DAL BLOG DI IN SANITAS

Frattura del pene, spesso la “colpa” è delle posizioni sessuali

15 giugno 2018

Intervista ad Emilio Italiano Urologo - Andrologo e Sessuologo, Coordinatore Regionale Società Italiana di Andrologia (SIA) e Coordinatore Nazionale del GIS di Andrologia della Società Italiana Medicina Riproduttiva (SIRU).

di Maria Grazia Elfio

La frattura di pene, anche denominata “sindrome del chiodo rotto”, è stata descritta per la prima volta dal medico arabo Abul Kasem a Cordoba oltre 1000 anni fa. Spesso al centro di leggende metropolitane, nulla ha a che fare con la frattura di osso. Il pene, infatti, è costituito da due corpi cavernosi e un corpo spongioso, uniti insieme e circondati da tessuto connettivo.

Per frattura di pene s’intende la “rottura, in corso di erezione completa o parziale, della tunica albuginea di uno o entrambi i corpi cavernosi (porzioni dorsale e laterale dell’organo)”.

Si tratta di una patologia rara, ma fortemente sottostimata, poiché non vi è un monitoraggio condiviso di tutte le strutture sanitarie e, dunque, manca una precisa casistica nazionale, complice il fatto che circa il 7% dei maschi italiani soffre di “curvatura del pene”.

“L’orgoglio chiuso dentro ai pantaloni”, quindi, può subire grave offesa e ciò, a prescindere che il pene sia del tipo shower o grower. Il primo, “quello che dà mostra di se” è lungo anche quando flaccido e non cresce poi tanto una volta in erezione; il secondo “quello che cresce” è piccolo a riposo e cresce di più durante l’erezione.

Si stima che l’80% degli uomini abbiano un pene grower, e solo il 20% shower, ma in entrambe le categorie, focose performance sessuali del “maschio Alfa” (30-50% dei casi), a causa di bruschi strattoni al pene durante il coito, possono “fratturarlo”. Niente paura, però, il rischio cala significativamente “se l’Amazzone va in soffitta”.

Abbiamo intervistato Emilio Italiano (nella foto), Urologo – Andrologo e Sessuologo, Coordinatore Regionale Società Italiana di Andrologia (SIA) e Coordinatore Nazionale del GIS di Andrologia della Società Italiana Medicina Riproduttiva (SIRU).

Dr. Italiano, in cosa consiste la frattura peniena?

«Nella rottura della tunica albuginea: la membrana che ricopre i corpi cavernosi, che è costituita da fasci di fibre collagene disposti in modo da formare uno strato interno, circolare, sottile, che si addentra nel tessuto cavernoso e uno strato esterno, longitudinale, incompleto che, per via della pressione intracavernosa a livello ventrale, a ridosso della spongiosa uretrale, si assottiglia notevolmente, durante l’erezione, diventando più vulnerabile ai traumi. Lo spessore dell’albuginea è variabile da individuo ad individuo e nelle diverse sedi (maggiore a livello ventrolaterale): in media ha valori compresi fra i 2-3 mm nel pene flaccido ai 0,25- 0,50 mm durante l’erezione, pertanto, un colpo particolarmente intenso può lacerarla, causando una fuoriuscita di sangue dai corpi cavernosi ai tessuti circostanti. La frattura può avvenire in qualsiasi punto del pene, ma solitamente si verifica alla sua base e coinvolge un solo corpo cavernoso».

Qual è il rapporto tra la frattura del pene e l’attività sessuale?

«Molto stretto. Il pene si può fratturare anche durante la masturbazione, o in corso di manipolazioni improprie (6% dei casi), o pratiche sessuali non convenzionali, ma il più delle volte la frattura avviene a causa di una brusca fuoriuscita del pene dalla vagina ed il successivo urto con le zone adiacenti, come la sinfisi pubica o la regione perineale della donna. Nel sesso di coppia la posizione assunta gioca, dunque, un ruolo rilevante ai fini della possibilità del verificarsi di questo incidente. Secondo alcuni studi circa il 43% delle fratture avviene durante il coito, mentre il 24% per via della piegatura manuale del pene; il 21% è causato dal girarsi nel letto con il pene in erezione durante il sonno. In misura molto minore rilevano incidenti stradali o industriali o altro».

Esiste un vademecum “salvifico” per evitare che il pene faccia crack nel sesso?
«Diciamo che è bene conoscere le posizioni sessuali aleatorie e regolarsi con cura in tali casi. Volendo stilare una sorta di classifica delle figure erotiche più pericolose, la cd. Amazzone conquista certamente il podio. In questo caso il corpo della donna si muove sopra a quello del maschio. Secondo gli scienziati, è responsabile di circa il 50% di tutte le fratture di pene avvenute durante il coito. In questa posizione, infatti, è la donna ad avere il controllo totale dell’intensità e della velocità dei movimenti. Se l’uomo ha un’erezione completa e la donna spinge il pene troppo in avanti o troppo indietro, questo può piegarsi irregolarmente, lacerando la fascia. La seconda posizione che per frequenza determina tale trauma è quella con la donna “a carponi”, che è responsabile del 29% degli incidenti avvenuti in corso coito: in tal caso spinte di una certa intensità possono far urtare il pene sull’osso pelvico della donna, soprattutto se quest’ultima non è in posizione stabile. La terza figura aleatoria che, secondo uno studio pubblicato recentemente su Advances in Urology, retrocede nella classifica di rischio rispetto ai precedenti risultati apparsi su International Journal of Impotence Research, che un tempo la collocavano al secondo posto, è quella del missionario (l’uomo è sopra la donna), responsabile di circa il 21% delle fratture del pene causate dal coito».

