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Gli effetti (negativi) dell’emergenza Covid19 sui pazienti con HIV

6 Maggio 2020

L’allarme è lanciato dalla Lega Italiana per la Lotta contro l’AIDS (LILA) e dalle altre associazioni che denunciano come l’emergenza Covid19 stia penalizzando la risposta alle cure e alla prevenzione. Chiesto un incontro al ministro Speranza

 

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“L’accesso tempestivo alle terapie e un’assistenza di qualità consentono di avere un’altissima percentuale di persone con HIV, oltre al 90%, in soppressione virale e, dunque, in stato di non-infettività. I dati dell’ultimo bollettino dell’ISS (Nov. 2019) sull’andamento dell’HIV nel nostro Paese lo confermano, ma la forte pressione provocata dalla pandemia di SARS-CoV 2 e l’impatto maggiore di essa sul comparto medico infettivologico sta, tuttavia, limitando fortemente gli spazi di cura e l’accesso ai servizi di assistenza a molte PLWHIV (persone che vivono con HIV). Gran parte dei centri italiani hanno quasi totalmente sospeso le visite di controllo, i prelievi, gli esami diagnostici e di approfondimento; in molti casi risulta complicata anche la consegna dei farmaci antiretrovirali”. Da qui l’allarme lanciato dalle associazioni (LILA, ASA, NADIR, PLUS, ANLAIDS, ARCIGAY, CNCA, CICA, M. MIELI, CARITAS, S. BENEDETTO AL PORTO, COMITATO DIRITTI CIVILI DELLE PROSTITUTE, GAYNET, ARCOBALENO AIDS, BALNE, DIANOVA, AIRA, ESSERE BAMBINO, MIT, VILLA MARAINI, FORUM AIDS, CNV, SAN PATRIGNANO, NPS, I RAGAZZI DELLA PANCHINA, CRI, GRUPPO ABELE) che, in una lettera indirizzata al Ministro della Salute Roberto Speranza e alle istituzioni  italiane che, a vario titolo, governano gli interventi sull’HIV nel nostro Paese, manifestano profonda preoccupazione rispetto al futuro delle cure e degli interventi di prevenzione. “Siamo consapevoli – si legge nel documento – del fatto che questa fase emergenziale avrà, purtroppo strascichi e che i problemi che oggi gravano sui centri di malattie infettive potrebbero proseguire a lungo. Per questo pensiamo sia fondamentale che le istituzioni competenti si attivino quanto prima, affinché siano ripristinati e garantiti adeguati standard di cura e assistenza su tutto il territorio nazionale”. Per le PLWHIV il rapporto con il centro di cura e con il proprio infettivologo è fondamentale, come lo è la “disponibilità di competenze mirate, l’accesso a indagini strumentali e visite specialistiche per le comorbilità e la possibilità di prevenire i danni causati dalle terapie antiretrovirali”. Impegni questi, peraltro, previsti dalle linee guida nazionali e internazionali, tanto più necessari nel nostro Paese, vista l’elevata quota di PLWHIV over 50. Le associazioni denunciano l’ampia mole di richieste d’aiuto da parte di persone con HIV cui sono state posticipate visite, controlli e analisi, anche di tre o quattro mesi, oltre ai tantissimi  problemi che il lockdown ha creato per il ritiro di farmaci: il timore è che qualcuno/a possa essere costretto a interrompere i trattamenti. “La stessa preoccupazione riguarda – scrivono – il destino delle attività di diagnosi e prevenzione, che risultano interrotte, praticamente, in ogni Regione: tutti i servizi di offerta del test HIV sono stati ridotti, se non sospesi; altrettanto è accaduto, sempre per le restrizioni anti-COVID, ai servizi di testing gestiti dalle associazioni”. Si tratta di un problema gravissimo per il nostro Paese, che è tra quelli in Europa in cui le persone inconsapevoli di avere l’HIV rappresentano la quota più importante di diffusione dell’infezione e, dunque, con percentuali più alte di late presenters (coloro che giungono tardi alla diagnosi dell’infezione HIV, con conseguente più elevata possibilità di trasmissione comunitaria, incremento di comorbidità, di mortalità e un maggior utilizzo di risorse, accanto ad una minore aspettativa di vita). Ad oggi per HIV non esistono cure definitive o vaccini. L’individuazione delle persone sieropositive e la possibilità di sottoporle precocemente al trattamento antiretrovirale è, dunque, l’unica strada per evitare la trasmissione e la diffusione del contagio, oltre al transitamento del virus HIV verso AIDS (malattia).

Il parere dell’esperto

Prof. Massimo Andreoni

Prof. Massimo Andreoni

Sul tema interviene il prof. Massimo Andreoni, ordinario di Malattie Infettive all’Università Tor Vergata di Roma, anche direttore scientifico della SIMIT (Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali) che rileva:  “La continuità dell’assistenza alle persone che convivono con l’HIV è stata messa in grande difficoltà dall’emergenza Coronavirus: questo potrebbe comportare una ripresa della malattia. Soprattutto, il problema si pone laddove la situazione terapica non è stata ancora stabilizzata. Inoltre, un trattamento non corretto potrebbe determinare una resistenza ai farmaci. Altrettanto importante è sottolineare il fatto che, molte persone che convivono con l’HIV sono rimaste bloccate in Regioni diverse ( talora in Comuni non confinanti ) da quelle in cui afferiscono per le cure, ovvero da quelle in cui solitamente, ricevono le terapie antiretrovirali. In questa seconda fase di Covid19 –  sono del parere – che sarebbe, pertanto, auspicabile siano presi opportuni rimedi da parte del Ministero e degli assessorati regionali pertinenti delle Regioni”.

LILA e le associazioni ricordano, altresì, che sono stati sospesi o ridimensionati i pochi interventi rivolti a persone che usano droghe, “servizi già fortemente osteggiati, poco diffusi ed ora praticamente azzerati a causa delle restrizioni” e, a tal proposito, ripercorrono quanto accaduto in Grecia nel 2011, a seguito della crisi economica e dei drammatici tagli al welfare imposti dai diktat europei: tra chi consumava droghe, proprio in quegli anni, tornarono a registrarsi fortissimi incrementi d’infezione da HIV con conseguente ripresa generale della diffusione del virus. Tutto da valutare poi è anche il destino dei già esigui interventi di prevenzione rivolti al mondo della Scuola e delle Università, alla “tutela della salute dei migranti, dei/delle sex workers (lavoratori/lavoratrici del sesso) e al sistema penitenziario”, popolazioni queste a cui si rivolge anche l’attenzione preventiva del PNAIDS. Risulta, dunque, disatteso di fatto il  monito dell’OMS, dell’UNAIDS e di tutte le agenzie di salute globale che hanno richiamato fin da subito i governi e gli Stati Membri sull’importanza di proseguire – in corso emergenza COVID19tutte le attività di prevenzione e di screening dell’HIV per evitare appunto che i livelli di diffusione del virus possano tornare a crescere. LILA e le altre associazione firmatarie, pertanto, chiedono al Ministro e alle altre autorità competenti un confronto urgente.

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