Riceviamo e pubblichiamo la lettera del Segretario generale SIOD Sindacato Italiano Odontoiatria Democratica, dottor Francesco Romano.
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Gentile Direttore,
ho letto l’articolo del 21 gennaio sulla farmacia diventata “presidio sanitario”. I numeri possono impressionare, ma un territorio non si raddrizza sommando prestazioni in più luoghi: si raddrizza ricostruendo presa in carico, continuità e responsabilità clinica.
La prossimità non è soltanto “essere vicino a casa”. È, prima di tutto, il rapporto medico–paziente: conoscenza della storia clinica, interpretazione dei sintomi nel tempo, capacità di distinguere il caso banale da quello che non lo è, follow‑up e coordinamento con gli specialisti. Se mancano medici o se la medicina territoriale è stata gestita male (tariffe inadeguate, liste d’attesa, inefficienze, sprechi), questo non può diventare la giustificazione — alla maniera della volpe e dell’uva — per dire: “non riusciamo a far funzionare il territorio, quindi lo sostituiamo con un altro modello”.
Collaborazione sì. Sostituzione, no. Altrimenti il rischio è trasformare la sanità in un “supermercato” della prestazione: accessibile, ma frammentato, dove il cittadino raccoglie esami e numeri senza un percorso clinico che li governi.
Il punto più delicato riguarda la diagnostica e gli screening in farmacia. Qui non parliamo di opinioni, ma di qualità e sicurezza. Un test su sangue capillare (puntura al dito) non è automaticamente sovrapponibile a un prelievo venoso processato in laboratorio. Il capillare è più esposto a variabili pre‑analitiche: quantità ridotta, possibile emolisi, contaminazione con liquido interstiziale, tecnica di prelievo non uniforme (anche solo “spremere” il dito altera il campione), tempi e conservazione, calibrazione e manutenzione delle apparecchiature, formazione dell’operatore e controlli di qualità.
Quando queste variabili non sono rigidamente controllate, cresce il rischio di falsi positivi e falsi negativi. E non sono “errori statistici”:
- un falso negativo può ritardare una diagnosi, far perdere finestre terapeutiche e trasformare uno screening in una falsa rassicurazione;
- un falso positivo genera ansia, ulteriori accertamenti, accessi impropri, sovraccarico del sistema e costi che ricadono sul Servizio Sanitario e sul cittadino.
Sulle grandi popolazioni — proprio quelle degli screening — anche una piccola quota di errori può produrre ricadute cliniche e organizzative importanti.
La farmacia può essere un alleato prezioso per servizi di supporto (prenotazioni, counselling sull’aderenza, campagne vaccinali, telemonitoraggio dentro percorsi definiti). Ma se si entra nell’area diagnostica, servono paletti chiari: quali test, con quali standard, con controlli interni/esterni, con tracciabilità, con criteri di conferma e soprattutto con un percorso che riporti il risultato dentro una valutazione clinica.
La sanità territoriale si salva investendo nella medicina della relazione e nel governo clinico, non spostando prestazioni senza ricostruire il cuore della cura.
Cordiali saluti





