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Dall’ansia alla fiducia, pochi semplici consigli

29 Marzo 2020

Gli stati ansiosi possono moltiplicarsi in questo "tempo inconsueto", segnato da paure e preoccupazioni. Bisogna ingaggiare un "braccio di ferro" con l'ansia, ricordando che i sintomi sono "bugiardi"

Anna Maria Ferraro Psicologa e Psicoterapeuta

Ormai da diversi giorni, salvo chi lavora nell’ambito dei servizi essenziali ed i professionisti che in prima linea sono impegnati a combattere il Covid-19, e a cui va tutta la nostra gratitudine, siamo a casa. C’è chi continua a lavorare attraverso lo smart working e chi, invece, ha dovuto sospendere la propria attività. Tutti, però, in un modo o in un altro, abbiamo davanti a noi un tempo inconsueto, sganciato dai ritmi quotidiani, segnato da paure e preoccupazioni e forse, senza connotazione alcuna, “un tempo nuovo”. Un tempo sospeso che ci guarda, ci interroga, ci scruta, che sembra aver iniziato a frugare dentro casa nostra: le nostre abitudini, le nostre relazioni, e in definitiva dentro noi stessi, come se non fosse mai stato lì, tra i minuti e le ore.

Questo si evince dalle e-mail e i messaggi che abbiamo ricevuto e a cui proviamo a rispondere anche qui, oltre che singolarmente, assumendo le domande come temi e opportunità di confronto che sappiamo riguardare tanti, tutti, in un modo o in un altro. Gran parte delle questioni poste riguarda la gestione degli episodi ansiosi, spesso accompagnati da tensione e irritabilità, lo scatenarsi di allarmi ipocondriaci, di pensieri ossessivi, la necessità di far fronte allo scoramento legato sia a preoccupazioni sanitarie che economiche, il senso crescente d’inutilità e impotenza ma anche testimonianze di forza da parte di chi, a casa, in questo momento, in solitudine, e spesso con senso di colpa, sta gestendo i sintomi del Covid-19 senza sapere cosa succederà.

Affrontiamo le questioni poco alla volta, attraverso semplici consigli, a partire dalla gestione degli stati ansiosi. Per prima cosa vale la pena ricordare che l’ansia, in sé, non è un’esperienza patologica ma fisiologica, che generalmente ci prepara ad affrontare compiti difficili migliorando le nostre prestazioni. Non è quindi strano, in questi giorni, sentirci tutti un po’ più ansiosi. Diventa patologica se troppo intensa o persistente. Le crisi di panico, poi, possono presentarsi con una sintomatologia molto varia, tra cui: tachicardia, senso di oppressione al petto, senso di soffocamento, fiato corto, vertigini, sensazioni di svenimento, brividi, caldane, sudorazione, nausea, vomito, mal di stomaco, ecc. Questo genere di sintomi raggiunge il suo picco in pochi minuti, e poi generalmente decresce. Lascia, però, la persona che le ha vissute particolarmente provata, spaventata che possa succedere ancora e, conseguentemente, prigioniera di uno stato d’allarme che fa fatica a rientrare.

E così c’è chi non riesce più a guidare, a mangiare quella tal cosa, chi ritarda l’addormentamento, proprio per paura che l’ansia, sperimentata in quelle occasioni, possa tornare. La maggior parte delle persone, infatti, reagisce iniziando a restringere il proprio campo d’azione nella speranza di non imbattersi più nello stato ansioso. Questo accade perché il nostro cervello è programmato per creare velocemente, e involontariamente, associazioni tra stimoli ambientali e minacce. Pertanto se ho creato l’associazione macchina-ansia per prima cosa tenderò a non guidare più. Il motivo è evolutivamente chiaro: ai fini della sopravvivenza è meglio scappare, scambiando una corda per un serpente, piuttosto che rischiare di farsi mordere. Ma, di fatto, più lasciamo campo all’ansia, più l’ansia conquista campo, e se prima si presentava “soltanto” in macchina, o di notte, o davanti alla corda, poi comincia a manifestarsi in altri luoghi e situazioni.

