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Policlinici

L'approfondimento di Insanitas

Disforia di genere, quando il proprio corpo è avvertito come una “trappola”

Erika La Cascia, professore associato di UniPa e psicologo clinico, illustra la condizione di transessualismo in cui un individuo non vive in armonia con il corpo: «Il supporto psicologico del nostro ambulatorio dedicato aiuta ad accettare la lunghezza del percorso di transizione del sesso e ad alleggerire le condizioni ansiose e depressive».

Tempo di lettura: 8 minuti

PALERMO. Per la maggior parte delle persone vi è consonanza tra sesso biologico, identità di genere e ruolo di genere. Tuttavia esistono soggetti con disforia di genere, caratterizzata da una forte e persistente identificazione col sesso opposto associata ad ansia, depressione, irritabilità e spesso desiderio di vivere con un genere diverso da quello associato al sesso assegnato alla nascita. Le persone con disforia di genere spesso credono di essere vittime di un incidente biologico e crudelmente incarcerate in un corpo incompatibile con la loro identità di genere soggettiva. L’ambulatorio innovativo presente al Policlinico “Giaccone” di Palermo-uno dei due a sud della Campania insieme a quello di Catania- mira proprio ad aiutare le persone affette da questa condizione a percorrere una strada che possa aumentare la loro qualità di vita. Insanitas ne ha parlato con Erika La Cascia, professore associato di UniPa e psicologo clinico dell’unità operativa di “Psichiatria” del Policlinico Universitario.

Quale condizione di disagio vivono i soggetti con disforia di genere?
«La parola disforia è stata introdotta per indicare la condizione di transessualismo in cui un individuo non sente di vivere in armonia con il proprio corpo. I nostri pazienti pronunciano delle frasi che spesso si ripetono molto simili tra di loro come “vivo in un corpo sbagliato” “sono nato nel corpo sbagliato” “mi sento intrappolato in un corpo che non mi appartiene”. Tutto ciò carica il soggetto di una sofferenza piuttosto significativa, che poi può esprimersi in termini di rabbia, depressione, ansia, malessere nelle relazioni con gli altri, non solo le relazioni sessuali che ovviamente risultano fortemente deficitarie, ma anche le relazioni con i pari, con il sesso di appartenenza e con il sesso in cui si desidera transitare».

Sono soltanto i transessuali che ne soffrono o anche altre tipologie di persone?
«La disforia di genere riguarda soltanto i transessuali perché si tratta di una condizione psichiatrica connessa al transessualismo».

Gli omosessuali non soffrono di questa patologia…
«Assolutamente no, la condizione dell’omosessualità è totalmente diversa perché riguarda esclusivamente il gusto e la preferenza sessuale, ma un soggetto omosessuale vuole rimanere nel proprio sesso di appartenenza, non vive male con il proprio seme e non desidera toglierlo, non desidera fare un intervento di riattribuzione di sesso per diventare uomo nel caso delle donne, se è un uomo non desidera togliersi il pene, non desidera farsi la mastoplastica additiva per avere i seni ricostruiti».

Accettano la propria situazione serenamente?
«Non è comunque un problema legato al corpo, se di problema si vuole parlare, perché si tratta di un piacere sessuale connesso a persone che hanno lo stesso sesso di appartenenza».

Tutti i transessuali vivono la disforia di genere?
«I transessuali che hanno la disforia di genere sono quelli che chiedono di intervenire chirurgicamente, perché per loro è impossibile condurre la propria esistenza, con una buona qualità di vita, rimanendo nel sesso di appartenenza. Poi ci sono, ad esempio, i transgender che invece non si riconoscono nel proprio sesso dalla nascita ma non per questo desiderano toglierlo, quindi, magari fanno degli interventi di femminilizzazione dei caratteri del volto, pur mantenendo i caratteri sessuali maschili o fanno la mastoplastica additiva, ma non sentono l’esigenza di eliminare la propria appartenenza al sesso biologico della nascita. Raggiungono una condizione che per loro è più congrua mantenendo i caratteri primari, quindi, se sono uomini mantengono il pene e aggiungono degli elementi che gli consentono di vedersi più femminile. Il transessuale invece è quello che si sottopone alla riattribuzione chirurgica del sesso che è ciò che viene realizzato nel nostro Policlinico Universitario nell’Unità Operativa di “Chirurgia Plastica” diretta dalla professoressa Adriana Cordova».

All’interno di questo percorso trova il proprio spazio anche l’ambulatorio di Psichiatria
«La giurisprudenza italiana sancisce che la possibilità di sottoporsi a interventi chirurgici di riattribuzione del sesso passi attraverso una valutazione psichiatrica, quindi, i soggetti devono presentare un’istanza al giudice con i documenti che valutano l’effettiva presenza di una disforia di genere. A quel punto il giudice può nominare anche una CTU per valutare la validità dei documenti presentati dal richiedente e dà l’autorizzazione. Al Policlinico abbiamo avviato un ambulatorio da ormai cinque anni, che poi si è strutturato nel “Progetto Tutto”, presentato ufficialmente nel 2019. “TUTTO” sta per “Tutela Umana dei Transessuali e dei Transgender in ambito Ospedaliero”. Pertanto, i pazienti contattano l’unità operativa di psichiatria di cui faccio parte e si sottopongono alla nostra valutazione, che prevede un insieme di colloqui psicologici, visite psichiatriche e una batteria di test. Questo lavoro è volto a valutare la presenza della disforia di genere e poi anche a verificare tutte una serie di caratteristiche psichiatriche e psicologiche. Ad esempio è necessario accertare che il soggetto non abbia altri disturbi psichiatrici, che abbia una personalità tale da permettergli di sostenere gli interventi chirurgici, i quali sono molto invasivi, impegnativi e prevedono anche una riabilitazione piuttosto lunga e importante».

