Dal palazzo

Rivolto a sindaco e prefetto

Enna, l’appello di Giovanni: «Ho la sclerosi multipla, aiutatemi a raggiungere il posto di lavoro…»

«Ho la necessità di avere un’autovettura attrezzata che renda sicuri i miei spostamenti. Non relegatemi a casa per la mia malattia»

Tempo di lettura: 5 minuti

Oggi vi raccontiamo la storia del signor Giovanni Ventimiglia, una storia che probabilmente ne racchiude tante altre, perché ahimè non è l’unico a soffrire di sclerosi multipla, una patologia insidiosa e complessa da gestire. Raccontare la sua storia ci servirà, non solo a narrare la sua sofferenza individuale e il suo disappunto nei confronti della società, che non si preoccupa di tutelare e garantire i suoi diritti, ma anche per “accendere una luce” su una condizione socio-esistenziale che di certo riguarda tanti altri.

Cominciamo dall’inizio. Costretto da vent’anni sulla sedia a rotelle Giovanni, 56enne affetto dalla sclerosi multipla, non si arrende alla malattia e a tutte le complicanze che da essa derivano ma anzi, con tono gentile e pacato, fa un appello al prefetto Maria Carolina Ippolito, alla quale ha mandato una missiva e al sindaco di Enna, Maurizio Dipietro: «Aiutatemi a raggiungere il mio posto di lavoro, datemi i mezzi per farlo. Ho la necessità, due volte al giorno, di avere un’autovettura attrezzata che renda sicuri i miei spostamenti. Non relegatemi a casa per la mia malattia». Il suo, anche se sussurrato, è un grido d’aiuto per mantenere la dignità di uomo libero anche di lavorare. Ricordiamo inoltre che, il trasporto assistito di persone con grave handicap assume i caratteri di prestazione socio-sanitaria.

Dopo il lungo periodo pandemico dove lo smartworking era divenuto consuetudine, tutti sono tornati a espletare le proprie funzioni sul luogo di lavoro, ma per il signor Ventimiglia, paralizzato dalla vita in giù, il ritorno in sede al “Dipartimento territoriale del lavoro” di Enna è stato e continua ad essere un’odissea giornaliera. Così come raggiungere l’ospedale Umberto I per le consuete visite di routine che la malattia gli impone.

«Le associazioni e organizzazioni no profit- incluse quelle dedicate alla patologia- sono piene di lavoro o comunque non hanno volontari a sufficienza o/e conducenti idonei per poter sopperire alle necessità dei soggetti fragili che vivono sul territorio e quindi preferiscono garantire il trasporto ai pazienti che fanno le terapie giornaliere in ospedale, come faccio io però una volta al mese. E dunque non c’è spazio per me e per le mie necessità, ma anche io ho diritto di vivere la mia vita. Le persone e gli ammalati non possono essere classificati di serie A o di serie B, siamo tutti sofferenti e in condizione di bisogno».

A volte Giovanni è in preda allo sconforto, spesso è costretto a rimanere a casa e prendere giorni, settimane di malattia oppure smaltire le ferie perché non può raggiungere logisticamente il suo posto di lavoro. Nessuno ha un mezzo idoneo da mettergli a disposizione, anche con un piccolo contributo da parte dello stesso. Poi, per fortuna, la voglia di combattere per i suoi diritti gli fa tornare la voglia di vivere e sorridere, anche nelle difficoltà quotidiane che sono davvero molte.

«Al momento, ad occuparsi di me e quindi di tutte le mie necessità- spiega Giovanni- inclusi gli spostamenti, sono la mia collaboratrice e a volte il suo compagno, ex infermiere in pensione e oramai mio amico. Quotidianamente, con tanto sforzo, mi caricano prima in braccio per adagiarmi in macchina, e con la massima attenzione mi trasferiscono sulla carrozzina e si parte. Ma è chiaro che ogni giorno è un’avventura, infatti queste manovre mi mettono continuamente a rischio fratture, perché le mie ossa sono fragili come il cristallo», racconta nel salotto della sua casa.

Il Comune, con l’assessore al ramo- qualche tempo fa- si sarebbe impegnato verbalmente a dargli un contributo economico o reperire un mezzo adeguato senza dover essere sollevato dalla sedia a rotelle, ma poi la promessa non si è concretizzata.
È quest’ultimo ente infatti, che ha l’obbligo- avvalendosi anche di una ditta esterna e/o del terzo settore- di garantire a Giovanni, e alle persone come lui, diversamente abili, questi servizi.

La dottoressa Giusi Occhino, funzionario assistente sociale del Comune di Enna, informata da noi del problema, dopo un giro di telefonate per accertarsi della grave carenza denunciata, ha trovato riscontro solo nel servizio urbano cittadino della Sais, che si è detto disponibile a fare delle fermate personalizzate e caricare il signor Ventimiglia per raggiungere la sede lavorativa. In ogni caso ci vorrebbe qualcuno- sarebbe stato il compito di un volontario- che due volte al giorno lo accompagni alla fermata per prendere il mezzo e si accerti del suo posizionamento corretto all’interno facendolo salire e scendere.

Ma è questa la soluzione migliore e più sicura per lui? Si può definire questo “trasporto assistito”? Certamente no! Anche se si apprezza l’impegno profuso per trovare una soluzione. Enna a novembre del 2023 è stata designata “Città della Gentilezza”, ma davvero questo è il massimo della “gentilezza” che un’Amministrazione può fare per un cittadino in palese stato di difficoltà come Giovanni che altro non chiede che vengano rispettati i suoi diritti?»

Il lavoro ricordiamo è una condizione fondamentale per l’inclusione sociale delle persone con disabilità, a livello mondiale infatti la Convenzione ONU dei diritti delle persone disabili ha sancito, nello specifico, l’obbligatorietà del diritto alla mobilità delle persone con handicap, indicandolo nel novero dei diritti umani.

«Sarebbe bello se il Comune- partendo dal mio caso emblematico- avviasse un’iniziativa per inaugurare un più articolato progetto di mobilità garantita, offrendo a me e persone come me il suo impegno tangibile nel migliorare la qualità della nostra vita, durante la quale affrontiamo quotidianamente tante sfide legate alla malattia» afferma Giovanni. È rammaricato e avvilito, ma confida in Sua Eccellenza il Prefetto e nel Primo Cittadino affinché prendano a cuore la sua condizione.

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