Interruzione della gravidanza, fin dove può spingersi l’obiezione di coscienza?

21 Ottobre 2016

Il caso di Valentina Milluzzo ha riacceso il dibattito sulla obiezione di coscienza. Qui un contributo dell’avvocato Maria Elena Casarano che chiarisce i confini dell’istituto.

 

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Al di là delle effettive responsabilità che verranno riscontrate dalla magistratura sul caso specifico, per il quale, dagli elementi fin ora emersi, non pare che si possa parlare di obiezione di coscienza, non c’è dubbio che il decesso di Valentina Milluzzo, presso l’Ospedale Cannizzaro di Catania, ha riacceso i riflettori sul sempre dibattuto tema dell’interruzione di gravidanza.

Per fare chiarezza su questo argomento abbiamo contattato un esperto, Maria Elena Casarano, avvocato presso il foro di Bari e professionista per la testata giornalistica www.laleggepertutti.it, diretta dall’avvocato Angelo Greco.

«Un medico, anche se obiettore di coscienza, non può rifiutarsi di curare la paziente che si è sottoposta ad interruzione volontaria della gravidanza in ospedale- chiarisce subito l’avvocato Casarano- Lo ha affermato la Cassazione in una sentenza ( la n. 14979/13.) con la quale è stata condannata, all’interdizione dall’esercizio della professione medica e a un anno di reclusione, una dottoressa che, per via della sua dichiarata obiezione di coscienza, si era rifiutata di soccorrere una donna con una forte emorragia post interruzione volontaria di gravidanza».

Dall’approvazione della legge sull’aborto (la famosa legge 194/78), non vi è stata una regolamentazione specifica della materia e ciò ha portato ad una costante lesione dei diritti costituzionalmente garantiti.  Dall’altro lato, i medici obiettori che si rifiutano di prestare l’adeguato supporto al paziente sono aumentati in maniera vertiginosa, specie negli ultimi anni.

Con la conseguenza che in molti ospedali pubblici mancano i reparti per l’interruzione volontaria della gravidanza. Ciò di fatto crea una discriminazione tra il soggetto abbiente che potrà rivolgersi a una struttura privata, anche recandosi all’estero, e chi, come la maggior parte delle donne, probabilmente sceglierà percorsi pericolosi per la propria salute, rivolgendosi a mani sbagliate (si ricordi, ad esempio, lo scandalo di Messina: leggi qui)

Tutto questo, in sostanza, pone grossi limiti al diritto di scelta (per le ragioni più disparate) sull’aborto e lede quello alla salute delle pazienti.

Non dimentichiamo che i medici sono deontologicamente tenuti intervenire in caso di pericolo di vita e, di fatto, si impegnano a farlo quando pronunciano il giuramento di Ippocrate. Se un medico non può rifiutarsi di prestare le proprie cure a chi abbia commesso poco prima un grave reato, ancor più non può farlo nei confronti di chi abbia chiesto di veder tutelato un proprio diritto.

La Cassazione, con la citata pronuncia, ha chiarito che il diritto all’obiezione di coscienza va circoscritto solo al momento dell’espulsione del feto e della placenta, ma non si estende automaticamente a tutti i momenti antecedenti e successivi a esso.

In pratica, la legge tutela il diritto di obiezione nel limite delle attività finalizzate alla interruzione della gravidanza, ma il medico non può rifiutarsi di intervenire per garantire il diritto alla salute della donna, non solo nella fase successiva all’interruzione della gravidanza, ma in tutti quelle situazioni in cui si verifichi un imminente pericolo di vita.

Ciò comporta che il medico obiettore che lavora in reparto ospedaliero può esimersi dal praticare il trattamento abortivo, ma deve occuparsi delle altre attività, come ad esempio l’accettazione e l’apertura della cartella clinica, che sono compiti a cui ogni medico in una struttura ospedaliera è tenuto.

Il medico può annotare sulla cartella che, in quanto obiettore, si asterrà dall’esecuzione di trattamenti abortivi (cosa che nel caso di Valentina Milluzzo non è avvenuta, ndr), ma non potrà esimersi dal prestare assistenza alla paziente, ad esempio, al momento dell’espulsione del feto, in caso di necessità, o nell’accertare l’integrità dell’utero e valutare l’eventuale necessità di eseguire un raschiamento, o altro tipo di intervento, qualora ce ne fossero le indicazioni (come accaduto nel caso di cronaca, con la somministrazione dell’ossitocina, ndr).

Infine, il medico, anche se non ha partecipato all’operazione di interruzione di gravidanza in quanto obiettore, deve redigere il certificato di avvenuto aborto che è un atto medico non delegabile al personale paramedico.

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