medici in trincea Giuseppe Liberti

Coronavirus, la massacrante giornata di un infettivologo: «Catapultato in una nuova realtà»

15 Marzo 2020

Per la rubrica "medici in trincea" l'intervista a Giuseppe Liberti, medico infettivologo del “Cannizzaro” di Catania e responsabile dell’UOS “Antimicrobial Stewardiship” dell’UOC di Malattie Infettive.

 

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PALERMO. COVID-19: siamo giunti ad un momento cruciale anche per la Sicilia. La finestra temporale che demarca i decreti di contingentamento alla circolazione delle persone, vigente fino al 3 Aprile, dopo l’estensione del Governo Conte della zona rossa a tutta Italia, rappresenta un lasso di tempo determinante per capire l’andamento dei contagi della pandemia, oltre che nel villaggio globale, anche nella nostra Regione.

In Sicilia, dove è stato varato il piano di emergenza del Governo Musumeci- con l’auspicio che, i comportamenti responsabili delle persone scongiurino l’innalzarsi dell’asticella dei contagi – i primi a fare i conti con questo fenomeno sono le unità di Malattie Infettive; passate da una disciplina internistica, scandita da ritmi compassati, ad un plotone d’assalto spiegato in prima linea nell’emergenza.

Questi specialisti oggi “rapinati del tempo degli affetti” sono divenuti anche una sorta di Nirvana “all’Io che incontra la fragilità”, non solo per rassicurare pazienti, ma anche amici, parenti, colleghi di altre discipline, di fronte a uno dei sentimenti più difficili da gestire: la paura.

Insanitas ha voluto specchiarsi negli occhi dei tanti infettivologi siciliani, che in queste ore lavorano senza sosta, attraverso le parole di Giuseppe Liberti, consolidato professionista dell’Azienda Cannizzaro di Catania, responsabile dell’UOS “Antimicrobial Stewardship” dell’UOC di Malattie Infettive ( diretta da Carmelo Iacobello), che da un avamposto di prima linea sull’emergenza infettivologica siciliana, ci offre con umiltà estrema e grande sobrietà, lo spaccato di una giornata tipo di “questi nuovi eroi ” ai tempi del Covid19.

Dr. Liberti Covid-19 come ha cambiato la vostra giornata tipo?
«La mia giornata e quella di tanti colleghi inizia alle 8 del mattino. Il primo elemento attraverso cui ti rendi conto che sei catapultato in una realtà completamente nuova rispetto all’ordinario, è tutto il tempo che devi dedicare alle procedure di vestizione e svestizione. Giusto per dare un’idea, tra vestirsi, ovvero schermarsi con gli appositi dispositivi di protezione e spogliarsi, ed eseguire magari 6/7 tamponi, passano solo per queste operazioni circa 30 minuti; moltiplicandoli per circa 8 volte al giorno, in totale puoi arrivare dalle 3 alle 5 ore di tempo (dipende dal numero dei tamponi che esegui) durante la giornata. Accanto a ciò, e non va dimenticato, continui ad avere tutto il carico ordinario dei malati tubercolari, ad esempio, e delle altre patologie infettive, che esistono e che sono a noi afferenti e vanno curate».

Non c’è solo Covid-19…
«Infatti. Al Cannizzaro in atto abbiamo 11 posti di alto isolamento, di cui 6 dedicati solo al percorso Coronavirus – per realizzare un corretto contenimento – e tutti e sei sono occupati da pazienti positivi ad esso. Gli altri sono destinati ai malati tipici di un reparto di infettive e che certo non possono essere abbandonati. Ora, mentre, almeno da noi – in quanto forti di un’organizzazione aziendale che si è strutturata per tempo alla gestione delle grandi malattie diffusive, anche logisticamente, trovandosi dunque più pronta rispetto ad altre realtà – gli infermieri sono suddivisi in un gruppo solo dedicato ai Covid-19 positivi e in un altro dedicato ai non Covid19, per tenere in massima sicurezza i pazienti ed evitare promiscuità che potrebbero trasportare il virus da pazienti infetti da coronavirus a quelli non infettati da tale agente patogeno, per i medici, invece, la dotazione numerica presente non consente questo distinguo, quindi scattano appunto le procedure di vestizione e svestizione, che rappresentano un ulteriore gravame».

