“Fotografare mi ha aiutato a capire”, Francesco Enia parla del progetto “Arcipelago Sanità”

2 Dicembre 2019

"Osservando con la macchina fotografica una realtà che vedevo da 40 anni ha significato per me capire ancora meglio gli aspetti più intimi de nostro lavoro"

di Redazione

Si è svolto lo scorso 25 dicembre a Villa Zito, l’incontro fotografico organizzato dalla Scuola Stabile di Fotografia di Palermo nel corso del quale il medico Francesco Enia ha presentato gli scatti di “Arcipelago Sanità” (leggi qui) il lavoro fotografico con il quale il cardiologo ha intrecciato la sua vita professionale con la passione per la fotografia.

L’iniziativa – afferma il direttore della scuola Antonio Reiner Saporito – rientra in un percorso lungo, iniziato a settembre e che si concluderà a fine giugno. L’obiettivo è quello di portare la fotografia in mezzo alle persone, quando invece in genere accade il contrario. Durante questi incontri il pubblico ha l’occasione di approcciarsi all’arte fotografica in maniera diversa, non solo apprezzandone l’aspetto visivo ma anche riflettendo sul concetto di linguaggio, quindi la parola, l’incontro, la condivisione di un messaggio culturale, quale può essere ad esempi espresso da Francesco Enia in Arcipelago Sanità”.

“Arcipelago Sanità – afferma l’autore Francesco Enia – è  una citazione. La nostra sanità è divisa in tante isole, piccole e grandi, dove spesso è difficile orientarsi. Anche lo stesso malato vive dentro una serie di frammentazioni, tanto che in gergo ospedaliero si dice “ho ricoverato un infarto miocardico”, come se il paziente fosse una frammentazione di se stesso. Dalla lettura di “Arcipelago Gulag” mi è venuto da pensare che, in fin dei conti, con i dovuti distinguo, anche la quotidianità della malattia è arcipelago di sofferenza”.

C’è differenza nell’osservare un ospedale con gli occhi del medico  e con gli occhi di un fotografo?

Credo che l’occhio serva a guardare e che debba quindi essere addestrato. Sia quello del medico che quello del fotografo. Nel caso del medico significa che deve essere addestrato ad osservare ciò che il paziente gli comunica, quindi è una prospettiva basta sul rapporto medico paziente, per vedere una ipotesi diagnostica, è quello che in definitiva usiamo definire “occhio clinico”, anche se è chiaro che non è solo la vista ad entrare in gioco. Nel campo fotografico, possiamo dire che in realtà la fotografia è già nella testa del fotografo. La realtà di una corsia di ospedale improvvisamente può avere quella configurazione di linee, di colori di prospettive che coincide con quell’idea che il fotografo aveva in testa. Nel mio lavoro ho avuto un maestro, Enrico Geraci, che mi ha insegnato a guardare come medico, pensavo fosse un percorso definito. Ora posso dire che osservando con la macchina fotografica una realtà che vedevo da 40 anni ha significato per me capire ancora meglio gli aspetti più intimi de nostro lavoro”.

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