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coronavirus antonio cascio

Il problema dei test diagnostici per il Covid-19, qual è il loro vero significato?

26 Maggio 2020

Come devono essere interpretati gli esiti offerti da tamponi e test sierologici? Non sempre i risultati sono univoci

Prof. Antonio Cascio, Infettivologo

Non sempre tamponi e test sierologici offrono dei risultati chiari e sicuri. Il recente caso di “nonna Iole” raccontato da insanitas (leggi qui) è paradigmatico delle difficoltà diagnostiche che si celano dietro un tampone. Altrettanto dicasi per i test sierologici: ce ne sono tantissimi, quantitativi e qualitativi, capaci di offrire risultati non sempre ritenuti attendibili dalla comunità scientifica. Allora, se il “primo comandamento” per evitare che la curva del contagio torni a crescere, oltre ad osservare le misure di sicurezza e distanziamento, è quello di fare quanti più test possibile, come devono essere interpretati i testi diagnostici per Covid 19? Qual è il loro reale significato? Ne parla sul nostro blog il Professore Antonio Cascio, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università di Palermo e consigliere Simit:

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Bisogna premettere che, attualmente i test diagnostici maggiormente utilizzati sono di due tipi:

  • Test molecolari che mettono in evidenza la presenza del genoma del virus sul tampone nasofaringeo;
  • Test sierologici che evidenziano la presenza degli anticorpi nel sangue.

I primi vengono generalmente utilizzati per fare la diagnosi di infezione nel paziente sintomatico o nelle persone che sono state a contatto con un infetto, mentre i test sierologici vengono in genere utilizzati per fare indagini di screening nella popolazione, anche se, occasionalmente possono in maniera giudiziosa essere di utilità nel work-up diagnostico del singolo paziente.

Di fronte ad un Tampone nasofaringeo positivo cosa possiamo pensare?

La cosa più verosimile è che l’Infezione sia presente e quella persona sia quindi contagiosa… dovrà essere isolata e dovrà indossare una mascherina chirurgica;

Potrebbe però trattarsi anche di una Infezione pregressa – (il test avrebbe in tal caso evidenziato la presenza di residui di RNA, no virus vitale) – quella persona non sarà più contagiosa, ma lo stesso per sicurezza dovrà rimanere in isolamento. Ovviamente la storia clinica del paziente sarà di aiuto per discriminare fra queste due condizioni.

Potrebbe comunque in teoria trattarsi di falso positivo dovuto a contaminazioni nel laboratorio (evenienza questa rarissima) e quindi la persona testata non avere in atto alcuna infezione.

Di fronte ad un Tampone nasofaringeo negativo cosa possiamo pensare?

La cosa più verosimile è che l’Infezione sia assente ma ne siamo sicuri?

Infezione potrebbe infatti essere presente … si potrebbe trattare infatti di un falso negativo. Magari il tampone non era stato eseguito bene (chi lo ha eseguito ha inserito il tampone nelle narici senza spingersi fino alla parete posteriore del rinofaringe. Oppure il virus non era realmente presente nel nasofaringe – si tratterebbe comunque di una persona poco contagiosa.

Bisogna Considerare tale ipotesi soprattutto in pazienti con sintomi tipici di COVID. Se presente tale condizione potrebbe essere indicato ripetere il tampone o eseguire la ricerca del virus nel lavaggio broncoalveolare.

 

Passiamo ora alle indagini sierologiche. Abbiamo detto che vengono principalmente fatte per campagne di screening. Per adesso per esempio le stiamo conducendo fra il personale del Policlinico di Palermo. Il Ministero le utilizzerà per capire qual è stata realmente la diffusione del virus nelle diverse regioni italiane

Di fronte ad un test sierologico che evidenzia la presenza di Anticorpi IgM e/o IgG cosa possiamo pensare?

Potremmo pensare che la persona abbia un’Infezione in atto e potrebbe essere contagiosa, bisognerà al più presto escludere tale possibilità eseguendo il tampone.

Si potrebbe più verosimilmente trattare di una Infezione pregressa. Anche in questo caso bisognerà al più presto escludere la possibilità di una infezione in atto eseguendo il tampone.

Si potrebbe trattare, anche se meno verosimilmente, di un falso positivo (per presenza nel sangue di anticorpi cross-reagenti o a causa di problemi tecnici) e l’Infezione non essere mai avvenuta. Anche in questo caso bisognerà al più presto eseguire il tampone per escludere però la prima condizione.

Ammesso che il test sierologico abbia una specificità del 96% (cosa di cui non siamo realmente sicuri), se la prevalenza reale dell’infezione fosse inferiore del 5% (come lo è verosimilmente in Sicilia), di fronte ad un test risultato positivo le probabilità che tale test sia una “falso positivo” sono maggiori di quelle che si tratti di un “vero positivo”. Il rischio di “falsi positivi” lo si riscontra soprattutto per le IgM cross-reagenti con i “vecchi coronavirus” responsabili in genere di banali infezioni delle alte vie aere (HKU1, NL63, OC43, 229E).

Di fronte ad un test sierologico negativo cosa possiamo pensare?

La cosa più verosimile è che Infezione non sia mai avvenuta. Non è indicata l’esecuzione del tampone, a meno che non ci troviamo di fronte ad una persona con sintomi respiratori e che addirittura potrebbe avere una infezione in atto. Dovremo considerare tale ipotesi nei pazienti con sintomi tipici di COVID – e in tal caso bisognerà al più presto escludere tale possibilità eseguendo il tampone.

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