Coronavirus, la plasmaterapia avviata anche a Catania e Messina

19 Maggio 2020

Prevista nell’ambito dello studio nazionale “Tsunami” promosso dall’Istituto Superiore della Sanità e dall’Aifa. L'intervista di Insanitas a Renato Bernardini, componente del comitato scientifico e professore di Farmacologia all’Università di Catania.

 

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È partita anche a Catania e Messina la terapia al plasma iperimmune per la cura del Coronavirus: è disponibile, infatti, nell’ambito dello studio nazionale “Tsunami”, promosso dall’Istituto Superiore della Sanità e dall’Aifa.

Attivato su indicazione del Ministero della Salute, lo studio randomizzato è stato autorizzato dal Comitato Etico dell’INMI “Spallanzani” con validità immediata, prevede due Principal Investigator (Azienda ospedaliero-universitaria di Pisa e Policlinico San Matteo di Pavia) e finora coinvolge 56 centri, distribuiti in 12 Regioni.

L’Istituto Superiore di Sanità si avvale dell’aiuto, con funzione di sostegno e supervisione, di un Comitato Scientifico di cui fa parte, tra gli altri, Renato Bernardini (nella foto), professore ordinario di Farmacologia all’Università di Catania, che abbiamo intervistato.

Dirigente della Scuola di Specializzazione in Farmacologia e Tossicologia Clinica e dell’U.O. di Tossicologia Clinica nel Policlinico di Catania, opera e ha operato per il Ministero della Salute, presso AIFA, ISS, e DG Dispositivi Medici. Inoltre è membro del Consiglio Superiore di Sanità.

Che obiettivo ha lo studio Tsunami?
«Su scala nazionale, è partito da un’idea di Pavia, Mantova e Pisa, quindi ospedali in cui la densità di attività correlate ai malati di Covid è stata elevatissima. Questo studio sfrutta un vecchio concetto, quello della cosiddetta “immunità passiva”, acquisita artificialmente. Si tratta di conferire ai soggetti malati l’immunità, cioè la capacità di combattere il virus tramite anticorpi neutralizzanti che vengono ricavati dal siero di pazienti convalescenti. Tali  soggetti sono ormai privi di carica virale perchè hanno contratto l’infezione e hanno avuto tutto il tempo di sviluppare gli anticorpi contro il virus e di eliminarlo. Questi anticorpi restano nel sangue per un certo periodo di tempo. Il plasma, ripulito dalle scorie, contiene quindi gli anticorpi che possono essere resi disponibili per trasfonderli poi in chi si ammala, pratica utile soprattutto in una fase iniziale della malattia».

Qual è il suo ruolo all’interno del Comitato Scientifico di questo progetto?
«Come farmacologo il mio ruolo è legato al fatto che somministriamo qualcosa dall’esterno. Mi sono sempre occupato di Immunofarmacologia, quindi rientra un po’ nelle mie competenze. Inoltre mi riguarda come componente di Aifa, anche perché conosco il “disegno” dello studio e potrò verificarne l’esecuzione, peraltro affidata a eccellenti Clinici, e che i dati vengano raccolti ed elaborati in maniera appropriata: quest’ultimo sarà un punto cruciale per l’interpretazione».

Quali sono i centri siciliani che partecipano allo studio Tsunami?
«In Sicilia hanno finora aderito l’AOU Policlinico “Vittorio Emanuele”, l’Arnas Garibaldi, l’Azienda Ospedaliera Cannizzaro e l’Asp 3 di Catania con i due ospedali Covid di Acireale e Caltagirone. Poi c’è il Policlinico “Martino” di Messina. Insieme agli infettivologi saranno coordinate anche le rispettive terapie intensive, e i centri trasfusionali, che sono le importanti strutture in cui dovrebbero avvenire la donazione, la raccolta e il trattamento del plasma per la successiva somministrazione. Quelli elencati sono i centri inclusi nella lista dei proponenti in Sicilia, il progetto è partito ed è stato approvato dal comitato etico dell’ospedale Spallanzani. Lo studio è comunque aperto alle adesioni di chiunque voglia partecipare. Ci sono la massima disponibilità e apertura perché allo studio aderiscano più strutture per contribuire con più dati».