Quando l’uomo deve sospettare tale trauma?

«Quando durante il rapporto avverte distintamente un “crack”, vede immediatamente una detumescenza, a cui spesso si associa un dolore intenso, a seguito della quale il pene si rigonfia e si deforma (“deformità a melanzana”). Se la fascia di Buck (fascia peniena profonda, costituita da una lamina sottile, che avvolge i due corpi cavernosi ) viene interessata, l’ematoma può raggiungere lo scroto, il perineo o l’area pubica».

In tal caso, cosa si osserva?

«Di solito, il pene curva dal lato opposto alla frattura per la spinta data dall’ematoma, formando il cd. “Rolling Sign”: un coagulo di sangue che può essere palpato al di sopra del sito di frattura, che viene percepito come una massa distinta sulla quale la pelle del pene può rotolare. Inoltre, in caso di rottura di uretra, raramente si osserva fuoriuscita di sangue vivo (uretrorragia), mentre possono essere presenti ematuria e difficoltà minzionali, quali stranguria, disuria o impossibilità a urinare».

Come si diagnostica?

«In genere l’anamnesi è sufficiente per fare la diagnosi, che è, dunque, principalmente clinica, ma un’indagine radiologica è fondamentale per valutare la sede e l’estensione del trauma, la compromissione delle strutture anatomiche, soprattutto dell’uretra, e impostare il trattamento più opportuno per assorbire l’ematoma e riparare la tunica albuginea ed eventuali lesioni dell’uretra».

Trattamento conservativo o chirurgico?

«Le linee guida internazionali raccomandano l’utilizzo della terapia chirurgica. La terapia conservativa sembra essere gravata da un maggior tasso di complicanze (disfunzione erettile, disturbi urinari, ascesso penieno, ematoma persistente, fibrosi, ecc.), rispetto alla chirurgia, purché quest’ultima sia eseguita da chirurghi esperti. La terapia conservativa può, però, essere indicata in casi selezionati, come nei pazienti giovani con frattura di pene non complicata, ovvero che presentino lesioni della tunica albuginea senza interessamento uretrale, né presenza di ematoma diffuso, ovvero ematoma di piccole dimensioni, assenza di dolore alla palpazione e detumescenza graduale post-frattura. L’esplorazione chirurgica determina migliori risultati a breve e lungo termine. La riparazione immediata della frattura, ancora, garantisce migliori risultati rispetto alla chirurgia differita dopo iniziale trattamento conservativo».

In cosa consiste il trattamento conservativo?

«Cateterizzazione uretrale o altra derivazione, bendaggi compressivi, raffreddamento con impacchi di ghiaccio, anti-infiammatori, inibitori dell’erezione, antibiotici e analgesici sono i principali strumenti di cura».

Se durante un rapporto l’uomo sospetta una frattura cosa deve fare?

«Deve ricorrere subito al medico senza alcun imbarazzo; pena la disfunzione erettile o, nei casi più gravi, aneurisma penieno o necrosi cutanea».

Quando si ricorre alla diagnostica quali sono gli esami dedicati?

«Dipende dal caso. Se è presente ematuria è utilizzabile l’uretrografia. L’esame d’elezione in passato è stato la cavernosografia, una radiografia con mezzo di contrasto iniettato nei corpi cavernosi per segnalare la localizzazione precisa della lesione. La tecnica, tuttavia, presenta un alto numero di falsi negativi ed è ritenuta potenzialmente dannosa per il tessuto penieno, con rischio di fibrosi, infezioni e reazioni allergiche. L’ecografia, invece, è un esame con finalità preparative alla terapia chirurgica, soprattutto nell’emergenza, in quanto di facile esecuzione, non invasiva e meno costosa. L’esecuzione di un’ecocolor doppler permette, invece, una valutazione dei vasi sanguigni e uno studio della circolazione al loro interno. La risonanza magnetica, ancora, consente una migliore valutazione anatomica e non è invasiva; si tratta tuttavia di una tecnologia costosa e non comune, da riservare ai casi più dubbi, o a quelli in cui la frattura si presenta atipica».

A chi ha vissuto un trauma come questo cosa si può dire?

«Che disagio e paura che si possa ripetere sono naturali reazioni, ma una psico-terapia di coppia è utile per superare l’ansia di lui, anche da prestazione, nelle perfomance successive e il senso di colpa di lei, non raro nella partner».

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