La Giornata mondiale contro l’AIDS, celebrata lo scorso 1 dicembre, ha messo in luce un dato preoccupante che riguarda l’Italia: nel 2024, il 59,9% delle nuove diagnosi di infezione da HIV è avvenuta tardivamente, spesso quando l’infezione era già in fase avanzata. A confermarlo, gli ultimi dati forniti dal’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che mostrano un Paese dove la capacità di intercettare precocemente il virus resta insufficiente, nonostante i progressi terapeutici e gli strumenti di prevenzione oggi disponibili.
L’AIDS è una malattia infettiva causata dal virus dell’HIV, che si trasmette principalmente tramite rapporti sessuali non protetti, contatto con sangue oppure tra madre e bambino durante la gravidanza, il parto e l’allattamento al seno. Dal momento che molti sintomi restano latenti o non vengono riconosciuti, dall’infezione allo sviluppo della malattia possono trascorrere molti anni con il rischio di aggravare la propria diagnosi e di esporre altre persone al contagio.
Nel 2024 in Italia sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di HIV: un dato lievemente inferiore ai 2.507 casi del 2023 e che sostanzialmente è rimasto stabile, ma che spinge a fare alcune riflessioni circa gli strumenti di prevenzione e le difficoltà che rendono la lotta all’AIDS una sfida ancora aperta. Se da una parte infatti la buona notizia è che oggi le terapie permettono di vivere bene e a lungo, dall’altra il virus circola ancora e silenziosamente tanto che, sempre secondo i dati forniti dall’ISS, l’83,6% delle nuove diagnosi riguarda persone che ignoravano la propria sieropositività e che hanno scoperto di essere HIV positive solamente nel semestre precedente la diagnosi di AIDS. A questo, si aggiunge il contesto socio culturale, dove lo stigma e la scarsa percezione del rischio contribuiscono a frenare l’esecuzione del test.
Ne abbiamo parlato con il prof. Antonio Cascio, Direttore U.O.C. Malattie Infettive del Policlinico “Giaccone” di Palermo.
Professore, a cosa sono dovute così tante diagnosi tardive?
«Sono tante le cause che possono portare a un ritardo diagnostico e alla mancata esecuzione del test per l’HIV. Le più importanti sono la mancata percezione del rischio da parte soprattutto di eterosessuali o bisessuali. Al contrario, gli omosessuali sono maschi, sono più coscienti del rischio a cui vanno in contro e più frequentemente fanno il test per l’HIV. Un’altra causa è il livello socioculturale, capita di incontrare persone che pensavano che il rischio di HIV fosse limitato ai Paesi in via di sviluppo. Poi c’è il problema dei migranti, persone che arrivano alla gravidanza senza aver fatto mai il test. Quindi la paura di fare il test, la paura del pregiudizio, dello stigma. Infine, se vogliamo dare un pizzico di colpa, anche alla classe medica, certe volte le persone hanno sintomi e i medici non li riconoscono precocemente».
Quali sono i sintomi che possono manifestarsi nelle persone che non sanno di essere HIV positive?
«Per esempio un Herpes Zoster che viene in una persona giovane, la presenza di afte ricorrenti, di vulvovaginiti ricorrenti da candida, di onicomicosi, ed ancora una pancitopenia, una riduzione delle piastrine, dei globuli rossi, una perdita di peso. Sono tutti sintomi che devono far pensare e che devono indurre il medico a raccomandare fortemente l’esecuzione del test. Così come una diagnosi di altra infezione sessualmente trasmissibile deve imporre al medico di consigliare al paziente di l’esecuzione del test dell’HIV».
Qual è il messaggio per le fasce maggiormente a rischio?
«La prevenzione è importantissima, infatti anche se oggi le terapie antiretrovirali sono sempre più efficaci e sempre meno tossiche, assumerle per il paziente è leggermente fastidioso. Inoltre, sono un costo importante per la società. L’uso del preservativo deve essere sempre raccomandato, sia perché previene l’HIV, ma anche la maggior parte delle patologie sessualmente trasmissibili ed è anche raccomandato l’utilizzo della profilassi pre-esposizione, che si può fare sia per via orale che, in alcuni casi, per via iniettiva. Di fatto funziona, protegge dal contagio dell’HIV. Anticipare la diagnosi di HIV è fondamentale per diversi motivi. Tanto per cominciare, una persona che viene riconosciuta HIV infetta comincia subito la terapia antiretrovirale e nel suo sangue il virus subito raggiungerà livelli bassissimi e questa persona non sarà più contagiosa, quindi si interrompe la catena del contagio. Utilizziamo il termine TASP, ovvero Treatment as Prevention, il trattamento come prevenzione. Ed ancora, una persona che assume la terapia avrà una durata di vita, una qualità di vita pressoché equivalenti a quella delle persone non HIV infette».
