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Ermafroditismo nei neonati, è giusto che siano i genitori a scegliere il sesso?

4 Ottobre 2016

Alcune risposte alle tante domande sollevate dal recente caso del bimbo nato con genitali femminili e poi operato a Palermo.

Dott.ssa Monia Crimaldi, Psicologa

Il processo attraverso cui avviene la differenziazione sessuale nell’embrione e nel feto è delicato e complesso, la cui alterazione può causare una mancata corrispondenza tra il sesso genetico e il sesso apparente, come ad esempio nel caso di Palermo recentemente riportato dalle cronache.

Di conseguenza, un’alterazione dei meccanismi di differenziazione sessuale comporta uno sviluppo anomalo degli organi sessuali, in cui i genitali posso risultare ambigui o intermedi tra i due sessi. Questo fenomeno viene denominato ermafroditismo o, nella letteratura scientifica più recente, intersessualità (intersex).

Secondo la biologa Fausto-Sterling su 1000 nati 17 presentano una qualche forma di intersessualità; Preves parla di un’incidenza intorno al 2%; Dreger di una percentuale di un terzo ogni 2000 nati, riferendosi però specificatamente ai casi in cui la conformazione dell’anatomia sessuale è considerata atipica.

Non sempre l’ermafroditismo viene diagnosticato alla nascita. Vi sono infatti casi di adolescenti che presentano caratteri sessuali e secondari tipicamente femminili sin dalla nascita, e che scoprono di avere un corredo genetico maschile dopo essersi sottoposte a esami diagnostici per accertare le cause dell’assenza del menarca. Oppure, sono ricorrenti i casi di uomini che scoprono di avere un corredo genetico femminile solo a seguito di accertamenti clinici per scoprire le cause della propria infertilità.

Le varie forme di intersessualità non sono necessariamente correlate a una patologia o a condizioni mediche (se non in rarissimi casi). Nonostante questo, in numerose società, l’intersessualità viene considerata come una patologia da nascondere, anche attraverso interventi farmacologici e/o di chirurgia estetica sugli infanti con lo scopo di “normalizzarne” i genitali, spesso in assenza di un disturbo fisico o di una reale esigenza medica per la salute del bambino.

La tendenza a intervenire precocemente di fronte a casi di ermafroditismo si sviluppa nella seconda metà del Novecento, a seguito anche delle teorie dello psicosessuologo John Money.

Money aveva una vasta esperienza nel trattamento dei pazienti intersessuali e riteneva che i bambini nati con organi sessuali non chiaramente definiti potessero essere indirizzati verso l’uno o l’altro sesso. Sosteneva, infatti, la teoria della neutralità di genere sessuale nel neonato, pertanto lo sviluppo “sano” dell’identità sessuale dipenderebbe esclusivamente dall’aspetto dei genitali e da una chiara educazione al genere sessuale assegnato entro il secondo anno di vita.

Ne consegue che in America, dagli anni Sessanta, ha dominato l’idea che lasciare un\una bambino\a in una condizione di intersessualità, in cui i genitali hanno un aspetto atipico, poteva causare gravi danni psicologici, sociali e relazionali. Si sono diffusi, quindi, interventi farmacologici e chirurgici che miravano a “normalizzare” i genitali ermafroditi, per garantire un’assegnazione precoce di sesso e genere sessuale.

I bambini, spesso neonati, venivano dunque medicalmente indirizzati verso il sesso femminile o maschile, anche là dove la variazione biologica dei genitali causata dall’ermafroditismo non comportava disturbi o patologie nell’individuo.

Tali pratiche mediche, soprattutto quelle relative alla chirurgia estetica, sono irreversibili e vengono eseguite su soggetti che, vista l’età, non sono in grado di dare il proprio consenso informato. Per tale ragione, negli ultimi anni vi è stata una forte pressione per modificare questo protocollo medico, anche a seguito delle proteste delle associazioni di intersessuali adulti, che hanno portato testimonianza degli umilianti e dolorosi effetti a lungo termine derivanti dalla chirurgia precoce, tra cui ad esempio la perdita totale o parziale del piacere sessuale.

Altrettanto significativo l’impegno di alcuni scienziati, ricercatori, studiose femministe, psicologi e medici che hanno messo in dubbio la validità scientifica di tali protocolli e la loro efficacia, proponendo, tra le varie alternative, quella di consentire alla persona intersessuale di scegliere la propria definizione sessuale in età adulta, in base al proprio sentire e alla propria percezione del corpo.

Le Linee guida della Intersex Society of North America nel 2006 invitano, nei casi in cui non si manifesti una urgenza medica o non vi siano elementi obiettivi per la decisione, a ritardare gli interventi chirurgici e a posticipare i trattamenti ormonali per consentire una partecipazione attiva del soggetto alla decisione (qualora ciò si renda possibile data l’età dello stesso), sia in riferimento alla propria percezione della identità sessuale, che in riferimento al bilanciamento dei rischi e benefici dell’intervento, in vista della tutela del benessere della persona.

In Italia si sta diffondendo, rispetto al passato, una maggiore attenzione agli effetti a lungo termine di interventi decisi in età precoce. Le tecniche adottate risultano, dunque, più sofisticate e attente, soprattutto nella prima fase di decisione di attribuzione del sesso e del genere. Infatti, nel 2010 il Comitato Nazionale per la Bioetica sottolinea «la delicatezza bioetica delle decisioni nei casi di ambiguità sessuale di minori, essendo in gioco il problema del fondamento della differenziazione sessuale, e della strutturazione dell’identità sessuale, quale elemento indispensabile dell’identità personale, individuale e relazionale di ogni soggetto».

Eppure, nonostante la maggiore preoccupazione per gli effetti, in termini di salute psicologica dei soggetti sottoposti a interventi di normalizzazione sessuale precoce, ancora oggi in Italia vengono effettuate operazioni neonatali, che non consentono al bambino di essere consapevole e partecipe della scelta portata avanti dai genitori.

Spesso sono proprio i genitori a favorire e richiedere l’operazione, probabilmente poiché condizionati da un contesto socio-culturale disinformato e poco sensibile di fronte all’alterità, che non sempre consente di accettare la nascita di un figlio intersessuale.

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