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ASP e Ospedali

L'intervista di Insanitas

Ismett, l’infettivologa Mularoni prima donna italiana nel «Transplant Infectious Disease»

Si tratta di una società che fa parte della “The Transplantation Society”, un'organizzazione non governativa in relazioni ufficiali con l'Organizzazione Mondiale della Sanità, composta da circa 6.000 professionisti sanitari residenti in 105 Paesi del mondo.

Tempo di lettura: 7 minuti

PALERMO. È la prima donna italiana da sempre e l’unico medico del nostro Paese che da quest’anno fa parte della società “Transplant Infectious Disease”: parliamo di Alessandra Mularoni (nella foto), infettivologa dell’Ismett di Palermo. La TID è una società che fa parte della TTS “The Transplantation Society”, un’organizzazione non governativa (ONG) in relazioni ufficiali con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, composta da circa 6.000 professionisti sanitari residenti in 105 Paesi del mondo. La TID è stata costituita alla fine degli anni ‘90 per la crescente importanza di formare specialisti nel campo della infettivologia del trapianto. La sua missione è quella di promuovere la ricerca e la formazione nel campo della prevenzione, diagnosi, gestione clinica delle complicanze infettive nei riceventi di trapianto.

Dottoressa, da chi è composta questa società?
«Il board della Società rappresenta tutti i continenti: siamo 14 membri del Council provenienti da tutto il mondo. Io rappresento l’Italia all’interno del nuovo board che si è insediato lo scorso autunno. Sono presenti medici che lavorano in ospedali e prestigiose università in tutto il mondo: Madrid, Buenos Aires, Londra, Yale, San Paolo in Brasile, Atlanta, Melbourne, Londra e Bangkok. Il presidente della società è Ban Hock Tan, professore all’Università Duke di Singapore, il vice presidente è Mike Ison, professore della NorthWestern University di Chicago».

Qual è l’importanza per i pazienti Ismett di avere un rappresentante in questa società?
«Essere all’interno di una rete di esperti di altissimo livello significa poter avere anche dei confronti con loro, per cui quando si presenta un caso particolare oppure è necessario incrementare il sistema di sicurezza infettivo all’interno dell’ospedale posso confrontarmi con chi all’interno di questa ha lavorato di più su una determinata patologia o un particolare problema infettivo. Si tratta di una grande risorsa perché l’Ismett nasce sotto la stella dell’Università di Pittsburgh, quindi, quella di condividere i casi complessi è una modalità di lavoro insita nella nostra azienda».

Nello specifico lei si occupa di “Infettivologia del trapianto”, in cosa consiste?
«Nel trapianto di organo solido le infezioni sono la prima complicanza perché i pazienti trapiantati di organo, allo scopo di evitare il rigetto, assumono la terapia immunosoppressiva che appunto riduce la sorveglianza immunologica, però questa terapia è necessaria perché l’organismo del paziente potrebbe riconoscere l’organo trapiantato come un corpo estraneo. Noi somministriamo una terapia che si chiama antirigetto o terapia immunosoppressiva perché sopprimiamo il sistema immunitario allo scopo di ridurre questa attività del sistema immunitario per evitare il rigetto verso l’organo. Questa terapia ha l’effetto collaterale di ridurre la sorveglianza immunitaria contro le infezioni per questo nel paziente trapiantato sono la prima complicanza. Pertanto soffrono di infezioni che sono le riattivazioni di infezioni latenti come ad esempio l’Herpes o il citomegalovirus e hanno anche delle infezioni più particolari o strane, di cui normalmente le altre persone non si ammalano».

Alcune di queste infezioni sono legate all’ospedalizzazione?
«Nei primi trenta giorni dopo il trapianto, le infezioni sono legate all’ospedalizzazione o sono trasmesse dal donatore. Sono infezioni legate alla ferita, al catetere venoso centrale o quello vescicale. Dopo comincia a farsi sentire il peso della immunosoppressione, quindi succede come quando a noi viene la febbre si ripresenta l’herpes labiale perché il nostro sistema immunitario abbassa la sorveglianza, la stessa cosa succede a loro, vengono fuori degli herpes molto severi e anche altre infezioni erpetiche che rimangono latenti nel nostro organismo. Succede anche con il citomegalovirus che è una infezione che contraiamo da piccoli e poi rimane latente. Quando il sistema immunitario si abbassa può venire fuori con forme violente di malattia».

Per questi casi avete già dei percorsi standardizzati?
«Sì, infatti, 20 anni fa il citomegalovirus era una malattia che comprometteva il trapianto, adesso abbiamo sviluppato tecnologie di diagnostica e prevenzione sempre più raffinate, per cui è una complicanza molto rara».

