Encefalite di Rasmussen, dai ricercatori nuove speranze per la cura: nel team pure un siciliano

30 settembre 2018

I risultati degli studi guidati da Doron Merkler (Professore Associato nel Dipartimento di Patologia e Immunologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra). Il primo autore è il palermitano Giovanni Di Liberto.

 

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Dai ricercatori dell’Università di Ginevra (UNIGE) e degli Ospedali Universitari di Ginevra (HUG) nuove speranze per il trattamento dell’encefalite di Rasmussen.

Il team di ricercatori – guidato da Doron Merkler (a destra nella foto), Professore Associato nel Dipartimento di Patologia e Immunologia della Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra e medico del Servizio di Patologia Clinica dell’HUG – sembrerebbe aver identificato il meccanismo alla base dell’encefalite di Rasmussen (RE): una rara encefalopatia progressiva immuno-mediata, caratterizzata dall’associazione di epilessia, deficit neurologici secondari alla disfunzione progressiva dell’emisfero cerebrale affetto, e deterioramento cognitivo.

L’encefalite di Rasmussen, fa parte delle encefaliti autoimmuni. Si tratta di un gruppo eterogeneo di malattie conseguenti a un danno immunomediato dell’encefalo (cervello) contro antigeni localizzati in prevalenza nei neuroni.

Nelle fasi iniziali, le caratteristiche neuropatologiche della RE sono compatibili con un processo infiammatorio cronico, per la presenza di noduli microgliali e infiltrati di cellule immunitarie costituiti prevalentemente da linfociti T, a cui segue perdita neuronale e gliosi. Sul piano istopatologico è stata dimostrata la presenza di infiltrati linfocitari perivascolari e multifocali, per cui l’ipotesi patogenetica più accreditata è quella autoimmunitaria.

Tipicamente l’esordio della RE si colloca nell’età infantile (ma sono descritti casi di esordio nell’adolescenza o nel giovane adulto) ed è caratterizzato da un’epilessia farmacoresistente con coinvolgimento selettivo di un solo emisfero cerebrale, dunque determina un danno anatomico o funzionale dei neuroni. A causa della rarità della malattia, i dati clinici sono desumibili principalmente da case reports.

Il team di ricercatori ha dimostrato, attraverso un modello sperimentale murino (in cui è possibile mimare una patologia autoimmunitaria umana e abrogare il funzionamento del gene di interesse tramite metodologie standard di biologia molecolare) come i neuroni non siano solo vittime passive di questo attacco, ma svolgano un ruolo essenziale nell’innescare un meccanismo di difesa disfunzionale.

In altre parole, stando ai risultati della ricerca sembrerebbe che i neuroni non siano un semplice bersaglio delle cellule del sistema immunitario, ma svolgano un ruolo attivo nell’innescare la loro perdita sinaptica, come dimostrato nel recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Cell (https://www.cell.com/cell/abstract/S0092-8674(18)30977-2).

I linfociti T CD8+ sono cellule del sistema immunitario che hanno il compito di proteggere l’organismo principalmente da virus e cellule tumorali, tuttavia, in alcune patologie definite autoimmunitarie, essi attaccano uno o più organi e nel caso dell’encefalite di Rasmussen, l’SNC – sistema nervoso centrale – ovvero il cervello.

I ricercatori dell’Università di Ginevra hanno scoperto che i linfociti T, producono una citochina chiamata interferone gamma e questa molecola tramite il suo recettore sulla superficie dei neuroni innesca l’attivazione di un meccanismo di neuro-infiammazione che coinvolge una proteina chiamata STAT1.

Questa molecola porta alla produzione di molteplici proteine pro-infiammatorie tra cui la chemochina CCL2, che richiama alcune cellule dell’infiammazione denominate fagociti. Questi ultimi normalmente eliminano patogeni o residui di cellule danneggiate, ma in questo caso, invece, mangiano le sinapsi dei neuroni, impedendo ad essi di funzionare.

Questo meccanismo nel soggetto sano in sostanza serve ad impedire ad un virus che infetta i neuroni di passare da un neurone all’altro tramite le sinapsi (come accade ad. es. con il virus della rabbia o del morbillo), ma nei pazienti con encefalite, poiché coinvolge un vasto numero di neuroni, diviene dannoso.

«Una caratteristica importante dell’Encefalite di Rasmussen e del viral déjà vu- spiega Giovanni Di Liberto (a sinistra nella foto), ricercatore italiano del team di Ginevra, nonché primo autore dello studio- è la perdita delle sinapsi nei neuroni che vengono attaccati, in questa, come in altre forme di encefalite, infatti, la presenza di un antigene neuronale innesca una risposta immune aberrante, con conseguenti alterazioni sinaitiche».

Originario di Palermo, Di Liberto si è laureato all’ateneo palermitano e ha condotto una tesi sperimentale sulla sclerosi multipla sotto la supervisione dei professori Giuseppe Salemi, Francesco Dieli e Paolo Ragonese.

«Quando- continua il ricercatore- ho preso parte al progetto non sapevamo ancora cosa determinasse questa perdita sinaptica che era responsabile del malfunzionamento dei neuroni. Per studiare queste forme di encefalite ci siamo serviti di un modello sperimentale nel topo e abbiamo validato i risultati ottenuti in biopsie di pazienti affetti da encefalite di Rasmussen ed altre forme di encefalite. Questo modello prende il nome di viral déjà vu, perché gli animali da esperimento vengono sottoposti a due infezioni virali per innescare una malattia che è istologicamente molto simile a quella che osserviamo nell’uomo».

«Fino ad oggi- conclude Di Liberto- la RE trova nell’asportazione chirurgica dell’emisfero colpito, il trattamento di scelta, ma a ciò consegue disabilità neurologica residua, mentre la terapia con farmaci antiepilettici è solo parzialmente efficace sulle crisi parziali e sostanzialmente inefficace sull’epilessia parziale continua, pertanto, comprendere come i neuroni reagiscono in seguito ad un attacco del sistema immunitario apre la strada per identificare nuove terapie farmacologiche per queste encefaliti».

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