Il Nursind all’attacco: «Gli infermieri italiani? Sono troppo pochi e non valorizzati come meriterebbero…»

25 Giugno 2016

Intervista di Insanitas a Francesco Frittitta (coordinatore regionale del sindacato in Sicilia): «Impensabile continuare con le attuali dotazioni organiche. Inoltre la remunerazione deve essere commisurata all'area o specializzazione di pertinenza e ci dovrebbero dare la possibilità di prescrivere esami e farmaci. Infine, non dovremmo essere usati come jolly e per questo chiediamo l'abolizione dell'articolo 49 del codice deontologico».

 

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PALERMO. Sono troppo pochi rispetto alla richiesta di assistenza, poco valorizzati professionalmente e con stipendi che non tengono conto delle differenze esistenti tra le varie aree di pertinenza. È il quadro dell’attuale situazione degli infermieri italiani tracciato da Francesco Frittitta (il secondo da sinistra nella foto), coordinatore regionale Nursind Sicilia (il sindacato che in tutta Italia conta oltre 30 mila infermieri) che propone, tra l’altro, anche la possibilità di prescrivere esami e farmaci e l’abolizione dell’articolo 49 del codice deontologico («Non dobbiamo essere usati come i jolly della situazione»).

Da tempo sollecitate la convocazione degli stati generali dell’infermieristica…

«Proprio così. Bisogna discutere di ruoli, competenze, relazioni professionali e responsabilità che già differenti norme hanno previsto ma che non trovano applicazione. Questa professione ha la necessità di sviluppare in armonia con le altre professioni sanitarie e con quelle mediche nuove strategie e nuovi modi di collaborare che invece, per adesso, sono frenate da ideologismi e pensieri antiquati».

Tra le vostre richieste c’è l’abrogazione dell’art. 49 del codice deontologico

«Prevede che l’infermiere compensi le carenze e i disservizi che possono eccezionalmente verificarsi nella struttura in cui opera. Deve essere abrogato per due motivi principalmente. Anzitutto, essendo una professione intellettuale normata dal codice civile (art. 2229) questo articolo è in piena contraddizione. Pensate se un magistrato dovesse farsi le fotocopie o cercare in archivio dei fascicoli invece di indagare, o oppure un ingegnere dovesse trasportare sacchi di cemento invece di occuparsi della corretta esecuzione dei lavori. Insomma, è anacronistico pensare che gli infermieri siano il jolly della situazione e mi dispiace che la Federazione Nazionale Ipasvi non voglia rendersene conto. D’altronde mi chiedo quanti dei dirigenti della stessa federazione “lavorino” in corsia..».

Il secondo motivo?

«L’articolo 49 ormai è diventato lo scudo di difesa utilizzato impropriamente da amministrazioni e alcuni giudici per coprire le carenze di organico di personale non sanitario. Il tempo sottratto all’assistenza, con l’esiguo personale infermieristico, fa aumentare il rischio clinico, con relativo aumento della mortalità e dei contenziosi legali. La stessa Corte dei Conti ha più volte ribadito che spendiamo troppo in contenziosi legali».

Qual è la vostra posizione sul riconoscimento dell’assistenza infermieristica specializzata sia sotto il profilo professionale che retributivo?

«Non tutti gli infermieri svolgono lo stesso lavoro: ad esempio, alcuni effettuano attività ambulatoriale, altri in aree di emergenza, per questo serve una formazione specifica e mirata che garantisca la miglior assistenza in qualunque situazione. Naturalmente anche la remunerazione deve essere commisurata all’area o specializzazione di pertinenza. Faccio un esempio: un collega che lavora in area critica come pronto soccorso o 118, per la particolarità dei luoghi e dei rischi non dovrebbe guadagnare come un collega che presta la sua opera in un reparto a bassa intensità di cura».

Un’altra vostra battaglia è quella sulla prescrizione infermieristica, non ancora riconosciuta in Italia…

«Pensate a un infermiere con adeguata formazione e a quanto aiuterebbe un medico di famiglia, consentendogli di effettuare più visite domiciliari o in ambulatorio, invece di scrivere ricette a pazienti cronici o con piani terapeuti. Purtroppo la centralità del paziente alle volte è posta in secondo piano in funzione degli interessi corporativi della classe medica. In varie aree dell’Italia si sta portando avanti il concetto di infermiere di famiglia, con risultati in termini di qualità assistenziale migliorativi con diminuzione dei ricoveri e quindi della spesa del sistema sanitario nazionale. Se a questo associassimo la prescrizione infermieristica, avremmo raggiunto un optimum che nel resto di Europa ci invidierebbero».

C’è un problema di rappresentanza infermieristica in seno alla sanità privata?

«Sì, a causa principalmente dell’ostilità delle sigle confederate, che vedono di malocchio l’ingresso di NurSind come soggetto sindacale. Ormai è da parecchio tempo che le RSU nel privato non vengono svolte danneggiando i lavoratori e la aziende».

Altri temi: dotazioni organiche, lotta contro il precariato e valorizzazione economica…

«Le tre problematiche sono intrecciate tra loro in modo inestricabile. Non si può pensare di continuare con le attuali dotazioni organiche, l’età media del personale infermieristico è ormai oltre i 50 anni e il blocco del turn over non fa altro che aggravare la situazione bloccando di fatti i giovani laureati. La valorizzazione economica passa dalla contrattazione nazionale e da quella decentrata. Con il blocco contrattuale dovuto alla spending review si è avuto un appiattimento delle remunerazioni, che ha fatto sì che le carenze di organico venissero bilanciate con l’aumento degli straordinari incidendo notevolmente sulla qualità di vita e sul fondo della produttività. Per dirla tutta, lo Stato italiano ha fatto pagare la carenza di personale allo stesso personale depredando i fondi della produttività, e questo è solo sconcertante…».

  • Francesco Frittitta, coordinatore regionale di Nursind Sicilia

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