Lei si occupa anche dei pazienti che mentre aspettano un trapianto prendono un’infezione. In questi casi come agite, fate lo stesso l’intervento?
«Dipende dalla malattia, perché alcune patologie predispongono all’infezione. Ad esempio, l’anno scorso abbiamo avuto una signora che aveva una malattia policistica del rene e del fegato, quindi si formano cisti grosse nel rene che ogni tanto si infettano. Per questo motivo soffriva sempre di infezioni e quando le sono arrivati i due organi insieme (da sottolineare la particolarità del caso perché è difficile che arrivino due organi compatibili insieme) la signora aveva la febbre legata alle cisti, per cui noi siamo andati direttamente al trapianto che rappresentava la risoluzione dell’infezione. Ci sono invece infezioni per cui il malato deve essere sospeso, ad esempio in caso di polmonite, la scelta è quella di attendere. Il nostro è un lavoro di confronto perché vanno sempre valutati i rischi e i benefici, non è mai una scelta che si può applicare standardizzata ma va poi personalizzata su ogni situazione».

In caso l’organo da donare provenga da una persona con una malattia infettiva, cosa si fa?
«Questo è uno dei lavori più importanti che facciamo. I donatori di organo generalmente sono malati in terapia intensiva e di solito muoiono in ospedale. Quando il rischio è conosciuto e ponderato si può comunque procedere al trapianto, grazie alle armi terapeutiche da mettere in atto al ricevente. In passato invece ci è successo di fare il trapianto e scoprire dopo la presenza dell’infezione, questo succede perché a questi malati gravi che stanno andando incontro alla morte non viene viene fatta l’emocultura ad ogni febbre che presentano. Inoltre, quando arriva il donatore noi dobbiamo decidere in poche ore, non abbiamo il tempo di aspettare i risultati degli esami colturali, per cui facciamo le colture al momento della donazione. Dopo avere avuto dei casi di trasmissioni di batteri multiresistenti dal donatore, abbiamo capito che dobbiamo sorvegliare attivamente, quindi per ogni trapianto che facciamo noi portiamo i campioni del donatore nel nostro laboratorio e monitoriamo la situazione in modo tale che se dovesse presentarsi qualche infezione possiamo iniziare immediatamente la terapia adatta sul ricevente. Questo ci permette di prevenire la trasmissione dell’infezione dal donatore al ricevente».

Con l’arrivo del Covid com’è cambiato il suo lavoro all’interno dell’Ismett?
«Per fortuna la nostra attività trapiantologica non ha risentito tantissimo della pandemia Covid, perché la Sicilia è stata colpita soprattutto nella seconda ondata in cui c’era già qualche strumento per poter combattere il Coronavirus. I primi tempi sono stati però sicuramente durissimi, perché noi non potevamo visitare i pazienti, dovevamo dire loro di stare a casa e non venire in ospedale, ed è stato terribile perché abbiamo ritardato delle diagnosi. Tutto ciò ha peggiorato l’assistenza anche se in realtà noi avevamo già in uso un servizio di telemedicina, che ci ha permesso di mantenere un contatto stretto con i pazienti. Adesso invece, seppure dobbiamo stare sempre attenti, abbiamo comunque una speranza che è quella della vaccinazione, infatti, abbiamo visto che con la terza dose i pazienti trapiantati rispondono al vaccino, anche se meno rispetto a chi non soffre di patologie. Tra l’altro i nostri pazienti trapiantati sono molto attenti, per cui curarli è molto soddisfacente perché sono i primi che vengono a farsi vaccinare, ci tengono molto. È chiaro che il Covid ha travolto noi come tutti gli altri ma adesso a brevissimo ci potrebbe essere anche la possibilità di dare gli anticorpi monoclonali ai pazienti trapiantati che non hanno risposto al vaccino. Attendiamo l’autorizzazione, tuttavia con la variante Omicron alcuni di questi monoclonali sembrano perdere di efficacia. Eventualmente sarebbe possibile infondere i monoclonali che danno protezione fino a sei mesi, quindi si farebbe un’immunizzazione passiva e non attiva come quella del vaccino. Infatti con il vaccino si dà una proteina del virus e aspettiamo che il sistema immunitario risponda. Nei pazienti che non riescono a dare una risposta perché sono sotto terapia immunosoppressiva, l’immunizzazione può essere anche passiva somministrando gli anticorpi monoclonali in pre-esposizione, una terapia preventiva insomma».

Lei è la sola italiana e la prima donna del nostro Paese a fare parte del Tid, cosa significa per lei?
«È una bella soddisfazione oltre che una grande opportunità di confrontarsi con medici di alto livello che per me sono i big e quando mi dicono che mi stimano e che leggono i miei lavori, io mi emoziono».

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