Cure palliative, novità e prospettive: ecco video ed interviste del congresso di Palermo

26 maggio 2018

Resoconto dell'incontro multidisciplinare.

di Valentina Grasso

PALERMO. Se in passato le cure palliative erano destinate solo a pazienti affetti da patologie neoplastiche in stato avanzato, adesso l’attenzione è rivolta anche alle patologie non neoplastiche.

Questa la novità del V Congresso di Cure Palliative al via il 24 maggio e fino al 26 maggio nella Sala delle Carrozze di villa Niscemi. Un incontro multidisciplinare favorito dall’incontro di specialisti con due focus in pneumologia e in rianimazione, organizzato dall’Hospice dell’Azienda Ospedaliera Villa Sofia-Cervello e dall’Associazione Bone Hope, in collaborazione con Sicp (Società italiana di cure palliative), Aipo (Associazione italiana pneumologi ospedalieri), Asmepa (Accademia delle scienze di medicina palliativa).

“Le cure palliative sono quelle cure che servono per curare ma non guarire- spiega Giuseppe Peralta, responsabile Hospice dell’Azienda Ospedaliera Villa Sofia-Cervello- dove c’è una grande attenzione centralizzata sul paziente, che è la persona più importante, e sulla sua famiglia. In cure palliative si lavora in équipe per cui, a parte i medici, ci sono gli infermieri, l’assistente sociale, il fisioterapista, lo psicologo che lasciano un mantello sulla persona malata e sulla famiglia».

Trattare pazienti non neoplastici vuol dire “in simultaneus care, cioè la presa in carico anticipata del paziente, non negli ultimi giorni di vita”, sottolinea Peralta.

Presenti al Congresso “opinion leader del settore”, come spiega Giuseppe Peralta: il Presidente della Società italiana di cure palliative Italo Penco, Giorgio Trizzino (coordinatore regionale della rete di cure palliative), i medici Giovanni Zaninetta e Michele Vitacca di Brescia, Patrizio Vitulo di Palermo, Stefano Nava e Guido Biasco di Bologna, Alberto Giannini di Milano, i rappresentanti delle Fondazioni Seràgnoli e Floriani, le più importanti in Italia sul fronte delle cure palliative, il notaio bolognese Marco Saladini Pilastri, fra gli estensori della legge sul testamento biologico, entrata in vigore lo scorso 31 gennaio.

«Credo che questo Congresso sia importante per più aspetti. Prima di tutto- afferma Giovanni Zaninetta, responsabile Hospice “Domus salutis” di Brescia- perché riafferma in maniera chiara l’opportunità che le cure palliative non siano confinate ai malati con tumore ma possano essere estese in maniera utile ed efficace anche a tutte quelle persone che con il peggioramento di una malattia cronica evolutiva possano giovarsi anche per un periodo abbastanza lungo della loro malattia oltre che delle cure per l’organo malato anche delle cure palliative che contribuiscano ad alleviare i sintomi, a rendere migliore la vita, a sostenere la famiglia».

Un apporto innovativo, e finora mai approfondito, è stato proposto da Giuseppina Campisi e Vera Panzarella del Dipartimento di Discipline Chirurgiche, Oncologiche e Stomatologiche del Policlinico Universitario di Palermo “Paolo Giaccone”.

Il paziente terminale deve essere sostenuto anche nella cura delle patologie che afferiscono al cavo orale: «Le cure palliative hanno necessità di essere completate- spiega Giuseppina Campisi- dalla valutazione delle mucose orali perché anche se stiamo parlando degli ultimi mesi o degli ultimi giorni della vita di un paziente è giusto che nell’ambito di quello che è il concetto di terapia palliativa, quindi di sollievo dal dolore, si considerino anche quante patologie del cavo orale possano generare in maniera cronica o acuta dolore anche particolarmente intenso».

Un aspetto che incide anche sulla dignità e sul benessere psicologico del paziente terminale. “I sintomi principali sono la xerostomia che è questa sensazione di bocca secca che- sottolinea Vera Panzarella- non è necessariamente collegata all’iposecrezione salivare e che è un’entità distinta da quest’ultima e il dolore orofacciale che può essere associato a tantissime problematiche e che, se non adeguatamente rilevato – conclude -, rischia di peggiorare la qualità di vita di questi pazienti in quel momento di fine vita in cui hanno bisogno di rapporti sociali, rapporti familiari e di interagire con i propri cari».

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