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L'editoriale

La farmacia che cambia la sanità (senza fare rumore)

Michele Ferraro, Direttore responsabile insanitas.it

La riforma della “farmacia dei servizi” che può trasformare le “croci verdi” in presidi sanitari territoriali

Tempo di lettura: 3 minuti
21 Gennaio 2026 - di

C’è in corso, nel nostro paese, una lenta (ma a nostro avviso inesorabile) riforma della sanità. Una riforma che non è passata dal Parlamento, non ha avuto grandi conferenze stampa, non ha prodotto slogan. Sta entrando nelle vite delle persone in modo silenzioso, quotidiano, quasi naturale. È la riforma della “farmacia dei servizi” che sta trasformando le “croci verdi” in presidi sanitari territoriali.

Una riforma che però, a seconda delle Regioni, viaggia a velocità diverse. Nell’articolo pubblicato oggi nella sezione “Lombardia” del nostro giornale, abbiamo esaminato appunto il caso lombardo. Mentre il dibattito pubblico continua a concentrarsi su ospedali, liste d’attesa, pronto soccorso e carenza di personale, sottotraccia si sta costruendo una rete che oggi sostiene una parte rilevante della domanda di salute.

I numeri lombardi lo dimostrano chiaramente: centinaia di migliaia di cittadini utilizzano la farmacia per prenotare visite, scegliere il medico, fare screening, monitorare la pressione, controllare il cuore, vaccinarsi. La farmacia è diventata uno dei primi luoghi in cui il cittadino incontra il sistema sanitario.

Eppure, questa trasformazione non ha ancora trovato uno spazio adeguato nel dibattito politico e istituzionale. La si considera spesso come un “supporto”, un “aiuto”, un “canale alternativo”. In realtà, nel caso che abbiamo preso in esame, quello della Lombardia, la farmacia è già parte integrante dell’infrastruttura sanitaria.

Il punto non è difendere una categoria professionale. Il punto è riconoscere un cambiamento strutturale. Quando ogni farmacia eroga centinaia di servizi sanitari l’anno, non siamo più davanti a un’estensione commerciale, ma a una funzione pubblica di prossimità.

La forza della farmacia sta proprio qui: nella prossimità. È accessibile, conosciuta, rassicurante. Non richiede appuntamenti complessi, non impone barriere simboliche. È il luogo dove la sanità incontra la quotidianità. In un Paese che invecchia, in cui le cronicità aumentano e le risorse sono limitate, questo fattore non è marginale. È strategico.

Eppure, spesso la farmacia dei servizi viene ancora trattata come una sperimentazione perenne. Si proroga, si rinnova, si osserva. Ma non la si riconosce pienamente come pilastro. La Lombardia dimostra che questo riconoscimento non è più rinviabile. Qui la farmacia non è più un “di più”. È un “dentro” al sistema.

Naturalmente, il modello non è perfetto. Ci sono differenze territoriali, margini di miglioramento, problemi di remunerazione, di integrazione con i medici di famiglia, di uniformità di offerta. Ma nessuna infrastruttura sanitaria nasce completa. Nasce, cresce, si corregge. Il vero rischio oggi non è che la farmacia dei servizi funzioni male. È che funzioni bene senza essere pienamente governata.

Se non viene inserita in una visione strategica nazionale, se non viene riconosciuta nei LEA futuri, se non viene stabilizzata nei modelli di finanziamento, rischia di arenarsi in un pantano di incertezze, fino a scomparire.

La sanità territoriale di cui tanto si parla non si costruisce solo con nuove case della comunità, già in grave sofferenza di personale. Si costruisce anche valorizzando ciò che esiste, è diffuso, funziona ed è utilizzato dai cittadini. La farmacia è una di queste infrastrutture. La più capillare.

In Lombardia ha avuto il merito di credere e investire prima su questo modello. Ora tocca alla politica nazionale, alle Regioni e ai decisori sanitari fare un passo in più: smettere di considerare la farmacia dei servizi come una eterna sperimentazione e trattarla come una componente strutturale della sanità pubblica.

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