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ASP e Ospedali

L'intervista

Ismett, già monitorati 763 dipendenti vaccinati: hanno tutti sviluppato anticorpi contro il Covid-19

Il direttore Angelo Luca illustra ad Insanitas i primi risultati dei test sierologici in corso per testare il grado di protezione raggiunto da chi ha ricevuto la seconda dose del Pifizer-BionTech: «L’incremento del titolo anticorpale è molto eterogeneo, variando da 1.3 a 236 volte rispetto alla soglia di negatività».

Tempo di lettura: 5 minuti

PALERMO. In seguito allo start della campagna vaccinale contro il Coronavirus, l’Ismett è stata la prima struttura in città a raccogliere i dati utili per testare il grado di protezione raggiunto dai soggetti che hanno ricevuto la seconda dose del vaccino Pifizer-BionTech. A parlarci dei primi risultati dello studio sugli effetti della vaccinazione anti-Sars-CoV-2 fra gli operatori sanitari è Angelo Luca (nella foto), direttore di Ismett.

In cosa consiste lo studio che Ismett ha avviato nei dipendenti vaccinati?
«Ci confrontiamo con una pandemia che in poco più di 12 mesi ha cambiato la vita delle persone in tutto il mondo. I dati scientifici possono aiutare a combattere meglio un virus che ha effetti così devastanti. Abbiamo proposto a tutti gli operatori di Ismett che si sono sottoposti alla vaccinazione anti-Sars-CoV-2 di partecipare volontariamente a uno studio per il monitoraggio clinico e della risposta anticorpale. I dipendenti hanno aderito all’iniziativa con grande senso di responsabilità, si tratta di 995 operatori vaccinati su 1.096 che ne avevano diritto, con un tasso di adesione del 91%. Il 3% degli operatori, pur avendo dato la disponibilità, non si è vaccinato per motivi contingenti quali una pregressa infezione da COVID, la maternità o altro ancora. Il 6% invece ha manifestato il dissenso alla vaccinazione».

Che tipo di test avete utilizzato?
«Per la determinazione degli anticorpi abbiamo utilizzato un test sierologico di tipo quantitativo e non qualitativo. Questo ci ha consentito non solo di sapere se i soggetti si erano positivizzati dopo il vaccino ma anche di determinare l’entità della risposta e cioè il titolo anticorpale. Le determinazioni sono state effettuate 2 settimane dopo la seconda dose e saranno ripetute a 6 e 12 mesi dopo la vaccinazione. Abbiamo previsto anche il congelamento del siero per ulteriori indagini».

I dipendenti di Ismett che risposta anticorpale hanno sviluppato nei confronti del Sars-Cov-2?
«Ad oggi sono sotto monitoraggio 763 operatori sanitari, corrispondenti al 77% di quelli vaccinati, altri si aggiungeranno. Per quanto riguarda la risposta anticorpale, i dati preliminari dello studio mostrano, 14 giorni dopo la somministrazione della seconda dose del vaccino, che il 100% dei sanitari vaccinati, e finora valutati, ha sviluppato una risposta anticorpale specifica contro il sars-Cov-2. Il titolo medio degli anticorpi IgG diretti contro la proteina Spike e, quindi, contro il Coronavirus è 24 volte superiore alla soglia della negatività. Ciò è indice di un elevato tasso di potenziale protezione».

Perché è importante per una struttura sanitaria effettuare il dosaggio delle IgG anti spike tra i propri dipendenti, cosa ne avete ricavato?
«Il dato forse più interessante del nostro studio preliminare è che sebbene tutti i soggetti vaccinati abbiano sviluppato anticorpi IgG contro il sars-Cov-2, l’incremento del titolo anticorpale è stato molto eterogeneo variando da 1.3 a 236 volte rispetto alla soglia di negatività. Allo stato attuale delle conoscenze perché questo succede e quali sono le conseguenze non è noto. Noi non abbiamo trovato differenze statisticamente significative tra donne e uomini e neanche in relazione all’età. Stiamo analizzando le associazioni della entità della risposta anticorpale con altre variabili come la presenza di comorbidità, l’utilizzo di farmaci e altro ancora. Ricordiamo peraltro che un titolo anticorpale meno elevato non necessariamente è associato a minore protezione, visto che il nostro sistema immunitario combatte il virus non solo con gli anticorpi ma anche con la risposta cellulare citotossica mediata dai linfociti T, e la memoria immunologica dei linfociti T e B, tutte cose molto più difficili da monitorare rispetto agli anticorpi».

Secondo i dati forniti da Pfizer la copertura vaccinale di Comirnaty arriva al 95%. C’è sovrapponibilità con i vostri dati?
«Sappiamo che la protezione con il vaccino non è assoluta e che una, seppur piccola, percentuale di soggetti vaccinati si può infettare. Questo è già un dato importante che non deve essere trascurato da chi è stato vaccinato soprattutto se lavora in ambienti ad alto rischio come le unità COVID».

Come vi comporterete con i futuri no-responder?
«Con questo studio possiamo dare un contributo alla ricerca scientifica per identificare gli eventuali no-responders che si presenteranno e questo acquisendo dati che oggi sono poco noti o addirittura non disponibili e mi riferisco a quanto tempo persistono gli anticorpi prodotti dalla vaccinazione nel sangue. Esiste un solo studio, pubblicato sul NEJM, che mostra come dopo il vaccino Moderna la presenza di anticorpi si mantiene almeno per 6 mesi. Inoltre, non ci sono dati che spiegano le differenze osservate nella risposta anticorpale e soprattutto se queste differenze hanno un significato clinico. In particolare, se un titolo anticorpale più elevato si associa ad una maggiore efficacia protettiva o ad un quadro clinico meno severo nel caso di una eventuale infezione, ma soprattutto se un titolo anticorpale più elevato può essere più protettivo rispetto alle varianti del virus, in particolare quella inglese, del Sudafrica e del Brasile. Per rispondere a questi quesiti occorrerà prolungare le osservazioni nel tempo e se possibile ampliarle coinvolgendo altri centri interessati a partecipare a questa ricerca. È inoltre importante che tutti i dipendenti continuino ad aderire al programma di monitoraggio contribuendo così a migliorare la cura della propria salute e al tempo stesso costruire evidenze scientifiche contro la malattia del secolo».

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