Coronavirus, il primario di Malattie Infettive: «Dai tempi dell’Aids niente di così grave»

10 Maggio 2020

Medici in trincea. La rubrica di Insanitas si chiude con l'intervista a Vincenzo Smedile, responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale dell’Ospedale Papardo di Messina.

 

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Siamo giunti all’ultimo appuntamento con la rubrica “Medici in trincea”. Con cautela, ma con forza abbracciamo la svolta per guardare al futuro, un po’ più fragili, forse diversi, ma anche più consapevoli dei limiti della nostra Scienza e della nostra umana potenza.

Salutiamo la Fase1 dell’emergenza Covid-19 con l’intervista al responsabile dell’Unità Operativa Semplice Dipartimentale di Malattie Infettive dell’Ospedale Papardo di Messina, Vincenzo Smedile (nella foto).

Il Covid19 ha cambiato le nostre vite e forse anche noi. La sua testimonianza?
«In trent’anni di professione ricordo solo un altro momento di grave disorientamento nella scienza e nella società: gli anni ’90, quando i pazienti, anche giovani, morivano di AIDS come mosche in pieno boom della malattia, con la differenza che qui abbiamo avuto il problema suppletivo dell’isolamento, a causa della trasmissione aerea del virus. Il Covid19 ha messo a dura prova i clinici, soprattutto, perché non sapevamo esattamente cosa combattere e con quali armi. Le informazioni sull’eziopatogensi del virus sono state ricavate purtroppo post mortem, attraverso le prime autopsie, con un tributo di vittime che rimarrà una ferita incolmabile nel Paese».

Sul fronte terapeutico, ogni direttore clinico di Covid Hospital si è assunto la responsabilità di decidere terapie sapendo che nessuna di esse era mirata al trattamento di questo virus …
«Decisioni molto delicate. Ognuno, in assenza di una terapia mirata per il trattamento del Covid19, ha adottato i protocolli possibili, scaturiti dal confronto con i primi trial cinesi e della comunità scientifica in generale, ma in Medicina nessuna scelta è immune da effetti collaterali. Ogni azione- come d’altronde anche nella vita- ha una conseguenza. Clinicamente è stato molto impegnativo trattare soprattutto i pazienti anziani, che sono stati i più colpiti dal virus, in particolare dentro le RSA, in quanto, peraltro, costituiscono una popolazione affetta da plurime comorbilità: trovare la quadra farmacologica, per armonizzare le eterogenee terapie che già fanno a causa delle patologie croniche di base, per ottimizzare gli approcci prescelti, non è stato facile».

Che terapie avete adottato?
«Dagli antiretrovirali, associati a idrossiclororchina, e/o a corticosteroidi, all’eparina a basso peso molecolare, ma pur sempre personalizzandole in base ai diversi quadri clinici e, tenuto conto, per l’idrossiclorochina, soprattutto nei pazienti più anziani, di una particolare attenzione alla tenuta dell’attività elettrica del cuore».

Ne siamo fuori?
«Non si può dire con certezza, dobbiamo essere moderatamente ottimisti. Conto molto sul ruolo climatico che dovrebbe essere di aiuto nella nostra Regione. Le persone devono continuare a tenere le cautele indicate dalle istituzioni nei comportamenti individuali, che ci consentiranno di convivere al meglio con il virus fino a soluzioni terapiche più certe, la cui ricerca, in atto, impegna trasversalmente la scienza. Dobbiamo guardare avanti spostando la nostra attenzione sul fronte terapico: dai vaccini, agli anticorpi in vitro, alla plasmaterapia, a possibili nuovi farmaci antivirali specifici per questo Coronavirus, ancora in fase di studio, e lavorare tutti insieme per ricavare il massimo dai dati dell’esperienza clinica».

Eppure avevamo l’esperienza cinese alle spalle…
«Tale precedente ci ha offerto importanti informazioni cliniche, ma ci siamo resi conto delle molte implicazioni del virus- ad esempio di quelle a carattere vasculopatico- soprattutto dopo le prime autopsie. Anche l’esperienza cinese, forse, in un primo momento è stata sottovalutata nel Paese, complessivamente. Certo però stiamo attenti ad esprimere  giudizi netti: con il senno di poi siamo tutti bravi».

Durante la prima fase si sono dovute adeguare le organizzazioni ospedaliere..
«Noi siamo diventati un centro Covid19 con 16 posti, più 4 di Terapia Intensiva, presso l’ex struttura “Papardino”. Modifiche necessarie per garantire una risposta efficace a chi è risultato positivo al virus, ma anche per la sicurezza dei percorsi riservati all’utenza non contagiata, sebbene ripeto fino a oggi i numeri hanno tenuto. Inoltre il laboratorio di virologia che abbiamo, molto all’avanguardia, ci ha affiancati bene. Mi ritengo fortunato: da noi a un calcolo approssimativo dall’inizio della pandemia, su circa 30  pazienti ( parliamo solo degli effettivamente positivi) abbiamo registrato solo cinque decessi».

Il personale?
«Dal reclutamento straordinario del personale medico, attivato nella regione, noi abbiamo potuto attingere a due unità mediche in più: due dottoresse. Una cardiologia e una neolaureata che hanno aiutato la copertura delle risorse umane, che era carente di tre unità».

Tanti anni da clinico, significa numerose prove da affrontare, sforzi, emozioni e, spesso, anche molta impotenza non potendo strappare tanti alla morte. Lei il medico lo rifarebbe ancora?
«Sì, con assoluta certezza, per quanto in alcuni momenti è molto difficile anche dal punto di vista emotivo, perché siamo umani anche noi. Quest’esperienza ci servirà, anche per altre pandemie casomai che, nel mondo globalizzato possono sempre essere in agguato. Come il Covid19 ha dimostrato, infatti, è impensabile ritenere che la Cina, o un altro Paese siano poi così lontani da noi, quindi qualunque problema di Salute va guardato in chiave globale per non farci trovare impreparati: questo almeno dovremmo averlo imparato».

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