118

Gli “angeli” del 118 a tu per tu con il virus: “così il covid19 ci ha cambiato la vita”

22 Marzo 2020

Nuovo appuntamento con la rubrica "Medici in trincea", abbiamo intervistato Stefania Mazzone, medico di 118 distretto Catania presso l'Arnas Garibaldi

 

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Gli “angeli” del 118 continuano a sostenere come sempre l’emergenza sanitaria, tra mille lotte, comprese le carenze dei presidi di protezione individuale. Insanitas continua la sua rubrica dedicata agli operatori sanitari in prima linea.

Abbiamo intervistato Stefania Mazzone, medico di 118 distretto Catania presso l’Arnas Garibaldi.

La vostra giornata ai tempi Covid-19?
«Parti al mattino per un turno di 12 ore 8-20 se diurno, o alla sera per un turno 20- 8, ma nella realtà sai quando prendi servizio e mai quando smonti. Covid ha complicato moltissimo le cose. Se di norma in 118 può capitare da sempre che gli orari si dilatino- perché magari stai valutando e trattando un paziente quando già dovresti smontare- adesso i problemi logistici e molte disfunzioni sussistenti già prima e le procedure di sanificazione dei mezzi diventano un coacervo di cose che appesantisce di molto il nostro lavoro».

Sanificazione del mezzo…
«Avviene nel posto in cui hai portato il paziente sospetto, ma a Catania (e provincia) gli apparecchi ionizzanti sono solo due, per cui può capitare che il mezzo e la squadra rimangano bloccati oltre il turno, in coda per i tempi che richiedono queste procedure».

Ovvero?
«Faccio un esempio: l’altra sera avrei dovuto smontare con la mia squadra alle venti, ma sono tornata a casa all’una di notte, perché, finito l’intervento abbiamo dovuto aspettare il nostro turno per la sanificazione del mezzo, all’esterno del reparto di malattie infettive dell’Ospedale Cannizzaro. L’apparecchio ionizzante è un portatile. Quando finisce il trasporto del paziente potenzialmente contaminato, la sanificazione viene effettuata in quel luogo. Se gli apparecchi sono impegnati in altri mezzi attendi anche ore, bloccato con l’ambulanza prima di poter rientrare nella tua postazione».

Tempi anche per la procedura in sé …
«Si; per la procedura il medico e l’infermiere scendono dal mezzo, si svestono dei dispositivi di protezione, mentre l’autista soccorritore per tutto il tempo è costretto a rimanere vestito con i dispositivi, in quanto dovrà risalire sul mezzo per sanificare con lo strumento ionizzante (procedura che dura circa 20 minuti), poi si disinfetta l’habitat e di nuovo si utilizza l’apparecchio ionizzante (altri 20 minuti circa). Poi si lascia arieggiare l’ambiente, perché altrimenti l’odore del’aria ionizzata che investe le narici è intollerabile».

Poi…
«Finite queste fasi tecniche, finalmente anche l’autista soccorritore può spogliarsi. Faccio presente che in tutto quel tempo, passato al freddo, perché in centrale non ci hanno fatto entrare per motivi di sicurezza, anche le fisiologiche esigenze diventano un problema, e ciò vale per noi e tutti coloro vestiti coi dispositivi. Infine, arrivati in postazione per ulteriori procedure di dismissione di quel turno, fra cui le consegne all’equipaggio montante, passa ancora altro tempo».

Insomma non è mai sicura la fine del turno…
«Esatto. Ma questo è il minore dei problemi, forse perché, tutto sommato, siamo abituati. Spesso, però, non sai che cosa dovrai fronteggiare. Ci troviamo a volte di fronte a situazioni imprevedibili, sovente non coerenti con il triage di invio da parte della centrale operativa e lì dobbiamo improvvisare, se a questo si aggiunge la carenza dei DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), l’improvvisazione diventa un problema e un intervento magari banale si trasforma in un complesso intrigo logistico-organizzativo, ulteriormente complicato da protocolli inesistenti condivisi tra la Centrale Operativa e i P.S.».

Un esempio?
«A me è capitato anche di dover rifiutare di trasportare due sospetti Covid, perché non avevo i presidi e rischiavo di contaminare l’equipaggio, l’ambulanza e tutti quelli con cui avremmo avuto contatto. Inoltre, giunti in Pronto Soccorso, con un paziente affetto da altre patologie acute, ma anche con qualche linea di temperatura, l’accesso si complica in maniera anche esagerata. Ma in linea generale i Kit sono scarsi e spesso mancanti».

