Insorgono i sindacati: “Inadeguato e insufficiente il numero dei dpi”

15 Marzo 2020

Ieri l'annuncio dell'arrivo di una fornitura da parte della Protezione Civile ma secondo i sindacati i dpi forniti basterebbero appena per un giorno

 

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Tanti, troppi medici, infermieri e operatori sanitari siciliani in prima linea a fronteggiare l’emergenza coronavirus, ma senza gli adeguati dispositivi di protezione individuale. È quanto denunciano i sindacati di medicina generale e i sindacati ospedalieri a nome di tutti di professionisti che ogni giorno si trovano a presidiare ambulatori e reparti avvertendo la paura del contagio senza rinunciare alla cura e all’assistenza dei pazienti.
Nonostante l’annuncio della Protezione Civile di una prossima consegna, in tutta l’Isola, di 12.800 mascherine chirurgiche, 10mila mascherine modello Ffp2 e Ffp3 e 25mila paia di guanti monouso con ulteriori scorte in arrivo con cadenza regolare, i sindacati sottolineano l’inadeguatezza e l’insufficienza del numero dispositivi.

“Sarebbe stata una notizia molto positiva, ma se consideriamo tutti gli operatori sanitari, quel numero di dpi può soddisfare forse il fabbisogno di un solo giorno. Il rifornimento dovrebbe essere quotidiano! Basti pensare che solo noi medici di medicina generale siamo all’incirca 6mila e che le mascherine Ffp2 hanno una durata di poche ore. Servirebbero almeno un milione di mascherine per coprire il fabbisogno di diverse settimane e quindi lavorare in sicurezza”, avverte Luigi Tramonte, segretario regionale Fimmg Sicilia-Settore Continuità Assistenziale.
“Dalla Fimmg avevamo fatto richiesta all’assessorato alla Salute, già in data 3 febbraio. C’è da dire infatti che, nella maggior parte dei presidi di continuità assistenziale, i dpi sono molto scarsi, non bastano per tutti i medici in servizio e se utilizzati non vengono rimpiazzati e in molti presidi non sono mai pervenuti”, dice Tramonte aggiungendo anche che “pericoloso, ancor più in questo momento, risulta essere il libero accesso in guardia medica e proprio per questo cerchiamo di spiegare ai pazienti la necessità di un preventivo triage telefonico o al citofono e di limitare le visite domiciliari”.

“Considerato che tra medici di famiglia e continuità assistenziale siamo circa 6mila – commenta Giancarmelo La Manna, responsabile regionale Snami di continuità assistenziale – con 10mila mascherine ne avremmo quasi due a testa che servirebbero per pochi giorni visto, tra l’altro, che hanno una durata di qualche ora una volta usate. Servirebbero piuttosto centinaia di migliaia di mascherine e di kit di biocontenimento”. Anche lo Snami aveva fatto richiesta a gennaio sia di dpi che di corsi di formazione per procedure atte a gestire l’emergenza ma “ci sono stati consegnati pochi kit che non comprendono calzari, occhiali adesivi e guanti specifici per il biocontenimento – spiega La Manna – e che comunque non bastano per tutte le unità mediche attive nei presidi di continuità assistenziale”. Tra i problemi da affrontare anche il confronto con l’utenza con “la difficoltà di far capire ai pazienti – sottolinea – di non accedere agli ambulatori e di attendere piuttosto una visita telefonica secondo lo slogan ‘Una telefonata ti allunga la vita’ contattando il medico di medicina generale che potrà dare i consigli più appropriati secondo il caso”.

La stessa situazione, se non peggiore, si verifica nelle strutture ospedaliere dove vengono a mancare del tutto i dpi e dove, com’è facile immaginare, l’affluenza di utenti è ancora più elevata. “Servirebbe almeno una mascherina per turno per ogni operatore e quindi una fornitura quotidiana a partire dalle Uoc, ma qualsiasi numero è sempre meglio di zero se consideriamo – sottolinea Mario Di Salvo, rappresentante aziendale Fials- Confsal all’ARNAS Civico – all’ospedale Civico di Palermo, il secondo più grande del Sud Italia, non ci sono state finora né mascherine di livello 2 né di livello 3 e c’è stato un numero estremamente razionalizzato di mascherine chirurgiche che, come sappiamo, servono a ben poco. Non ci sono stati forniti nemmeno – aggiunge – i camici e i guanti necessari a proteggere dal rischio biologico. Nonostante poi le numerose richieste non abbiamo ricevuto alcun riscontro. Resta gravissimo il fatto che dopo dieci giorni dalle prime richieste di chi lavora sul fronte del Covid-19 – conclude -, la comunicazione istituzionale e le norme più elementari di igiene siano state disattese”.

I rifornimenti per la Sicilia, sottolineano dal Cimo, sarebbero stati pronti da gennaio “ma la Protezione civile nazionale li ha dirottati dal Sud verso gli ospedali del Nord”, spiega Giuseppe Bonsignore, segretario aziendale Cimo all’AOOR “Villa Sofia-Cervello”. “Bisogna sottolineare però che, secondo le linee guida dell’Oms, è possibile razionalizzare i dpi mantenendo, per esempio al triage e al pronto soccorso e nei casi non sospetti o positivi al Covid-19, la distanza di sicurezza e usando la mascherina chirurgica, i guanti e un camice monouso non impermeabile. Nonostante tutto servirà comunque un numero altamente superiore di dpi rispetto a quelli che giungeranno, considerato anche che l’assessorato alla Salute – spiega – ha demandato ad un’azienda di Dittaino la produzione direttamente in Sicilia”.
“Ciò che risulta più difficile è la sanificazione dei locali. Se consideriamo il reparto di radiologia – aggiunge – abbiamo messo in campo un protocollo per isolare e purificare le sale e le apparecchiature con una relativa sospensione delle attività per oltre due ore. Abbiamo inoltre – specifica -prevalentemente destinato la Tac del Cervello ai pazienti Covid mentre le due Tac di Villa Sofia a tutti gli altri pazienti”.

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