Coronavirus, il modello vincente della Chirurgia vascolare del Policlinico di Messina

26 Aprile 2020

Medici in trincea. Intervista di Insanitas al prof. Filippo Benedetto, direttore dell’UOC (Unità Operativa Complessa) di Chirurgia Vascolare

 

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Al Policlinico di Messina questa prima fase della pandemia ha visto in prima linea la Chirurgia Vascolare, a fronte della stretta connessione tra Covid19 e le patologie cardio-vascolari.

Chi ne è affetto, infatti, registra esiti sproporzionatamente peggiori, ovvero un aumento della mortalità 5-10 volte maggiore (World Health Organizzazione, OMS).

Spicca, quindi, il ruolo di primo piano della Chirurgia dedicata, ma se altrove ciò ha imposto la necessità di rimodellamenti dei percorsi ospedalieri, nell’Azienda Universitaria di Messina, grazie alla lungimiranza del management aziendale e clinico, invece, si è potuto puntare su un modello organizzativo già da tempo adottato che, in questo particolare contesto, si è confermato una formula vincente e la cui efficacia è caratterizzata dal connubio tra chirurgia vascolare e anestesisti- rianimatori dedicati.

Insanitas ha intervistato il prof. Filippo Benedetto, direttore dell’UOC (Unità Operativa Complessa) di Chirurgia Vascolare del Policlinico Universitario di Messina.

Prof. Benedetto, com’è andata per voi in questa prima fase dell’emergenza?

«Non ci siamo trovati impreparati, perché già da tempo abbiamo puntato su un modello rivelatosi strategico, soprattutto per la chirurgia vascolare altamente complessa, come ad esempio quella inerente la riparazione di aneurisma toraco-addominale con tecnica endovascolare. Che è possibile – rispetto alla chirurgia tradizionale – proprio grazie al perfezionamento della ricerca e di approcci assistenziali multidisciplinari, che oggi hanno trovato la massima ottimizzazione anche per garantire perfomance chirurgiche di altissimo livello in questa fase emergenziale, assicurando il contenimento assoluto del rischio di contagio».

Un modello caratterizzato principalmente da quali elementi ?

«Dal connubio tra la Chirurgia Vascolare e l’equipe di Anestesisti dedicati, che è stato determinante per la riuscita degli interventi ad alta complessità, per il buon esito del decorso post-operatorio e per garantire la possibilità di espletare il trattamento chirurgico nell’area stessa della rianimazione, al fine di evitare transitamenti di pazienti contagiati all’interno dell’ospedale e promiscuità con soggetti non Covid, così come ha evitato, a ulteriore garanzia, di spostare le equipe concentrandosi la nostra attività operatoria dentro la Rianimazione, attrezzando una sala operatoria ad hoc. Se evitare il rischio infettivologico è prioritario sempre per assicurare gli outcome degli interventi, dover evitare un contagio per Covid ha richiesto un’oculatezza complessiva logistica e assistenziale che, senza questa sinergia, non sarebbe stata possibile».

Il successo dipende dalla preparazione dei professionisti dalle condizioni favorite dalla vostra Università…

«Sì. Il nostro Ateneo a fini di ricerca e di perfezionamento delle prestazioni chirurgiche assistenziali ci ha permesso di caratterizzare la nostra Chirurgia sotto il profilo dell’avanzamento delle tecniche mininvasive più innovative anche per patologie più complesse, come quella aortica e di sviluppare tecniche ibride pionieristiche: la funzionalità di sistema che oggi abbiamo potuto garantire non nasce perciò da un’organizzazione improvvisata, ma è il frutto di una scelta organizzativo- manageriale e clinica che l’Università di Messina ed il Policlinico G. Martino hanno abbracciato da tempo».