Anche categorie mediche non direttamente a contatto con i pazienti affetti da Covid19 hanno lamentato di avere un’insufficiente protezione, a partire dalle mascherine…
«Non io, ma l’obiettività delle linee guida- diffuse a tutte le aziende- impone l’uso della mascherina, ancorché degli altri meccanismi di protezione più stringenti, solo agli operatori sanitari a contatto clinico diretto coi Covid19. Ovvero i medici di malattie infettive in primis e i rianimatori e/o i medici e/o il personale infermieristico e paramedico qualora questi altri operatori sanitari lavorino espressamente su questa tipologia di pazienti. Tutti gli altri hanno a disposizione la mascherina chirurgica. Le linee guida stabiliscono chi deve usare cosa, dove, quando e perché: il resto è aria fritta. Ciò senza negare che, ovviamente, sussiste un razionamento delle mascherine, anche legato al fatto che esse sono prodotte dalla Cina che, com’è noto, ha avuto altre problematiche, ma bisogna ottimizzare quello che c’è».

La sensazione di una giornalista di medicina è che il sistema può anche essere pronto ad un eventuale aggravamento della situazione, ma le persone no…
«Condivido che il sistema è più pronto delle persone, almeno di quelle non tarate sull’emergenza infettivologica e quello che è successo in Lombardia ne è un esempio. Perché al di la degli infettivologi, che hanno comunque una formazione dedicata- e ciò nonostante va tenuto presente che, fronteggiano un virus nuovo, i cui comportamenti sono ancora oggetto di studio- tutti gli altri hanno dovuto accettare ancor di più la situazione in cui siamo e riconvergere, con una versatilità non sempre immediata, culturalmente, sul fronte infettivo le loro professionalità».

Il nuovo decreto regionale sul reclutamento straordinario del nostro assessorato Salute che ratio ha e perché prevede anche di reclutare neo- abilitati in medicina?
«Si è ritenuto che è più facile formare un giovane che ha fresche tutte le materie e, dunque, anche la nostra, rispetto ad un anziano medico che per tutta la vita ha fatto altre cose, ormai radicate nella sua mente e nel suo modus operandi clinico. La ratio è quella che, a fronte del fatto che la Regione Siciliana sta predisponendo altri 1000 posti letto, solo dedicati a Covid- 19, per trovarsi casomai pronti- sperando non sia necessario- bisogna prevedere altri 500 medici e almeno 1000 tra infermieri e Os per gestire questo supplemento straordinario».

Torniamo alla giornata di un infettivologo tra storie di ordinario panico…
«La prima parte della giornata, quando si arriva in reparto, è quasi sempre dedicata a fare l’inventario dei test di tutti coloro che nonostante i nostri appelli, e quelle delle istituzioni, sono giunti in ospedale in autopresentazione, proprio a causa del panico, che è nostro nemico ora, perché è confondente e aggrava molto il nostro carico quotidiano. Quando le persone si presentano spontaneamente, viene meno la possibilità di selezionare oltre che la reale esigenza del test, anche le risorse umane e strumentali per i reali casi di coronavirus».

L’importanza di non recarsi ai Pronto Soccorsi nel caso di sospetto Covid19.

Perché chi ha sintomi come tosse, febbricola, dispnea non deve presentarsi autonomamente in ospedale?
«Perché costringe noi clinici ad attivare la trafila, distraendoci dalle effettive necessità. Molti di questi casi sono negativi poi per fortuna. Non potendo capire, però, chi racconta il vero o il falso, il medico di accettazione di Pronto soccorso chiama consulenza infettivologica; a quel punto bisogna andare a visitare il paziente: se ha, soprattutto, dispnea l’infettivologo fa fare il test e il paziente resta alla nostra pertinenza per sospetto, in attesa dell’esito. Quando, invece, si utilizza il percorso indicato dal Ministero e recepito dalla Regione, a monte c’è il filtro dei medici di medicina generale, che sgravano il personale ospedaliero di dispersioni di tempo ed energie che, soprattutto, tolgono spazio ai pazienti realmente sospetti, o malati. Questo nel management complessivo di una giornata media è angosciante e aggrava di ulteriori incombenze burocratiche e tempi morti l’infettivologo».

