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È favorevole alla donazione degli organi? Quel sì che salva le vite

Angelo Aliquò. Direttore Generale A.O. San Camillo Forlanini di Roma

La distanza fra chi rifiuta per mancanza di informazioni e chi aspetta per necessità è una ferita collettiva, non è un problema privato, è una questione di comunità

Tempo di lettura: 3 minuti
23 Gennaio 2026 - di

C’è un momento, mentre si rinnova la carta d’identità, in cui la vita si riduce a una casella da spuntare. Il funzionario alza appena lo sguardo e chiede, con la stessa voce con cui domanderebbe il numero di telefono o l’indirizzo: “È favorevole alla donazione degli organi?”.

Nessuna spiegazione, nessun contesto, nessuna parola che dia il peso reale di quella scelta. Solo un passaggio rapido, freddo, burocratico. Eppure quella domanda non è un dettaglio amministrativo: è una delle decisioni più importanti che una persona possa prendere. Così com’è, il sistema rischia di produrre l’effetto opposto a quello desiderato. Non perché la gente sia cattiva o egoista, ma perché la maggior parte delle persone, davanti a ciò che non conosce, si “difende”.

Se non hai mai ascoltato una storia di trapianto, se non sai come funziona la procedura, se non ti hanno mai spiegato cosa significa davvero “donare”, la risposta più facile e istintiva è il rifiuto. E in quel rifiuto spesso non c’è un “no” consapevole: c’è un “non lo so”, mascherato da scelta.

È il fallimento dell’informazione pubblica. Perché la donazione degli organi non può essere affidata a una domanda fatta in fretta tra una firma e una foto tessera. Non può essere trattata come una formalità di sportello, proprio perché tocca paure profonde: la morte, il corpo, la fiducia nelle istituzioni, il timore di “non essere curati abbastanza”, le leggende metropolitane che si trascinano da anni. Sono paure che si sciolgono solo con la conoscenza, con la trasparenza e con il confronto umano.

E qui entra in gioco anche la famiglia, o meglio: il silenzio delle famiglie. In molte case non se ne parla mai, si rimanda, si evita, si scaccia il pensiero come fosse di cattivo auspicio. Ma quando l’argomento non esiste nella quotidianità, quando non è diventato un discorso normale e possibile, arriva il momento della scelta e ci trova impreparati. E quel vuoto diventa decisivo: perché scegliere senza aver mai riflettuto è come firmare un contratto senza averlo letto. È umano tirarsi indietro.

Intanto, dall’altra parte, ci sono persone che non stanno firmando nulla. Stanno aspettando. Aspettano una chiamata, un organo compatibile, un tempo che non sempre concede pazienza. E quella distanza fra chi rifiuta per mancanza di informazioni e chi aspetta per necessità è una ferita collettiva, non è un problema privato, è una questione di comunità.

Serve modificare l’approccio alla questione, serve che la donazione diventi un tema di educazione civica, di comunicazione costante, di storie raccontate bene, serve che lo Stato non si limiti a chiedere, ma spieghi. Che non si accontenti di registrare un sì o un no, ma costruisca consapevolezza: un volantino chiaro allo sportello, un minuto di informazione obbligatorio, serve che ne parli la politica, gli amministratori dei comuni, servono campagne pubbliche che non siano solo slogan, ma risposte semplici alle domande vere. E soprattutto serve che si torni a parlare, a tavola, tra genitori e figli, tra partner, tra amici: “Tu cosa faresti? Io cosa voglio?”. Perché quando la scelta arriva, non deve essere un’improvvisazione.

La donazione degli organi non è solo un atto medico. È un gesto di fiducia, un’eredità di umanità, una possibilità concreta di salvare vite. Trattarla come un adempimento è un insulto alla sua grandezza. E forse il punto è proprio questo: non basta chiedere. Bisogna accompagnare. Perché un sì consapevole vale più di mille domande fatte di fretta.

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