Monitorare le situazioni vascolari significa prevenire eventi avversi, ma oggi un’ampia fetta di popolazione non accede all’ospedale per paura di contrarre il Covid…

«Un aspetto molto preoccupante perché le persone rinviano controlli e interventi per paura. Registriamo l’80% in meno di attività in elezione: questa utenza nella Fase2 si riverserà sull’ospedale con forza improvvisa, in situazioni procrastinate troppo a lungo e, pertanto, divenute più severe con aumentato rischio vita, complicandosi, così, anche le eventuali perfomance chirurgiche e gli esiti clinici al momento in cui interverremo».

L’impegno della Chirurgia vascolare dipende anche dalla correlazione tra Covid19 e Trombosi…

«Risulta ormai abbastanza attestato come SARS- CoV2 sia caratterizzata da uno spettro clinico molto variegato. La presenza del virus evoca una risposta immune attraverso cellule come linfociti e monociti che localmente stimolati liberano grandi quantitativi di mediatori dell’infiammazione capaci di attivare la coagulazione del sangue. Lo squilibrio della risposta immunitaria, in pazienti predisposti, come gli anziani e quelli con rischio CV (cardio-vascolare) può portare aD una sindrome simile all’emofagocitosi, con un’amplificazione incontrollata della produzione di citochina, inducendo a fallimento multi-organo e morte e, oltre ai polmoni, il sistema cardiovascolare è coinvolto in modo precoce e induce al rilascio di troponina altamente sensibile e peptidi natriuretici. L’infiammazione nel sistema vascolare può risultare da diffusa microangiopatia con trombosi. La sindrome coronarica e la trombosi rimangono due fattori importanti nell’ambito del più complesso quadro della pandemia».

Va inoltre considerato che l’embolia polmonare è la complicanza più grave di una trombosi…

«Sì. Oltre all’aumentata propensione e agli esiti peggiori per COVID-19 in pazienti con malattie cardiovascolari preesistenti, anche i pazienti con nuove infezioni da COVID-19 possono sviluppare complicanze cardiovascolari. In particolare poi, la Trombosi – che si forma in una vena, degli arti superiori, o inferiori – può esitare in embolia polmonare. Oggi, infatti, si parla di tromboembolia. Quando un trombo si forma in una vena, rilascia frammenti che diventano emboli che arrivano al polmone e causano l’embolia polmonare. Nel nostro Paese le malattie da trombosi, nel loro insieme classificate come cardio e cerebrovascolari, colpiscono il doppio dei tumori, possono portare a morte e grave invalidità nella popolazione di età superiore ai 65 anni, ma possono essere evitate almeno in un caso su tre. Su 100 persone che perdono la vita, oggi 44 sono state colpite da malattie da Trombosi e su 100 colpite da Tromboembolia Polmonare 10 perdono la vita, ma vi è ancora scarsa attenzione sul punto».

Medicinale anti-trombotico nel trattamento del Covid-19?

«Tra le ricerche sperimentali di farmaci contro il Covid19 si è avanzata anche l’ipotesi di utilizzo delle eparine a basso peso molecolare nei pazienti adulti con Covid-19, sulla cui utilità e sicurezza (in particolare su quella di una di queste: l’enoxeparina) è iniziato uno studio multicentrico dell’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) su 300 pazienti in 14 centri in Italia. Secondo alcuni studi sperimentali, l’eparina potrebbe esercitare un’azione oltre che anticoagulante, antinfiammatoria e di aiuto alle cellule endoteliali che rivestono le arterie per inibire l’attacco del virus Covid19 alle cellule polmonari. L’enoxeparina, nella specie è un farmaco usato da molti anni nella profilassi sia del tromboembolismo venoso, sia dopo un intervento chirurgico, sia in pazienti non chirurgici, ma affetti da gravi patologie quali l’infarto, lo scompenso cardiaco o l’embolia polmonare. È, inoltre, utilizzata (a dosi basse) nei pazienti che permangono a letto per molto tempo per impedire la formazione di trombi nelle vene delle gambe con successive possibili embolie».

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