Pensa che saranno incoraggianti i primi risultati dello studio?
«Ci sono due considerazioni da fare. Anzitutto, oggi ad esclusione degli ospedali lombardi– e mi auguro che questa esclusione finisca presto- ci sono pochi pazienti in Italia, quindi la durata dello studio da protocollo è di almeno 6 mesi. Tuttavia, ritengo che bisognerà estenderla, perché ad esempio a Catania non ci sono quasi più pazienti in ricovero nei reparti. Inoltre c’è il problema dei donatori: tra i medici ce ne sono tanti, ma di donatori ne servono due per ogni soggetto da trattare, perchè è necessario raccogliere una quantità di plasma sufficiente. Questo prolungamento è funzionale a garantire un futuro alle terapie per Covid, perché di fatto non possiamo prevedere quello che potrebbe succedere in queste fasi dell’epidemia. In questa prima fase la raccolta è quindi importante, anche se non serve per curare i pazienti subito, per avere una scorta di materiale da poter utilizzare all’occorrenza. In tal senso mi riferisco non solo al plasma, ma anche ad altre sperimentazioni che l’Aifa potrà prendere in esame di volta in volta tenendo in debita considerazione il fatto che il problema vero adesso è occuparsi delle cure per tutte le altre patologie».

Il Coronavirus che andamento avrà con l’estate?
«Non esistono dati scientifici che ci possano suggerire che nella biologia del virus ci possa essere un cambiamento dovuto alla temperatura. Pensiamo, invece, che ci sia nella tipologia di attività: d’estate si sta più all’aperto, quindi il rischio si abbassa se rispettiamo il distanziamento. È plausibile che il contagio, per questo motivo, si possa allentare. Sulla storia della sensibilità del virus sarei molto meno sicuro che questo si possa veriticare. Non ci sono dati in merito che ci permettano di predire come si comporterà il virus».

Cosa si potrebbe fare a livello politico per far sì che il contagio in Sicilia resti molto basso e si fermi? 
«Parlavo con il professor Giuseppe Remuzzi (ndr direttore del “Mario Negri”, anche lui nel Comitato Scientifico di Tsunami) sull’idea che l’infezione sembri clinicamente più mitigata rispetto alle fasi iniziali della pandemia, probabilmente perché si è sviluppata una parte dell’immunità di gregge, oppure per mutazioni, ma niente di certo finora in tal senso. A livello politico suggerirei di rinforzare il concetto che possiamo riaprire alcune attività, ma non tutte: mi riferisco con grande rammarico ai teatri, ai concerti e tutti gli eventi che sono motivo di aggregazione importante. Inoltre, bisogna rinforzare e fare rispettare il concetto del distanziamento sociale, non lo allenterei ancora per mesi, vedo troppo spesso assembramenti. Qui possono intervenire solo le Istituzioni, sanzionando. Bisogna pure insistere sull’uso corretto dei dispositivi di protezione in molte attività. Se rispettiamo queste regole, forse tra sei mesi arriveremo ai contagi zero e cominceremo a divertirci di più. Però, bisogna applicare le sanzioni previste se si vuole ripartire realmente e favorire l’economia di questo Paese, altrimenti tra due mesi potremmo ritrovarci di nuovo al punto di partenza».

Tutto ciò, senza trascurare le altre patologie…
«Purtroppo per due mesi non è stato per niente facile occuparsene. Bisogna pensare un sistema sanitario “parallelo”, che continui a funzionare e che all’occorrenza si occupi anche di Covid, ma che torni a prendersi la consueta cura della gestione delle altre malattie. Ci sono, per esempio, malati di cancro ed altre gravi patologie che devono essere trattati urgentemente e non possono più aspettare».

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