Un kit idoneo al Covid-19 cosa prevede?
«La tuta intera isolante, i calzari, gli occhiali protettivi (solo questi possono essere sanificati e riutilizzati) mascherine FFp2/FFp3 e dovrebbe prevedere i guanti pesanti in nitrile (che non abbiamo e usiamo quelli di lattice ordinari mettendone più paia in quanto molto sottili). Mancano, soprattutto, le mascherine, ormai quasi introvabili».

Sarebbe ancora meglio avere la visiera protettiva…
«Certo, è molto importante, perché gli occhi e il viso rappresentano il primo contatto con il paziente. Il kit viene distribuito dalla Seus, ma guanti e visiere le dobbiamo richiedere alla farmacia territoriale dell’ASP, spesso carente. Già le richieste ordinarie vengono soddisfatte in maniera insufficiente al fabbisogno e a volte talmente tardiva da vedermi costretta a rifornirmi personalmente del materiale con la mia auto personale, dopo magari avere sollecitato per due settimane di fila. Una lotta continua già in tempi non sospetti ma che, in una situazione critica come quella attuale, diventa un aggravio complesso e faticoso».

Trovarsi spesso davanti a un Covid-19 senza preavviso…
«Spesso veniamo inviati al domicilio dell’utente non per sospetto Covid-19, ma per altre ragioni e solo poi, giunti sul posto, rileviamo che il paziente ha febbre da giorni, tosse, o dispnea, dunque un quadro compatibile con sospetto coronavirus. A quel punto, non hai indossato i DPI (a differenza di quando già vieni inviato per sospetto covid-19) e, ritrovandoti davanti ad un quadro di possibile contaminazione in un ambiente, tra l’altro, già sostanzialmente infetto, dovrai valutare e visitare una persona dalla quale è impossibile, per ovvi motivi, mantenere le distanze di sicurezza previste».

La maggior criticità in questa ipotesi?
«Almeno in questo caso, una volta in ospedale, se si conferma in seguito il sospetto, dovresti essere informato per gli eventuali e opportuni provvedimenti, ma spesso nessuno ha questa attenzione, tra l’altro prevista dai protocolli epidemiologici, e siamo noi stessi a chiedere informazioni sull’esito dei tamponi e la diagnostica del paziente sospetto trasportato. E’ capitato a dei colleghi, di avere effettuato il soccorso per altri motivi e il paziente poi è risultato Covid-19 positivo e quell’equipaggio non era schermato e ha continuato a svolgere l’abituale servizio, senza alcuna indicazione o valutazione, con il rischio non solo di essere esposto al contagio, ma di esporre altri pazienti a contagio».

Il rischio di contagio peraltro è di tre persone…
«Certo perché una medicalizzata è formata da medico, infermiere e autista soccorritore. Si rischia di infettare un equipaggio, i successivi pazienti e a casa i familiari».

Una cosa è essere forgiati all’emergenza, altra dover operare davanti al rischio di contaminazione per una malattia infettiva altamente diffusiva…
«Sì, ci siamo trovati catapultati in una situazione di grande entità. In questi casi bisogna anche sapere come vestirsi e spogliarsi dei dispositivi di protezione: non basta averli. Nel mio caso – fuori dalla Sicilia – avevo già fatto a mie spese dei corsi per NBCRe, per i casi di soccorso nell’ipotesi di rischio nucleare/biologico/chimico/radiologico/esplosivo, che in Sicilia vengono sempre sottovalutati. Comunque, in 118 Catania chi di noi aveva una formazione aggiuntiva di questo tipo l’ha messa a disposizione dei propri equipaggi che necessitavano di un piccolo training».

Le cronache svelano come non manchino i don Abbondio a discapito degli sforzi di tanti in prima linea…
«Quelli che soggiacciono alla vigliaccheria, è mia personale opinione, avrebbero dovuto fare altro. La paura è un sentimento umano, ma certamente un medico, o un sanitario, non può pensare di abbracciare queste professioni stando sempre al riparo. La professionalità e la deontologia non sono occasionali: se sei un medico lo sei sempre».

Cosa è importante nell’operare in questa situazione?
«Mantenere sempre la calma e la consapevolezza delle situazioni. La sinergia di squadra è fondamentale, perché al domicilio della persona non puoi pervenire trasudando la sensazione che non hai tu per primo il controllo, o arrivare con una squadra non ben amalgamata. E’ importante sviluppare empatia, per conquistare la fiducia dei pazienti».

L’appello alle persone?
«Che, oggi più che mai, attivino il servizio 118 responsabilmente, rispettino le regole e si attengano scrupolosamente alle disposizioni ministeriali».

Rifarebbe il medico?
«Assolutamente sì».

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