il futuro della sanità

“Il Futuro della Sanità”: innovazione e sostenibilità le nuove frontiere

24 novembre 2017

Il reportage della 14 esima edizione de "Il Futuro della Sanità" tenutasi quest'anno negli studi Mediaset, a Milano ed organizzato da Ab Medica

 

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Milano. Sostenibilità dell’innovazione in sanità a quali costi e con quali benefici. Se ne è parlato alla 14 esima edizione de “Il Futuro della Sanità” tenutasi quest’anno negli studi Mediaset, a Milano, in un’evento costruito come un vero talk per la tv condotto dal giornalista Nicola Porro.

“Ogni anno cerchiamo di fare cultura sui temi sui temi dell’innovazione in sanità, innovando anche il nostro linguaggio e i tempi in qualche modo, della comunicazione ai nostri stakeholder”. Ha affermato Francesca Cerruti direttore marketing di Ab Medica, azienda in prima fila nell’innovazione (importatrice per l’Italia del Robot Da Vinci, ma anche impegnata in genomica, telemedicina, e nella produzione di sistemi medici avanzati ndr) che ha promosso l’evento.

Ospiti sul palco e protagonisti della sanità, nel vissuto quotidiano, si sono confrontati, intercalando interviste e servizio video con taglio economico. Tutti d’accordo sulle opportunità che assicura l’innovazione ma divergenti sulle modalità di applicazione. “Chi mai potrebbe dirsi avversario dell’innovazione? ha esordito il professore Raffaele Pugliese, Presidente AIMS (Advanced International Mini-invasive Surgery). La tecnologia in sanità è sempre benvenuta”.

Sostenitore della robotica in sanità si è detto Vito Pansadoro, direttore del centro di urologia laparoscopica robotica della Casa di Cura Pio XI. “In quasi 10 anni di utilizzo ho riscontrato personalmente i vantaggi di questo tecnologia”. Per il professore Pansadoro la sostenibilità “deve essere legata a una visione a lungo termine, su un arco di tempo di 3 anni. I costi delle procedura robotica vengono non solo ammortizzati ma risultano più bassi di quelli sostenuti dalla tradizionale della chirurgia open”.

Il nostro paese, dati 2015, spulciati dal palco da Nicola Porro, spende in medical device 5,9 miliardi su 149,5 miliardi di euro. Negli Usa la spesa per la sola robotica è di 2,2 miliardi di dollari su una spesa sanitaria nazionale di 3000 miliardi.

“Prima di parlare di mere cifre e bilanci – ha però sottolineato Domenico Ravetti, presidente commissione sanità regione Piemonte – bisogna chiarire che tipo di servizio e assistenza fornire al cittadino: non avere soldi non deve essere un pretesto per non apportare l’innovazione che i pazienti meritano”.

Così anche Massimo Lombardo, direttore generale dell’azienda sanitaria Ovest Milano “la tecnologia al servizio di un nuovo modello SSN per rispondere ad una società che cambia e che porta a ridisegnare il rapporto tra paziente e professionista medico”. Sembrano tutti d’accordo in un paese dove nelle sale operatorie, alla consolle di esperti chirurghi, vi sono ben 96 robot Da Vinci, (uno anche a Palermo). Nel mondo per la cronaca i robot chirurghi della serie Da Vinci sono 4100.

Ci sono “tante realtà italiane – ha sottolineato la deputata grillina Giulia Grillo, membro della commissione sanità – dove ancora la sanità attende di diventare tecnologica. Bisogna intervenire per appianare questa disomogeneità regionali”.

E qui a salire sul banco degli impuntati non è stata solo l’innovazione su cui tutti ne concordano la necessità, ma anche la formazione. Dopo la laurea e la specializzazione sono passati già 10 anni prima che un medico possa mettere mano su un robot. Va rivisto, ha sottolineato il gota della medicina presente all’evento di Milano, il percorso formativo “più la tecnologia è sofisticata – ha detto il presidente dell’Aims, Pugliese – più richiede una formazione e un trading approfondito: solo così lo strumento diventa un vero alleato del medico e una risorsa per la salute del paziente”.

Un cambiamento non più rimandabile e che incalza un sistema sanitario che purtroppo non sempre è pronto a rinnovarsi. “Studi, ricerche e nuovi modelli di gestione devono essere varati al più presto anche ispirandosi a governance più rodate. Un modello che potrebbe essere adottato – hanno concordato Massimo Monturano, Hospital Risk Manager l’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) ed Patrizio Armeni, Ricercatore Cergas SDA Bocconi – è quello inglese”. (vl)

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