Nel 2024 il Policlinico Giaccone ha ricevuto un riconoscimento internazionale per una ricerca condotta da lei e dal dott. Tolomeo…
«Col dr. Tolomeo negli ultimi anni abbiamo affrontato tematiche relative alla patogenesi dell’infezione da HIV e pubblicato su riviste internazionali i seguenti quattro lavori: 1) The STAT Signaling Pathway in HIV-1 Infection: Roles and Dysregulation; 2) The Complex Interactions Between HIV-1 and Human Host Cell Genome: From Molecular Mechanisms to Clinical Practice; 3) The Complex Dysregulations of CD4 T Cell Subtypes in HIV Infection; 4) STAT4 and STAT6, their role in cellular and humoral immunity and in diverse human diseases. Queste pubblicazioni sono state molto apprezzate dalla comunità scientifica e, al dire di Eduard V. Karamov, consulente anche della Commissione Europea su progetti dedicati all’AIDS e alla tubercolosi, il primo di questi lavori è uno dei più importanti mai pubblicati sul rapporto tra HIV e sistema STAT. Lo studio infatti svela nuovi meccanismi con cui l’HIV-1 riesce a sabotare le difese immunitarie dell’organismo, aprendo nuove prospettive terapeutiche. La ricerca inoltre suggerisce che la valutazione immunologica nei pazienti con HIV-1 dovrebbe estendersi oltre la conta delle cellule T CD4+ e il rapporto CD4/CD8 per includere l’analisi funzionale della segnalazione STAT al fine di meglio caratterizzare la disfunzione immunitaria e l’infiammazione cronica‘.
Sembra che l’AIDS non faccia più paura come quarant’anni fa, ma la sfida non è finita. Quali azioni potrebbero essere messe in campo per anticipare le diagnosi?
«Riconoscere precocemente l’infezione da HIV e iniziare immediatamente la terapia antivirale fa sì che la persona infetta non sia più contagiosa, prevenendo così la diffusione dell’infezione. Da qui l’acronimo TASP “treatment as prevention” ed il termine U=U “undetectable = untransmittable”. La terapia abbatte la carica virale e quando il virus non è riscontrabile nel sangue non si è più contagiosi. Inoltre, cominciare precocemente la terapia evita la progressione dell’infezione garantendo una durata e una qualità della vita simili a quelle delle persone non infette. Anticipare la diagnosi di HIV richiede un approccio multimodale che agisca insieme sul sistema sanitario e sulla comunità».
Qualche esempio?
«È un approccio che potrebbe essere sintetizzato attraverso una serie di azioni:
1) Normalizzare e ampliare l’offerta di test. Testing routinario “opt-out” ovvero offrire il test HIV come parte standard degli esami nei contesti del pronto soccorso, dei ricoveri ospedalieri, degli ambulatori di medicina generale. Il paziente può rifiutare, ma il default è “si testa”;
2) Favorire l’esecuzione del test in contesti non tradizionali come farmacie, carceri, centri per migranti, unità mobili nei luoghi di aggregazione (saune, pub) e in contesti come i checkpoint delle fast track city (di cui Palermo fa parte);
3) Eseguire il test di fronte ad una serie di condizioni cliniche che potrebbero essere spia di uno stato di infezione da HIV. Per esempio: infezioni sessualmente trasmesse, herpes zoster <50 anni, TBC, epatiti virali, polmoniti ricorrenti, anemia, piastrinopenia, leucopenia non spiegate, perdita di peso, diarrea cronica;
4) Rafforzare il ruolo del medico di medicina generale, spesso il primo contatto. Bisogna quindi potenziare la formazione continua su quando proporre il test, come superare l’imbarazzo comunicativo ed inserire il test HIV nei pannelli di esami “di routine” per alcune fasce d’età o profili di rischio;
5) Promuovere l’autotest e il testing community-based, quindi incentivare gli autotest HIV acquistabili in farmacia, distribuirli gratuitamente a gruppi chiave, favorire il Testing gestito dalle community e il peer testing;
6) Ridurre lo stigma e le barriere culturali: lo stigma è tra i principali motivi delle diagnosi tardive. Sono importanti le campagne di comunicazione che normalizzino il test e separino HIV dal giudizio morale utilizzando un linguaggio non colpevolizzante.
7) Infine, favorire l’inserimento nel Web di banner che invitino a eseguire il test per l’HIV e spingano a utilizzare il condom: tali banner potrebbero apparire allorquando gli algoritmi di Google intercettino comportamenti a rischio. Indicando allo stesso tempo le sedi più vicine in cui è possibile eseguire il test gratuitamente e in anonimato».






