Daniele Armetta

Gli “effetti collaterali” del lock down sui bambini

22 Aprile 2020

Non basta dire “andrà tutto bene”, meglio riorganizzare il tempo a disposizione, pianificando il giorno prima, insieme soprattutto ai più piccoli

 

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Nuovi ritmi, nuovi orari, didattica a distanza e impossibilità ad uscire, correre, giocare e incontrare le persone più care. Gli effetti collaterali dell’isolamento da coronavirus, già di per sé difficili da sopportare e superare per un adulto, per i bambini spesso si trasformano in un incubo capace di generare ansia, preoccupazione, insonnia, difficoltà a mangiare, apatia e profonda tristezza per una condizione sconosciuta e per un futuro ancora incerto.

I bambini devono essere dunque presi per mano e accompagnati in questo nuovo percorso, permettendo loro di conoscere a fondo le emozioni e le sensazioni che stanno provando ma soprattutto insegnando a gestirle. «La prima cosa da fare è sicuramente quella di non cancellare ansia, tristezza e preoccupazione nel bambino – spiega lo psicologo Daniele Armetta, presidente del centro Metaintelligenze Onlus di Palermo -. Dire ai bambini e agli adolescenti che “andrà tutto bene” non è la strategia migliore ma bisogna piuttosto applicare una gestione emotiva efficace. Non serve infatti, attraverso una strategia di coping, spostare l’attenzione dalla difficoltà a quella che si definisce, appunto, positività tossica».

Eliminare un’emozione negativa, per quanto sia istintivo da parte di un genitore, cercando di rassicurare il bambino non è la strada più corretta da percorrere «perché provare sensazioni spiacevoli è la norma e ovattarle non allena al superamento ma spinge all’esatto contrario – sottolinea Armetta -. Allevare i bambini con l’idea di avere un ipercontrollo sulla realtà, il che è un paradosso perché la vita è già di per sé un’incertezza, è chiaro che non aiuti in un momento come questo, quando non si hanno i giusti “anticorpi” per poterlo gestire».

Il primo step da raggiungere è quello della disponibilità «indossando in un certo senso le vesti di un “allenatore emotivo” e facendo emergere le emozioni e i pensieri dei più piccoli, aiutandoli a riconoscere quelle sensazioni, a dare loro un nome come nel caso dell’ansia tra quelle più funzionali che indicano che vogliamo prenderci cura di noi e degli altri, che abbiamo obiettivi e valori. Sopprimerla – prosegue – implica non avere questo feedback facendola crescere e bloccando il nostro percorso. Ma provoca anche un meccanismo inverso, quello del senso di colpa, come se il bambino non fosse autorizzato a provare preoccupazione».

Una volta imparato a leggere la sua situazione emotiva, bisognerà permettere al bambino di viverla senza distrazione e a normalizzarla «facendogli comprendere che provare ansia, in questo esatto momento ma anche in generale, è del tutto normale e, nel caso manifesti una problematica particolare come quella di non riuscire a vedere giornalmente come un tempo i suoi amichetti –spiega -, fare in modo di risolverla insieme».

Questo è il momento più adatto per permettere ai più piccoli di creare la propria “mappa dei valori” «aiutandoli a fare ciò che per loro è più utile, trovando la loro direzione di vita e ciò che è davvero importante, che siano passioni, relazioni, hobby o progetti. E questo è un ottimo momento per individuarli».

Trascorrere più momenti genitore/figli, soprattutto se si tratta di adolescenti, può ricomporre fratture e conflitti predisponendosi nella condizione di conoscersi meglio. Ma se ciò non dovesse accadere, in questa situazione, si riscontra che «spesso, a partire dallo stress, si possa manifestare rabbia incontrollata. Per evitare degenerazioni – aggiunge – è importante prendersi una pausa, un time out dalla relazione per riflettere sulle conseguenze di un determinato tipo di comportamento imparando a distinguere tra opinioni e fatti reali. Alla fine di ciò sarà possibile trovare una soluzione insieme».

Ed è proprio questa la fase in cui preparare un terreno fertile per una graduale ripresa della normalità «riorganizzando il tempo a disposizione, pianificando il giorno prima, insieme soprattutto ai più piccoli, come trascorreranno quello successivo, dando un ordine. Il planning è una forma di autoregolazione e contribuisce ad individuare ritmi, spazi e obiettivi facendo rientrare anche, attraverso delle pause, dei momenti di confronto emotivo. E’ dimostrato infatti che – conclude – creare e scrivere la pianificazione insieme al genitore, fa sì che venga rispettata».

 

 

 

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