Il servizio sanitario pubblico è quello che non chiede perché. Non chiede perché a Capodanno qualcuno si è fatto saltare le dita con un petardo o perché il solito senzatetto è ubriaco in Pronto Soccorso. E nello stesso momento fa un trapianto di fegato nelle ultime ore dell’anno mentre gli altri festeggiano, cura un infarto, sutura ferite, interviene per un ictus. E poi migliaia di altre cose, tutte insieme, spesso in silenzio. E non chiede perché. Cura. Punto. E non fa graduatorie morali. Non distingue tra imprudenza e sfortuna. Non decide chi “merita” e chi no. Funziona su un principio semplice ed eticamente potente: la salute è un diritto, non un premio.
Ed è proprio questa assenza di giudizio che rende il servizio sanitario pubblico una delle più alte espressioni di civiltà del nostro Stato. Eppure, la domanda sorge spontanea e legittima, soprattutto in tempi di risorse limitate e sistemi sotto pressione: è giusto che tutto ricada sempre e comunque sulla collettività? Possiamo parlare solo di diritti senza mai parlare di doveri? È giusto, per esempio, non far pagare le cure a chi si fa saltare le dita con un petardo? Il tema è scivoloso.
Perché introdurre il “dovere di stare bene” accanto al diritto alla salute sembra ragionevole, ma rischia di essere ingannevole. Stare bene non dipende solo dalla volontà individuale. Dipende da reddito, lavoro, istruzione, ambiente, tempo disponibile, salute mentale. Dipende da condizioni che non tutti possono scegliere. E soprattutto: chi decide la colpa? Il fumatore? Il motociclista? Chi mangia male? Chi fa sport rischiosi? Chi guida stanco dopo un doppio turno di lavoro? Trasformare l’ospedale in un tribunale morale sarebbe la fine del suo senso più profondo.
Per questo la linea non può essere tracciata al momento della cura. Quando qualcuno cade, in qualunque modo sia caduto, la risposta deve restare una sola: curare. Il “dovere”, semmai, deve stare prima. Nella prevenzione vera, non negli slogan.
Nell’educazione alla salute che accompagna fin da bambini. In politiche pubbliche che rendano più facile vivere bene, non più costoso ammalarsi. Nel chiedere conto non solo agli individui, ma anche ai sistemi che producono malattia: lavoro insicuro, ambienti nocivi, cibo che avvelena più che nutrire.
E qui forse si apre una strada diversa, meno punitiva e più giusta: non punire chi sbaglia, ma agevolare chi partecipa. Premiare chi fa prevenzione, chi aderisce agli screening, chi investe tempo nella propria salute. Agevolazioni, servizi migliori, percorsi facilitati. Non sanzioni, ma riconoscimenti. Non colpe, ma incentivi. Perché se difendere il servizio sanitario pubblico non significa giustificare ogni comportamento, significa anche riconoscere che una società si misura non solo da come cura chi cade, ma anche, un giorno, da come sostiene e premia chi resta in piedi.
La cura non si merita: si garantisce. La prevenzione, invece, si costruisce: è cultura, responsabilità condivisa, investimento collettivo. E se il servizio sanitario continuerà a non chiedere perché, forse noi dovremmo cominciare a chiederci come fare in modo che funzioni ancora. Continuando, soprattutto, a non lasciare indietro nessuno (anche se io nelle mia debolezza umana, quelli che si fanno saltare le dita con i petardi li farei pagare). Buon 2026.


