Fabio Triolo Houston Ismett

Houston, abbiamo… un palermitano di successo: dall’Ismett agli Usa, Fabio Triolo non si ferma più

25 Luglio 2016

Tempo fa ha lasciato il suo impiego all'Istituto Mediterraneo per i Trapianti trasferendosi al Texas Medical Center dove dirige il nucleo terapie cellulari: «I sette anni e mezzo all'Ismett sono stati molto produttivi, poi un cambiamento politico- amministrativo ha modificato gli equilibri e le modalità di gestione dell’Istituto, portando diversi professionisti, tra cui me, a migrare. Mi manca Palermo, ma non sopporto più alcuni atteggiamenti. Dopo due settimane di vacanza in Sicilia, non vedo l'ora di tornare in Texas...».

 

di

Palermitano, ha vissuto e studiato fra la Sicilia e l’America, decidendo qualche anno fa di lasciare definitivamente il suo impiego all’Ismett di Palermo, dove ha fondato l’Unità di Medicina Rigenerativa e Terapie Cellulari, per il Texas Medical Center di Houston.

Adesso Fabio Triolo (a destra nella foto @Paolo Giandotti mentre incontra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella) dirige il nucleo terapie cellulari dell’UTHealth. «In Italia non insegnano a scrivere progetti di ricerca e i baroni delle università tendono ad oscurare i ricercatori», dice Triolo, aggiungendo: «Mi manca Palermo, ma non sopporto più alcune atteggiamenti. Dopo due settimane di vacanza in Sicilia, non vedo l’ora di tornare a casa in Texas».

La sua esperienza all’Ismett?

«Vi ho trascorso sette anni e mezzo molto produttivi. Ho fondato e diretto l’Ufficio di Ricerca, Salute e Scienze Biomediche, e nel ruolo di Direttore del Laboratorio di Terapie e Trapianti Cellulari Sperimentali, ho progettato, implementato e reso operativi i primi laboratori a sud di Roma, in cui cellule e prodotti di ingegneria dei tessuti vengono preparati per uso clinico in ottemperanza alle Norme di Buona Fabbricazione».

«Sono stato il primo in Sicilia autorizzato dall’Agenzia Italiana del Farmaco e dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca a svolgere le funzioni di “Persona Qualificata” presso officine farmaceutiche autorizzate alla produzione di medicinali per terapia cellulare. Ho fondato l’Unità di Medicina Rigenerativa e Terapie Cellulari che ho co-diretto fino a fine 2010, guidando anche il gruppo bioreattori e isolamento di precursori fetali umani».

Perché ha deciso di andare via?
«Per diversi anni ho lavorato in un ambiente il cui modus operandi si differenziava positivamente dalle altre strutture siciliane, tanto da consentirmi di raggiungere obiettivi molto ambiziosi. Poi, improvvisamente, un cambiamento politico-amministrativo ha modificato gli equilibri e le modalità di gestione dell’Istituto, portando diversi professionisti, tra cui me, a migrare verso realtà più adatte a potenziare la propria professionalità e sviluppare la propria carriera. Houston è stata una scelta molto facile da fare. Ospita il centro medico più grande del mondo, ha una delle economie più sane e forti di tutti gli USA, un clima molto simile al nostro e un’eccellente qualità di vita».

Ha creduto che l’indifferenza nei confronti della ricerca scientifica potesse essere sconfitta?

«In Italia mi sono occupato di produzione di cellule staminali e progenitrici umane per applicazioni cliniche di medicina rigenerativa, rilevanti al campo dei trapianti d’organo. Io non credo che il problema fondamentale della ricerca scientifica Italiana sia l’indifferenza, soprattutto se intesa come insufficiente disponibilità di fondi. Semmai, una cosa che ho potuto notare da revisore di richieste di finanziamento Italiane, è che la maggior parte dei ricercatori Italiani non sappia scrivere progetti di ricerca competitivi».