Quale percorso intraprendono queste persone dopo che ottengono l’autorizzazione del giudice?
«Nel nostro contesto si inserisce l’unità operativa di “Endocrinologia”, diretta dalla professoressa Carla Giordano, poiché i pazienti prima di transitare verso la chirurgia iniziano un trattamento ormonale orientato proprio alla mascolinizzazione nel caso in cui siano donne che vogliono diventare uomini, o alla femminilizzazione tramite gli ormoni che vengono dati agli uomini che vogliono diventare donne. Finora abbiamo visto circa 50 soggetti e li valutiamo anche nel post operatorio per vedere se l’intervento ha contribuito a migliorare la loro qualità di vita e a ridurre il loro grado di sofferenza e di malessere. Molti di questi pazienti dopo una prima valutazione da parte nostra vengono invitati a sottoporsi anche ad un ciclo di psicoterapia, questo per essere certi di fornire a chi non ce li ha gli strumenti per affrontare in modo adeguato il percorso che loro sentono come l’unico da fare per poter risolvere il proprio problema. Dal nostro punto do vista la psicoterapia si rende necessaria per consentire loro di mettere a fuoco la loro sofferenza, di affrontare e risolvere tutti i problemi che possono essere connessi alla disforia di genere».

Erika La Cascia

Generalmente dopo l’intervento i riscontri sono positivi da parte dei pazienti?
«Assolutamente sì, questi soggetti arrivano da noi ad un’età abbastanza variabile, ma quelli che realmente sono transessuali e hanno una disforia di genere riferiscono di vivere una sofferenza sin dai primi anni della propria vita. I loro primi ricordi sono spesso connessi a quando tolto il pannolino le femminucce hanno difficoltà a fare la pipì sedute sul water perché sentendosi maschi credono di doverla fare in piedi. Sono soggetti che sin dai primi anni della scolarizzazione vivono condizioni di difficoltà poiché loro fisiologicamente sentono di voler giocare con bambini appartenenti al sesso opposto, da lì anche i fenomeni del bullismo, del rifiuto della società che invece tende ad attribuire uno stile comportamentale del tutto connesso al sesso di appartenenza, quindi, quando arrivano all’intervento chirurgico loro sentono di avere risolto gran parte dei loro problemi. Il percorso psicologico li aiuta non solo ad accettare la lunghezza dei tempi del percorso di transizione del sesso, ma anche ad alleggerire le condizioni ansiose e depressive, tutto quel correlato emotivo che nel post operatorio si potrebbe continuare a presentare e che invece necessità di essere curato anche prima dell’intervento. In linea di massima coloro che arrivano all’intervento sono poi quelli molto soddisfatti dello stesso».

Come è possibile accedere all’ambulatorio?
«Si accede telefonando ai numeri del nostro CUP oppure telefonando al nostro ambulatorio allo 091 655 5654 e chiedendo una visita per la disforia di genere. Gli infermieri che fanno parte della nostra equipe danno le indicazioni necessarie per le ricette del medico curante e quant’altro, noi poi procediamo con dei giorni dedicati a questo ambulatorio. La nostra equipe è formata dal professore ordinario Daniele La Barbera, direttore dell’unità operativa di “Psichiatria”, dalla dottoressa Poma che è il dirigente medico psichiatra, da me come psicologo clinico e dal collega Giuseppe Maniaci anche lui psicologo clinico del progetto TUTTO. Poi lavorano con noi medici psichiatri, gli specializzandi in psichiatria e altri psicologi dell’unità operativa di Psichiatria. I pazienti iniziano quindi un percorso caratterizzato dalla somministrazione di test per la personalità, a volte per l’intelligenza, con scale di valutazione dell’ansia e della depressione, ma anche scale mirate alla comprensione più specifica del rapporto con il corpo. A volte si ravvede l’esigenza di ricorrere ad una terapia farmacologica in caso di pazienti che presentino importanti condizioni depressive o ansiose. Da questo percorso vengono esclusi i soggetti che hanno disturbi psichiatrici significativi come alcune forme di schizofrenia o disturbi di personalità molto gravi perché la presenza di queste patologie complica il quadro, spesso rende le persone meno capaci di affrontare un percorso che è molto difficile sia sul piano fisico sia su quello psichico».

Ma sono aiutate anche a decidere con la giusta consapevolezza…
«Certo anche di avere una sufficiente lucidità e chiarezza della difficoltà che loro verbalizzano. I percorsi di psicoterapia a volte hanno consentito a pazienti, anche senza disturbi psichiatrici, che all’inizio erano del tutto convinti di dover fare una riattribuzione chirurgica del sesso, di mettere invece a fuoco nuove decisioni e possibilità, prendere tempo, aspettare di maturare. A volte si rendono conto di riuscire a vivere con sesso genetico e biologico diverso da quello preferito e rimanere in una condizione di transgender e non necessariamente sentire l’esigenza di passare all’altro sesso».

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