depressione post partum

Depressione post-partum, come prevenirla? Un progetto palermitano “sbarca” a Dubai

18 Gennaio 2019

Denominato Carmentis, si basa sull’individuazione dei sintomi della patologia già in fase pre-concezionale e sarà illustrato durante un convegno internazionale. L'intervista a Ernesto Mangiapane (psicologo) e Cristina Lumia (ostetrica).

 

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PALERMO. La depressione post-partum è un grave disturbo psicosomatico che si può prevenire attraverso una diagnosi precoce. Questo l’assunto di base del progetto messo a punto da un’équipe multidisciplinare palermitana, basato sull’individuazione dei sintomi della patologia già in fase pre-concezionale.

Si parla di un percorso che assiste la donna durante tutto il periodo della gravidanza e che ha come obiettivo finale quello di ridurre il rischio di manifestazioni depressive nei mesi successivi al parto.

Il disturbo, che viene diagnosticato a un mese dal parto, ha un’incidenza molto elevata tra le partorienti dei Paesi occidentali pari a circa il 10/20%, e in Italia del 10/15%.

Rispetto alla baby blues o maternity blues, che si manifesta come situazione fisiologica nell’80% delle donne a pochi giorni dal parto, con sintomi lievi e transitori dovuti ai cambiamenti psicologici e ormonali quali disturbi del sonno e irritazione, la depressione post-partum presenta effetti psicopatologici a lungo termine sia per la mamma che per il suo bambino.

Ansia di fare del male al figlio, umore depresso, ossessione di non essere capace di portare avanti l’allattamento sono i segnali più frequenti.

Un protocollo basato su quattro test progressivi e correlati, associati alle fasi della gravidanza, può aiutare adesso a diagnosticare la depressione post-partum individuando piccoli indizi anche nella storia ostetrico-ginecologica della paziente e nel modo in cui si approccia alla gravidanza.

Si tratta di Carmentis, il progetto innovativo elaborato dall’ostetrica Cristina Lumia e dello psicologo Ernesto Mangiapane, in tandem con un team di professionisti di settore, che verrà presentato ufficialmente a marzo al convegno mondiale sulla depressione di Dubai e che ha attirato l’attenzione oltreoceano dell’American Psicology Association.

«La collaborazione multidisciplinare è il vero aspetto innovativo di Carmentis, poiché nonostante spesso si auspichi una comunicazione interprofessionale, spesso, a livello pratico, questa viene a mancare- spiega Cristina Lumia- La scelta del nome del progetto dà già un’idea del nostro obiettivo in quanto si ispira alla dea Carmenta, latinizzata in Carmentis, protettrice della gravidanza, delle partorienti e delle levatrici, comunemente note oggi come ostetriche. Ma nel suo nome il protocollo porta anche il suffisso “mentis”, il soggetto dello studio della psicologia».

Finora la diagnosi della depressione post-partum è stata fin troppo tardiva provocando un aggravarsi, spesso irrimediabile, dei sintomi dal forte impatto psicosociale.

«I test di Carmentis, rispetto a quelli già esistenti, mirano a sviluppare una prevenzione intensiva e massiva della patologia prima della nascita e in epoca pre-conceziale ma soprattutto nei tre trimestri della gravidanza», sottolinea Lumia.

Il protocollo, in fase di revisione e validazione, guarda infatti all’individuazione di quelle spie psicologiche che possono indurre la depressione ancora prima che il bambino venga concepito.

Sono infatti numerose le situazioni a rischio nei «casi di poliabortività o di donne che si sono sottoposte alla fecondazione medicalmente assistita oppure in casi di nascite premature, che manifestano già i segni della depressione perinatale, in prossimità, cioè, del parto. Si tratta di traumi che la donna porta con sé e che prima o poi esternerà in maniera più evidente».

I quattro test vengono distinti in due set, “A” somministrato alle nullipare, donne cioè che non hanno mai partorito, e “B” per le pluripare, coloro le quali hanno invece uno o più figli.