«In altre parole, non hanno “grantsmanship”. Questa capacità è fondamentale per ottenere finanziamenti e non è un caso che i ricercatori Italiani che hanno maggiore successo nell’ottenere fondi di ricerca siano generalmente quelli addestrati all’estero, dove insegnano a scrivere progetti e richieste di finanziamento. Un altro problema grave che abbiamo in Italia è il “baronato” che impedisce il fiorire di un sistema meritocratico che potrebbe innalzare esponenzialmente la qualità della ricerca Italiana».

Di cosa si occupa, adesso, a Houston? 

«Dirigo il nucleo terapie cellulari dell’Università del Texas a Houston. I miei laboratori sono tra gli unici tre in Texas ad avere ottenuto il prestigioso accreditamento della Fondazione per l’Accreditamento delle Terapie Cellulari (FACT) per la produzione di cellule in conformità alle Norme di Buona Fabbricazione. Siamo anche i primi della nazione ad essere stati scelti per l’accreditamento secondo i nuovi standard comuni per le terapie cellulari».

«Il mio ruolo è traslare promettenti tecnologie terapeutiche sviluppate da ricercatori a livello pre-clinico, in processi che possano essere usati per produrre cellule e prodotti di ingegneria dei tessuti per applicazioni cliniche. I miei interessi di ricerca riguardano lo sviluppo di terapie cellulari per danni neurologici (ad esempio traumi cranio-encefalici, ictus, paralisi cerebrali infantili, encefalopatie ipossico-ischemiche) e di applicazioni di ingegneria tessutale basate su tessuti extraembrionali (per esempio liquido amniotico o gelatina di Wharton) per trattare varie anomalie congenite pediatriche».

Su quale progetto puntate un particolare?

«Uno dei progetti di punta sviluppati nel mio laboratorio si basa su un approccio di ingegneria dei tessuti che usa gelatina di Wharton, la sostanza ricca di cellule staminali che si trova dentro il cordone ombelicale, per aiutare a riparare difetti anatomici congeniti, come la palatoschisi. Nel giro di quattro anni abbiamo sviluppato la tecnologia di base in laboratorio, l’abbiamo convalidata in vivo su un modello sperimentale preclinico, ed entro fine anno saremo i primi al mondo a sperimentare questo nuovo approccio sull’uomo».

L’argomento staminali è da molto tempo al centro di un dibattito piuttosto acceso in Italia… 

«Il dibattito etico a cui si riferisce si applica solamente alle cellule staminali embrionali, poiché la tecnica per ottenerle non consente all’embrione donatore di sopravvivere. Tuttavia non c’è alcun problema etico nell’utilizzo di cellule staminali provenienti da tessuti adulti e fetali. La stessa chiesa cattolica, organizzazione pro-vita per antonomasia, approva perfino l’utilizzo di cellule provenienti da feti abortiti, purché il ricercatore non abbia niente a che fare con la decisione della donna di interrompere la gravidanza e la stessa dia il consenso ad abortire prima che gli sia prospettata la donazione delle cellule fetali».

«In altre parole, la donazione di cellule fetali viene vista come una donazione da donatore cadavere. Al contrario, le organizzazioni pro-vita come la chiesa non approvano l’utilizzo di cellule staminali embrionali perché il loro isolamento termina la potenzialità di vita di un embrione. In aggiunta, ci sono motivi scientifici che non supportano, almeno attualmente, il loro uso clinico. Ad esempio, le staminali embrionali causano marcate risposte immunitarie e sono tumorigeniche. In Italia ho lavorato con cellule fetali, mentre oggi sto puntando su cellule derivate da tessuti extraembrionali come la gelatina di Wharton, il cui uso non ha alcuna implicazione etica, e le cui proprietà sono intermedie tra cellule staminali adulte ed embrionali, senza averne le controindicazioni».

Oltre ai fondi, quali sono le sostanziali differenze nel fare ricerca in Italia e negli USA? 

