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Salute e benessere

L'approfondimento

Coronavirus, negli obesi aumenta il rischio di complicanze: l’intervista all’endocrinologo

Carlo Casile, dirigente medico al Papardo di Messina, commenta il rapporto “COVID-19 and Obesity: The 2021 Atlas".

Tempo di lettura: 3 minuti

La comunità scientifica internazionale considera ormai l’obesità come una condizione che aumenta la probabilità di sviluppare una vasta gamma di malattie croniche. Meno noto è, però, il fatto che accresce anche l’eventualità che le malattie infettive portino a gravi conseguenze. Questo è diventato ancora più evidente durante la diffusione globale del virus SARS-CoV-2 e nella conseguente pandemia di COVID-19. Recentemente, la “World Obesity Federation” ha pubblicato il rapporto “COVID-19 and Obesity: The 2021 Atlas” in cui, attraverso una dettagliata analisi di dati sottoposti a peer review, si mostra come l’eccesso di peso, l’obesità e il diabete siano fattori predittivi altamente significativi dello sviluppo di complicanze da COVID-19– inclusa la necessità di ricovero, di terapia intensiva e di ventilazione meccanica- e di morte. Secondo il rapporto, il tasso di mortalità della Covid-19 è 10 volte superiore nei Paesi in cui la metà della popolazione è in sovrappeso. Abbiamo parlato di queste tematiche con Carlo Casile, dirigente medico dell’UOSD di Endocrinologia dell’Ospedale Papardo di Messina.

Cosa pensa del rapporto pubblicato dalla World Obesity Federation?
«Conferma quello che già pensavamo, cioè che l’obesità predispone maggiormente all’infezione e gli esiti sono sicuramente più complicati. Quello che mi ha realmente colpito di questo rapporto è che si parla anche di persone sovrappeso, non necessariamente obese, quindi, in tutte quelle nazioni in cui metà della popolazione è in sovrappeso gli esiti sono peggiori, anche se non c’è una maggiore predisposizione ad ammalarsi».

In Italia com’è la situazione in merito?
«Nelle regioni meridionali l’obesità è più marcata rispetto al Nord, questa è una condizione che deriva dal basso livello culturale e socio-economico. Le statistiche fotografano la situazione in modo impressionante, infatti è visibile che le persone più povere tendono ad utilizzare cibi a basso costo ma certamente ipercalorici. Bisogna fare attenzione e consultare sempre il diabetologo perché è necessario monitorare la situazione. Al Papardo, ad esempio, stiamo cercando di incentivare il teleconsulto e la telemedicina proprio per bypassare il problema delle visite in presenza, perché le terapie devono essere regolate anche in base alla presenza del Covid».

Dati recenti sul rapporto tra Covid-19 e diabete 1?
«È stato recentemente pubblicato uno studio tedesco in cui è stato visto che nei diabetici di tipo 1 all’esordio c’è una maggiore frequenza di chetoacidosi, uno stato potenzialmente letale, si tratta di una complicazione acuta che può avvenire nei soggetti con diabete mellito di tipo 1 all’esordio se la malattia non viene riconosciuta per tempo. Se ci sono valori già molto alti di glicemia senza avere accesso alle cure, perché siamo sotto lockdown e non è facile fare una visita specialistica, allora si manifesta più frequentemente la chetoacidosi diabetica. Anche se il problema di accesso alle cure ha colpito un po’ tutte le patologie.

Invece, in merito al diabete di tipo 2?
«Come dicevamo, non c’è una maggiore predisposizione ad ammalarsi ma gli esiti sono peggiori, a partire dal fatto che contro il Coronavirus viene utilizzata la terapia cortisonica sia nelle cure domiciliari sia nei reparti di degenza Covid. Tale uso dei cortisonici slatentizza glicemie che erano ancora border line oppure peggiora il compenso glicemico. Ricevo tantissime richieste di consulenza dal reparto Covid e dal reparto di malattie infettive in generale, proprio a causa di questo eccessivo uso dei cortisonici».

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