Cambiare abitudini, quindi, sperando di non sperimentare più ansia, serve solo ad estenderne il dominio. Anzi più restringeremo le nostre abitudini, più l’ansia tenderà ad assediare altri nostri spazi vitali, riducendo progressivamente le autonomie individuali. Bisogna, invece, e con molta pazienza, predisporsi ad allentare le associazioni create dal nostro cervello, e pian piano imparare a riconsiderare come sicuro uno stimolo (es. la macchina) precedentemente identificato come pericoloso. Per questo consiglio sempre di non smettere di fare ciò che si stava facendo bensì di impegnarsi in una sorta di “braccio di ferro” con l’ansia. Perché più ci rendiamo disponibili a questa lotta, più sarà possibile correggere le associazioni involontarie, e più diventeremo in grado di proteggere i nostri spazi vitali e noi stessi.

In questa lotta a volte è necessario il supporto farmacologico, ansiolitici o antidepressivi, dipende dal quadro generale, e sempre seguiti da uno specialista. Del farmaco, però, bisogna farne un uso coscienzioso, non demandando tutto alla molecola, che certamente attenuerà l’intensità del sintomo ma nulla potrà sull’associazione che lo ha prodotto. E ancora, a proposito di sintomi, non bisogna dimenticare che sono “bugiardi”. Nel senso che sono portatori di un messaggio criptato, di qualcosa che ci preoccupa, ma lo fanno in modo così intenso e importante da prendersi tutta l’attenzione. Voglio dire: quello che era un sintomo da decodificare, diventa l’unica cosa su cui focalizziamo attenzione.

Siamo preoccupati per la tachicardia o i brividi non più per il messaggio che veicolano, ormai inghiottito e stritolato dall’intensità del sintomo stesso. Come dire né testo, né contesto: il sintomo scuce, squaderna. E questo è vero più che mai con la sintomatologia ansiosa che può assumere veramente livelli parossistici. Un amico, per esempio, nei giorni scorsi, si è svegliato in piena notte, e nonostante la comprensibile cornice di preoccupazione di questi giorni, nonostante la sua sensibilità verso il mondo, la sua attenzione era quasi unicamente catturata dal sintomo: il senso di soffocamento. Ecco cosa intendo quando dico che il sintomo può mentirci, imprigionando tutta la nostra attenzione.

Infine, lasciandoci un po’ l’ansia alle spalle, vorrei concludere con un tema su cui riflettere insieme: la fiducia. La fiducia nell’altro è il modo migliore per vedere, pian piano, le cose rimettersi in sesto e funzionare. In terapia, per esempio, la fiducia è un aspetto imprescindibile. E parlo non solo della fiducia del paziente nei confronti del terapeuta, ma soprattutto della fiducia del terapeuta nei confronti del paziente. Anzi – lo dico senza girarci intorno – credo che se non mi fidassi dei pazienti, anche nelle situazioni più difficili, quelle che tengono il fiato sospeso ben oltre le “ore di lavoro” e ben oltre “l’evidenza”, quelle che non ci fanno dormire di notte, e che sembrano non avere altro sbocco che l’aggravamento o la cronicizzazione, dovrei proprio cambiare mestiere. È la fiducia – e a volte veramente nient’altro – che invisibilmente accompagna e muove i più grandi cambiamenti. Lo dico non per vacuo ottimismo ma con storie alla mano.

A questo proposito mi viene in mente il bel libro “Capitale sociale e sviluppo. La fiducia come risorsa” di Mutti. In cui, dopo aver definito la fiducia come un’aspettativa di esperienze positive, maturata in condizioni d’incertezza, l’autore spiega quanto importante sia il “capitale sociale”, ovvero la struttura di relazioni fiduciarie tra persone, capace di favorire cooperazione e attività produttiva, sia materiale che simbolica. Credo che, oggi più che mai, questo valga per tutti, qualunque sia la funzione sociale e lavorativa: la possibilità d’instaurare rapporti fiduciari tra persone, nonostante l’incertezza, è uno dei modi per ripartire e ricostruire, tanto più se ci si sente sguarniti di altre garanzie.

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