Il primo questionario, viene proposto in fase pre-concezionale alle coppie che progettano di avere un figlio.

In gravidanza poi vengono sottoposti tre test differenti: uno analizza il primo trimestre, che in termini psicosomatici viene definito “del conflitto”, con domande che indagano sulla presenza della lotta interiore della donna rispetto alla gravidanza (“Ritiene importante portare a termine una gravidanza?”; “Ha mai avuto episodi di nausea e vomito? Con che frequenza?”).

Il secondo test corrisponde al trimestre “dell’equilibrio e adattamento” in cui la donna comincia ad accettare i cambiamenti del suo corpo, riconosce il bambino come persona e lo accetta dentro di sé, e con le risposte si cerca di capire se e quanto l’equilibrio è stato raggiunto (“Le capita mai di immaginare suo figlio?”).

Il terzo questionario “della separazione” studia il modo in cui la donna si sta preparando ad affrontare il distacco dal bambino che sta nascendo e «in questo caso le domande vertono su come la donna sta pensando di fare spazio al bambino nella sua vita di coppia – spiega l’ostetrica -, se ha paura del dolore e del parto, elementi che costituiscono dei fattori di rischio per la depressione post-partum al pari della nausea del primo trimestre o l’incapacità di riconoscere il bambino nel secondo trimestre».

I test sono stati utilizzati su pazienti che si sono sottoposte volontariamente all’analisi, «correlando i questionari agli studi già esistenti. Sono finora circa 10 le donne- spiega lo psicologo Ernesto Mangiapane– provenienti da diverse zone della Sicilia, che hanno accettato di rispondere alle domande dei nostri test. Alcune donne che ci hanno contattato e che non avevano mai partorito, hanno manifestato un risultato di alto rischio per una possibile gravidanza».

E aggiunge: «In maggior numero però abbiamo affrontato soggetti che avevano già affrontato una gravidanza e che manifestavano i sintomi di una grave depressione per cui si è reso necessario l’intervento, non solo dello psicologo, ma anche dello psichiatra. In fase pre-concezionale, al raggiungimento di un risultato medio-alto al test, ci sentiamo di sconsigliare l’inizio di una gravidanza».

La depressione post-partum costituisce un potenziale pericolo anche per lo sviluppo psichico del bambino. «Nei miei studi clinici- continua Mangiapane- ho constatato che alcuni miei pazienti, i quali non hanno avuto nella loro vita esperienze di forti conflitti o situazioni di rottura o traumi, hanno comunque sviluppato deficit degli impulsi o disturbi nella regolazione degli affetti».

«L’unica spiegazione è stata fatta risalire alla loro nascita- spiega lo psicologo- al manifestarsi nella madre della depressione post-partum. Sono numerosi  i casi in letteratura di bambini nati da donne con DPP che presentano nei primi 3 mesi una predisposizione al pianto, tra i 12 e i 14 mesi si presentano meno socievoli e più timorosi verso gli estranei e a 4-6 anni possono manifestare persino un deficit dell’attenzione o problemi di linguaggio. I sintomi si trascinano fino all’adolescenza e all’età adulta come disturbi d’ansia o dipendenze patologiche».

Carmentis si avvale anche di consulenze e terapie a distanze su tutto il territorio nazionale utilizzando videochiamate e sistemi di messaggistica istantanea. «Stiamo cercando anche- spiegano i due- di formare e coinvolgere professionisti dislocati in tutta Italia per avere referenti territoriali più vicini alla coppia e alla partoriente».

E concludono: «Sarebbe utile che test come quelli di Carmentis venissero utilizzati come strumenti in fase di screening standardizzati come avviene per malattie sessualmente trasmette o per malattie genetiche, per evitare il verificarsi di terribili fatti di cronaca come quelli avvenuti a Catania e a Roma».

Per sottoporsi allo studio, per eventuali segnalazioni e richieste di collaborazione, scrivere a: teamdepressionepostpartum@gmail.com.

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