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ASP e Ospedali

L'intervista

Covid e immunità di gregge, l’approfondimento con Gervasi (Arnas Civico)

Il parere del Responsabile del laboratorio specialistico di Oncologia dell’ospedale palermitano, attualmente Referente per la conservazione, lo stoccaggio e la distribuzione dei vaccini dello stesso nosocomio.

Tempo di lettura: 4 minuti

Sempre più spesso relativamente al Coronavirus parliamo di immunità di gregge, ma in realtà il tema è molto controverso anche tra gli scienziati. Alcuni Stati come l’Inghilterra e la Svezia hanno pensato che fosse un bene poterla sviluppare in modo naturale, salvo poi chiudere tutto quando hanno avuto un altissimo numero di morti senza, comunque, sviluppare alcuna immunità di gregge. Il termine tecnico, inoltre, è meritevole di ulteriore approfondimento che abbiamo tracciato con Francesco Gervasi (nella foto), Responsabile del laboratorio specialistico di Oncologia dell’Ospedale Civico e attualmente Referente per la conservazione, lo stoccaggio e la distribuzione dei vaccini dello stesso nosocomio.

Partiamo dalla base, cosa si intende per immunità di gregge?
«È la possibilità che ha una popolazione di avere una copertura dal punto di vista immunologico tale da non essere infettata da un particolare agente infettante come può essere un virus. Questo tipo di immunità si raggiunge quando il sistema immunitario di tutta la popolazione generale viene sollecitato almeno per l’80%, quando questo numero di persone viene a contatto con il virus, la popolazione raggiunge appunto la capacità di rispondere in modo certo e sicuro a questo agente infettante. Chiaramente se questo processo avviene naturalmente, come avveniva prima che fosse inventata la vaccinazione, muoiono moltissime persone. Fino alla prima metà del ‘700, infatti, ad esempio nel caso della peste o del vaiolo, il virus uccideva e chi restava in vita era immune. Si tratta ovviamente di un meccanismo perverso. Tutto è cambiato dopo la scoperta della vaccinazione grazie all’opera di Edward Jenner che ha promosso un’immunizzazione attiva attraverso la somministrazione del virus del vaiolo attenuato, quindi, sviluppavano l’immunità ma non la malattia».

Tornando ai nostri tempi, qual è invece il rapporto tra Coronavirus e vaccinazione?
«Se non somministriamo il Sars-Cov-2 attenuato o inattivo- come nel caso di AstraZeneca, Johnson & Johnson e Sputnik- in base allo schema vaccinale e secondo un tempo estremamente breve, biologicamente la vaccinazione potrebbe indurre la formazione di forme mutanti».

Cosa può succedere se il virus muta?
«Che i vaccini che stiamo utilizzando potrebbero non essere più protettivi nei confronti del virus, anche nel caso dei vaccini ad mRNA perché l’RNA messaggero che viene acquisito per produrre il vaccino è quello della forma non mutata. Per cui, faccio produrre al mio corpo una proteina Spike non mutata, ma se io prendo una Spike mutata è chiaro che anche i vaccini ad mRNA non vanno più bene».

Perché è rischioso vaccinare in una fase biologicamente attiva del virus?
«Perché se selezioniamo le forme mutanti queste ultime durante la vaccinazione diventano quelle prevalenti e ciò potrebbe far fallire la campagna vaccinale. Quindi, il rischio teorico c’è, ma è calcolato per questo motivo è necessario rispettare le schedule vaccinali e soprattutto accelerare il più possibile la vaccinazione sulla popolazione, in modo tale da raggiungere prima possibile quel 70-80% di persone immunizzate ed uscire dalla pandemia».

Sempre relativamente al Coronavirus con il termine immunità di gregge non intendiamo l’eradicazione della malattia, bensì una circolazione abbastanza limitata da permettere il ritorno alla vita normale. Per cui sarebbe più appropriato parlare di immunità di comunità?
«Sì, perché l’immunità di gregge in questo caso non ci dice molto, è più pregnante l’immunità di comunità nel senso che se io ho il 70-80% della mia comunità immunizzata da questo punto di vista la circolazione del virus diventa rara, quindi meno gente si infetta, meno gente si ammala e si crea meno pressione sugli ospedali».

Quando raggiungeremo l’immunità di comunità?
«Da questo punto di vista noi abbiamo due tipologie di soggetti: chi è stato a contatto con il virus e ha sviluppato la malattia in modo asintomatico, di cui però nella stragrande maggioranza non abbiamo alcuna traccia, infatti sono i cosiddetti “superdiffusori” del virus, e possono rappresentare dal 5 al 10 % della popolazione. Poi ci sono quelli che sono venuti a contatto con il virus di cui abbiamo notizia, perché hanno sviluppato la malattia anche in modo paucisintomatico e possono arrivare fino a 3-4 milioni di persone. Al momento abbiamo circa 10 milioni di contatti con il virus, quindi bisognerà vaccinare circa altre 40 milioni di persone. In Sicilia, è necessario vaccinare in totale circa 3,5 milioni di persone».

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