Un richiamo quindi alla responsabilità delle persone …
«Assolutamente sì. Noi stiamo dando il massimo, ma serve anche l’aiuto delle persone e un equilibrio nell’uso smodato dei social, oltre che confidiamo sulla deontologia dei mezzi di informazione. Stare a casa in questo momento equivale ad essere un braccio operativo della società, perché deflaziona gli infettivologi di gravami, permettendo loro di dedicarsi a chi ha realmente bisogno e concorre a mantenere in Sicilia un basso livello di contagio, affinché quelle misure straordinarie previste dal Governo regionale non debbano mai adottarsi. Credo debba essere questo l’obiettivo di tutti per ritornare presto alla normalità».

Quali sono le emozioni di un uomo, di un infettivologo oggi nel misurarsi con qualcosa che la scienza non ha ancora dominato e con la fragilità degli altri?
«È pesante. Implica di dare fondo a tutto il tuo equilibrio per non perdere la lucidità clinica e, al contempo, assicurare com’è giusto, conforto, comprensione e umana solidarietà. Il medico non è un robot e il paziente soffre e non è un numero. Dall’altra parte noi infettivologi, soprattutto, che per declinazione internistica della disciplina eravamo abituati a dedicare molto tempo non solo all’esame obiettivo, ma anche all’ascolto del paziente, oggi garantiamo visite rigorose anche per selezionare il flusso al triage infettivologico, ma non possiamo sostare a lungo nella stanza di un paziente a parlare con lui, perché nel bilancio di una giornata completamente sfalsata nei ritmi, oltre misura fino quasi all’umanamente insostenibile, ciò non è al momento possibile».

Ci sono però anche amministrativi, tecnici, amici e colleghi medici non infettivolgi, che si trovano proiettati in una realtà paradossale, perché Covid 19 investe tutti…
«Infatti. La giornata media ospedaliera continua fuori dall’ospedale. Io rispondo a tutti: dai colleghi agli amici. Il mio telefono a casa continua a squillare fino a tarda sera, mentre anche io ho una figlia lontana da chiamare. Si saltano i pasti, si saltano i tempi logici e cambia completamente l’algoritmo della propria quotidianità, perché l’emergenza sfalda anche il dentro, che si sgretola davanti alla fragilità umana. Ma siamo medici e non ci tiriamo indietro. Rassicurare qualcuno che ha paura è già una vittoria in un contesto di pressione emotiva generale».

Il Cannizzaro è punta di eccellenza sulle infettive nella nostra Regione e nel Meridione, tanto da aver allestito per tempo un triage infettivologico, eppure anche da voi laddove il cittadino in preda al panico arriva in autopresentazione il sistema registra un contraccolpo…
«Va ribadito con forza che la persona che sospetta di essere stata contagiata da Covid19, quando arriva in autopresentazione a un Pronto Soccorso, se malauguratamente è effettivamente positiva, rischia di contagiare tutti e di congelare in quarantena il personale. Le persone che sospettano di essere infette da Covid19 devono capire che non devono presentarsi in ospedale o negli studi medici, perché diventano untori e rischiano di contagiare medici e utenti. Bisogna stressare quindi, anche attraverso i mezzi di informazione, il concetto: in caso di dubbi chiamare il medico di medicina generale o i numeri previsti istituzionali».

Ribadiamolo di nuovo dottore, perché in casa fino al 3 aprile?
«Perché questa è la finestra temporale (e non una data casuale) che ci permette di interrompere la catena di incubazione del virus, che è di circa 14 giorni (a partire dalla vigenza del decreto naz.)»

Covid19 : numero emergenza Regione Sicilia: 800 45 87 87

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