«Prima di tutto ribadisco che i fondi per la ricerca sono disponibili anche in Europa se si è produttivi e si sanno scrivere progetti di ricerca competitivi. I miei progetti sono ben finanziati, ma lo erano anche in Italia. Tra l’altro, quando si scrive una richiesta di finanziamento in Italia, non ci si deve preoccupare di coprire i salari del personale strutturato, mentre qui bisogna anche reperire i fondi per i salari di tutto il proprio gruppo. Ciò implica che il ricercatore deve anche avere delle spiccate capacità manageriali che gli consentano di pianificare il proprio budget guardando avanti almeno 2-3 anni alla volta per assicurare la continua copertura del proprio personale di ricerca. E se non produci, non ti danno fondi…».

«In USA stiamo vivendo un momento storico non ottimale per ciò che riguarda la disponibilità di fondi di ricerca. I National Institutes of Health, tradizionalmente la più importante risorsa di finanziamenti in USA, ha drasticamente ridotto i fondi stanziati, e la politica di indirizzo dà priorità ai ricercatori affermati, a sfavore dei giovani ricercatori in cerca della propria indipendenza. Ciò ha fatto sì che oggi, più che mai, sia importante diversificare le fonti di finanziamento. Ad esempio, i miei fondi provengono non solo dal NIH, ma anche dal dipartimento della difesa Americana, da filantropi, da collaborazioni e contratti col mondo industriale e da investimenti istituzionali e statali vincolati alla generazione di un ritorno economico e/o di proprietà intellettuale. Occorre essere creativi anche in scienza, esattamente come ho dovuto esserlo in Italia a suo tempo.

È davvero così come si crede: in America i ricercatori siete più liberi rispetto all’Italia?

«La grande differenza tra Italia e USA è il grado di indipendenza, di libertà, nello svolgimento della propria ricerca. In Italia c’è molto “baronato”, i “baroni” tendono a oscurare i ricercatori, soprattutto i più promettenti, e a prenderne i meriti. Negli USA, invece, l’unica cosa che conta è la produttività e la validità dei progetti che porti avanti. Se tu produci e porti all’istituzione/azienda risultati di valore, meriti e vieni premiato sia in termini economici, sia di carriera. I meriti, così come gli insuccessi, sono tuoi. Ed il tuo successo viene visto dai tuoi superiori come un contributo al loro successo. Insomma, un successo di squadra».

«Infine, gli stipendi sono commisurati al ruolo che si ricopre e al valore aggiunto che si porta all’istituzione. D’altra parte, sanno bene che il mercato intorno a loro si muove molto velocemente e se non adottano una buona politica di “employee retention” mirata a trattenere e incentivare la presenza di talenti all’interno del proprio personale, qualcun altro ne approfitterà. Io, ad esempio, solamente nell’ultimo anno ho ricevuto almeno sei ottime offerte di lavoro da istituzioni o aziende Americane ed Europee. E non sono alla ricerca di lavoro. Figuriamoci se lo fossi!».

È in contatto con altri ricercatori Italiani in USA?

«Sì, molti».

E con i suoi vecchi colleghi?

«No, ma sto avviando delle collaborazioni con dei nuovi colleghi siciliani per sviluppare terapie innovative mirate a danni e patologie neurologiche e neuromuscolari acute e croniche. A breve ne sentirete parlare».

In questi anni di lontananza dal mondo scientifico italiano, secondo lei è cambiato qualcosa?

«Purtroppo no».

Le manca Palermo? Tornerebbe?

«Di Palermo mi manca un ristretto gruppo di amici, l’ubicazione geografica, la cucina e la vita sociale, soprattutto estiva. Ma al contempo, sono diventato totalmente intollerante a certi atteggiamenti e dinamiche tipiche della mentalità italiana e soprattutto siciliana, che mi hanno portato cinque anni e mezzo fa a dire basta ad un sistema che non mi appartiene, in cui non mi riconosco, e ad andare via. Un po’ triste da ammettere, ma quando torno a Palermo, dopo una o due settimane non vedo l’ora di tornare a casa in Texas».

  • Fabio Triolo

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE...

Seguici su Facebook

Made with by DRTADV