso amaro solo a parlarne alcuni anni fa: richiamare i medici in pensione, ricorrere ai medici militari e in ultimo attingere al bacino degli specializzandi per tappare le falle di una nave che sta colando a picco».

«Si pensava che lo sblocco del turn over, per anni impastoiato dai vincoli di finanza pubblica, potesse risolvere magicamente la situazione, ma non è stato così. I concorsi pubblici finalmente banditi ed espletati, nella maggior parte dei casi non riescono a colmare i tantissimi vuoti degli organici degli ospedali pubblici italiani. Nel migliore dei casi si presenta il 30 o 40 % di partecipanti sui posti messi a concorso, molto spesso la percentuale è di gran lunga inferiore».

«Perché? Si domanda quel cittadino medio culturalmente inadeguato indottrinato da certa disinformazione, lo stesso cittadino che da anni ha scoperto, con l’aiuto di una nuova razza di volatile predatore (l’avvocato-avvoltoio), che denunciare il medico ospedaliero è divenuta una fonte di reddito aggiuntivo da non disdegnare del tutto».

«Perché? Ci si chiede negli editoriali e nei servizi televisivi che si susseguono sull’argomento. Dove sono finiti i medici italiani? Ma non erano tutti a spasso in attesa dei concorsi?».

«In troppi hanno ignorato che durante il blocco delle assunzioni, i nuovi specialisti delle varie discipline non si sono seduti in poltrona ad aspettare i comodi della politica e sono emigrati all’estero, magari non sui barconi ma comunque a carrettate e, dopo essere approdati in svariati Paesi europei dove guadagnano decisamente di più e dove i rischi professionali sono enormemente minori, non intendono più tornare indietro».

«Anzi il trend della fuga all’estero non si è mai arrestato e agli oltre 10.000 medici scappati dall’Italia nell’ultimo decennio se ne vanno aggiungendo sempre di nuovi».

«Di solito non si risponde a una domanda con un altro interrogativo, ma in questo caso la violazione della regola è d’obbligo. Perché i Soloni della politica e gli opinionisti italici non si domandano se valutano allettante per un giovane medico in possesso di una specializzazione di qualunque tipo accettare un lavoro in un ospedale pubblico italiano per andare a guadagnare la metà o un terzo di quanto gli viene prospettato in Francia, in Inghilterra o in Olanda?».

«Perché dovrebbero essere attratti dall’andare a fare una guardia festiva (domenica ma anche Natale, Capodanno, Pasqua, Pasquetta, ecc.) per la bellezza di 17,82 € lordi senza sentirsi offesi e umiliati? Per quale ragione dovrebbero, questi medici, sentirsi stuzzicati dall’idea di rimanere a casa a disposizione dell’ospedale durante il proprio turno di Pronta Disponibilità, rinunciando ad andare al cinema, al teatro, a cena con gli amici o al mare, dedicandosi come chiunque altro alla famiglia e alla propria vita sociale, per l’esorbitante cifra di 20 euro e 60 lordi?».

«E ancora, oltre alla abissale differenza retributiva, il confronto con gli altri Paesi europei non regge nemmeno e forse soprattutto in materia di responsabilità professionale: solamente in Italia il numero del contenzioso che finisce in sede giudiziaria non mostra segnali di arretramento e soltanto nel nostro paese vige ancora il processo penale per colpa medica».

«In Francia, in Inghilterra e in Spagna sono stati creati dallo Stato dei Fondi ad hoc e gli eventuali risarcimenti sono a carico del datore di lavoro (assicurato obbligatoriamente) per il quale il medico presta la sua attività e quasi mai lo stesso datore di lavoro, cioè l’ospedale pubblico, chiama il proprio dipendente a risarcirlo».

«In Italia è tutto il contrario e anche questo è un deterrente enorme all’accettazione di un posto di lavoro nella sanità pubblica, al quale si aggiunge la non remota possibilità di essere picchiati selvaggiamente durante lo svolgimento del proprio turno di servizio».

«In definitiva non si comprende il perché di quell’espressione di colui che è appena caduto dal pero, di fronte ad un’emergenza tutta italiana, creata e voluta dalla politica e ad essa sfuggita comunque di mano a prescindere dagli obiettivi più o meno occulti con cui era stata pensato e perseguito lo smantellamento del SSN».

«Perché continuare a meravigliarsi o a far finta di farlo, se in questi stessi giorni, dopo un decennio senza contratto la stessa politica (mandante) e l’ARAN (esecutore) insistono nel negare contro ogni logica i più basilari diritti ai medici italiani?».

«È sensato, a fronte di un incremento inadeguato al costo della vita e alle responsabilità cui si è chiamati, proporre o imporre una condivisione dei Fondi Contrattuali con altre categorie con differenze di voci retributive non comparabili?».

«Sarebbe come proporre ai Parlamentari nazionali e regionali di mettere nello stesso calderone i loro stipendi con segretari, coadiutori, assistenti e stenografi e poi dividere in parti uguali. Lo facciano prima loro e poi i medici accetteranno di buon grado. Vai avanti tu, che a me mi vien da ridere».

Giuseppe Bonsignore
CIMO Medici

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